LUIGI BARZINI.
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LA MET DEL MONDO VISTA DA UN'AUTOMOBILE.
DA PECHINO A PARIGI IN SESSANTA GIORNI.
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Parte 1.
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1908. Ulrico Hoepli Editore e Libraio della Real Casa, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Paolo Oliva per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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Presentazione dell'Editore.
INTRODUZIONE.
CAPITOLO 1. DA PARIGI A PECHINO.
CAPITOLO 2. LA PARTENZA.
CAPITOLO 3. VERSO LA GRANDE MURAGLIA.
CAPITOLO 4. SULLE MONTAGNE.
CAPITOLO 5. SULLA SOGLIA DELLA MONGOLIA.
CAPITOLO 6. PER LE PRATERIE MONGOLE.
CAPITOLO 7. NEL DESERTO DI GOBI.
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FINE Indice.
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Presentazione dell'Editore.
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Questo libro, che narra le vicende avventurose del viaggio automobilistico da Pechino a Parigi, compiuto con signorile audacia da S. E. il Principe Scipione Borghese, celebra una bella vittoria della fibra e dell'industria italiana. Ecco il motivo per cui l'editore va orgoglioso di presentarlo al pubblico italiano. Il bravo Barzini, che comp il tragitto di quasi sedicimila chilometri, accosciato tra i bagagli, narra gli episodi e le vicende del viaggio con la bella sincerit dell'uomo d'azione, col brioso garbo dello scrittore avvincente.
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L'editore, avvezzo da anni a sfogliar manoscritti, scaltrito per lunga abitudine in tutti gli artifici dell'arte, sinceramente confessa di aver letto il volume con crescente entusiasmo, e fu per tale provata emozione che volle personalmente presentarlo al suo pubblico.
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Per questo e per aver modo altres di ringraziare il Principe Scipione Borghese che ha s bene preludiato al volume, nonch gli egregi colleghi e amici F. A. Brockhaus di Lipsia, Hachette e C. di Parigi i quali, spontaneamente, vollero tradotto e pubblicato il volume nelle loro lingue, e con essi gli editori colleghi E, Maucci di Barcellona, A. Oosthoek di Utrecht, Vilimek di Praga, Singer e Wolfner di Budapest, e Bonnier di Stoccolma che l'opera pubblicheranno negli idiomi dei loro singoli paesi. Il che dimostra che il libro escir tradotto in undici lingue diverse (l'edizione inglese dalla Casa Grant Richards di Londra), costituendo un vero "raid" editoriale che fa degno riscontro a quello automobilistico.
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E siccome  la prima volta che ci avviene per un'opera originale italiana, l'editore ha creduto non solo opportuno ma doveroso di informarne il cortese lettore.
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INTRODUZIONE. del Principe Scipione Borghese.
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Isola del Garda - Settembre 1907.
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Caro Barzini,
Dunque c' chi dice che dopo tutto: - dopo le nostre fatiche di due mesi, dopo le roccie e i fiumi, le sabbie e le foreste, i fanghi e i banchetti a traverso ai quali siamo passati - c' chi dice che il nostro viaggio una cosa sola ha dimostrato, che cio: non si pu andare in automobile da Pechino a Parigi.
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La proposizione ha qualche cosa di bizantino nel suo semplicismo; ma, diciamolo,  letteralmente precisa e noi abbiamo dimostrato appunto questo: che oggi, servendosi del solo motore di un automobile,  impossibile recarsi - continuamente e mollemente seduti sui cuscini della medesima - da Pechino a Parigi. Non sarebbe cio finanziariamente prudente, oggi, in base alla nostra esperienza, creare una linea regolare di automobili destinata a condurre le piccole ed elegantissime canzonettiste chinesi, senza punto affaticare i loro minuscoli piedini, dalla capitale del Celeste Impero al Moulin Rouge.
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Ma al disopra e all'infuori di questo desiderato massimo, la Pechino-Parigi nulla di positivo ha dunque dimostrato?
Io torno col pensiero a Kiakhta, nella casa disadorna del milionario, dove la padrona veniva dalla cucina alla sala da pranzo, col suo largo e bonario sorriso sul volto, e copriva la tavola di lunghe file di bottiglie di vino generoso, di piatti capaci sui quali erano spezzati i montoni e i vitelli e dai quali si sollevavano vere montagne di paste e di riso; - dove Falia, la piccola Buriata, metteva il suo visetto fresco e un po' selvaggio di giovane fiore della steppa; - dove gli amici vecchi e nuovi entravano e uscivano, senza invito e senza cerimonia, prendendo la loro parte di ospitalit e di vivanda liberalmente. E mi ricordo i discorsi, intorno alle mense cariche, tutti intenti a discutere l'utilit pratica della nostra traversata del Gobi, - avevamo ridotti a quattro i diciassette giorni delle pi rapide carovane, - e le domande tecniche e precise che ci erano rivolte sulla possibilit di servirsi di questo rapido mezzo di locomozione per ricondurre su quel punto della frontiera una parte almeno dei trasporti di th, che ora il mare assorbe fino a Wladivostock e di l la ferrovia Transiberiana.
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E rammenta, Ella, l'entusiasmo del nostro ospite d'Irkutsk quando, nostro ospite a sua volta fino a Nijni-Udinsk, prov la gioia della corsa - mentre il respiro largo accoglieva l'aria imbalsamata dal profumo dei pini sulle buone strade asciutte di Siberia? - In lui  certo rimasto il germe della passione automobilistica e nella buona stagione, su quei "tracts" siberiani, sono infinite le possibilit dell'automobile.
A Krasnojarsk furono lunghi colloqui con due pratici e seri Inglesi, concessionari e ingegneri di miniere d'oro. Per loro si trattava di stabilire una comunicazione pi rapida fra Krasnojarsk e Jenisseisk: e la nostra macchina che riposava l nel cortile dell'albergo "Metropole", intatta dopo pi di tremila chilometri di terribili strade, diveniva un interessante soggetto di discussione e apriva dinanzi agli occhi loro un orizzonte vasto e nuovo di soluzioni insperate.
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E fu a Tomsk in casa del Governatore. - Laggi al Sud, all'estremo lembo meridionale della sua provincia, estesa quanto l'Impero Germanico, i Monti Altai drizzano le cime alpestri e offrono le valli e i fianchi, ricchi di tesori minerari, all'attivit umana. - E mentre il Governatore mi narrava le vicende di una certa Societ Anglo-Russa, che intendeva attivare e rendere regolari le comunicazioni di Tomsk con l'Oceano Artico, rimontando nella stagione estiva l'Obi con grossi piroscafi; e mentre mi diceva tutta l'utilit che ne avrebbe tratta la Siberia Centrale, tutto l'impulso che ne sarebbe venuto alla sua industria e alla sua esportazione - i suoi occhi d'uomo moderno, fissati lontano, perseguivano il sogno di collegare Tomsk a Barnaul e Bijsk e ai centri minerari dell'Altai con l'automobile veloce. E il progetto era vagliato e criticato: era insomma discusso.
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Pi in l, a Omsk, eravamo in piena steppa. - La stagione piovosa laggi  assai pi breve che nella "taiga"; il terreno stepposo pi resistente alla pioggia; il suolo quasi assolutamente piano. - Ritrovavamo l le condizioni di viabilit della Mongolia settentrionale, dove, in caccia di antilopi, avevamo potuto lanciare la nostra macchina alle pi alte velocit.
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E trovavamo l un ambiente di lavoro e di progresso inatteso e meraviglioso. - Quaranta milioni di rubli d'esportazione di burro nel 1906 e sei milioni di rubli in acquisto di macchine agrarie nello stesso periodo. - L'attivit di russi intelligenti, di siberiani attivi e sagaci, di chirghisi divenuti laboriosi e abili, guidata e rafforzata dall'opera finanziaria e commerciale oculata e intraprendente di danesi, d'inglesi, di norvegesi, di tedeschi. - Tutto un mondo in movimento che si arricchisce intorno al bestiame, al latte, al burro, promovendo il miglioramento dei pascoli, l'intensificazione dell'agricoltura foraggiera.
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E il territorio di questo sfruttamento, ogni anno pi intenso, penetra e si estende in tutta la regione delle steppe, dove le orde chirghise spinte dall'istinto di razza vanno nomadi di pastura in pastura; si espande in mille rivoli per tutti i villaggi, dove gli emigrati d'oggi, o i figli degli antichi esiliati della Russia Europea, si accolgono in nuove comunit lavoratrici e prospere. - E da Omsk a Kurgan, al lago Balkasch, a Semipalatinsk si stende la steppa immensa e si moltiplicano oggi le possibilit, domani le necessit delle comunicazioni e dei trasporti automobilistici.
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E poi a Tjumen e a Jekaterinburg, fra quella gente modesta e operosa, in quella miniera inesauribile degli Urali, dove ogni ettaro di terreno  un tesoro di ricchezze nascoste, dove la pietra crea la strada meno problematica; - e poi avanti, avanti, fino alla frontiera di Germania - da per tutto - il passaggio della nostra macchina, che resisteva alle prove pi ardue, che passava incolume attraverso torture meccaniche dalle quali sono fiaccati i "tarantass" robusti e le "teleghe" leggere - da per tutto essa lasciava il solco e, forse nel solco, il seme di un avvenire di civilt pi sicuro, di un pi rapido progresso, perch dovunque essa evocava l'imagine della via di comunicazione regolare, per la quale il sangue dei popoli circola vivificando i continenti.
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Ma di qua dalla frontiera di Russia - nell'Europa occidentale - qui dove le automobili gi solcano le belle numerose strade tedesche e quelle meravigliose di Francia, qui dove il problema dei servizi automobilistici non  pi un sogno nell'avvenire ma un problema nel presente, - qui nell'Europa occidentale il successo del nostro sforzo ingigant, si afferm nelle discussioni dei tecnici, nell'entusiasmo delle popolazioni. E si capisce. Qui apparve a tutti il significato pi profondo, il valore pi diretto del nostro tentativo. - Non si trattava pi di ricercare una qualche utilit locale, l'interesse di un ristretto gruppo di industriali o di commercianti - si trattava invece di un'affermazione nuova e decisiva di un industria essenzialmente europea; di un'industria giovane, ma vitale ed attivissima, nella quale  impegnato un cumulo enorme di capitale, di scienza, d'intelligenza, di lavoro abile ed evoluto.
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Quando uno Stato vuol rinnovare la propria artiglieria: dopo studiati i dati tecnici, dopo approvati i progetti definitivi, dopo ottenuti i primi elementi del materiale, si fanno le prove del collaudo e si fanno ad oltranza. - I metalli sono esperimentati oltre il limite massimo delle loro resistenze, - si misurano alla trazione, alla torsione, alla compressione, si deformano in ogni senso al di l del necessario. - Poi, quando la bocca a fuoco  fusa con ogni precisione balistica, si prova al tiro e si esagerano le cariche, si variano gli esplosivi e non si  soddisfatti se il pezzo non resiste a sforzi assai pi violenti e prolungati di quelli ai quali  destinato in pratica a sottostare.
Il "raid" Pechino-Parigi fu una prova ad oltranza della produzione automobilistica, - e come tale esso interess il pubblico.
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Le nostre persone, il nome della marca, erano in seconda linea, - la nostra vettura rappresentava la produzione automobilistica europea.
Il mondo civile assisteva alla prova di collaudo pi larga, pi completa, pi persuasiva, cui fosse stato finora sottoposto il nuovo istrumento, da esso stesso foggiato per fornire un altro e pi decisivo passo avanti sulla via dell' abolizione di ogni motore umano o animale, abolizione che  uno degli indici pi sicuri di progresso sociale.
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Quando io rilevai la sfida del "Matin", avevo dinanzi agli occhi questo scopo: dimostrare che l'automobile di buona fabbricazione, condotta con prudenza e con cura,  capace di sostituire, praticamente, nei lunghi viaggi, con o senza strade, la trazione animale.
Che importa se, per pochi metri, l'automobile debba essere trainata a braccia d'uomo: che monta se di tanto in tanto occorra disimpegnarla dal fango o dalla sabbia con l'aiuto delle binde e delle leve, o caricarla su una zattera o una chiatta per traversare i corsi d'acqua inguadabili? - Al di l di questi ostacoli brevi, che significano poche ore di ritardo, la macchina  l pronta allo sforzo consueto, che nessun mezzo di trazione animale potrebbe protrarre cos a lungo e cos di seguito, che essa sopporta senza apprezzabile deterioramento, con precisione e costanza di lavoro.
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E la Pechino-Parigi mi diede ragione.
L'"Itala" ha compiuto senza usure anormali il lungo tragitto su strade quasi sempre cattive, spesso pessime, in condizioni di clima e di temperatura, nelle quali tutto l'organismo meccanico era messo a durissimo cimento. - Il telaio sconquassato dalle scosse e dai sobbalzi; il motore sforzato nelle salite erte, dove le ruote slittavano nei sabbioni o sulle crete rese viscide dalla pioggia; sovrariscaldato nelle lunghe ore di marcia lentissima sotto temperature elevate e su terreni difficili; la carburazione spesso anormale fra sbalzi termometrici di diecine di gradi, in un clima variabile dalla siccit diuturna alla pioggia e all'umidit quotidiana; le trasmissioni e i cambi di velocit continuamente urtati; la frizione ogni istante disinnestata e rinnestata.
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Tutte le parti insomma - e non parlo delle ruote e delle molle che dovettero cedere alla fatica - tutte erano messe alla prova ad oltranza. Fu un collaudo senza precedenti, E sui 16.000 chilometri, circa, che percorremmo, e dei quali 12.000 furono senza strade massicciate, si riduce a meno di 200 chilometri la somma di quei tratti che l'automobile non percorse mossa solamente dal suo motore.
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Io mi dichiaro soddisfatto del successo pratico ottenuto, anche se ha dimostrato che, oggi come oggi, non si pu venire d'un fiato e senza scendere di macchina da Pechino a Parigi.
Ma il successo si deve ad alcuni fattori che voglio rilevare.
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Taccio della macchina. La riuscita materiale l'ha dimostrata ottima; ma essa non fu, insomma, se non l'istrumento del successo; lo scalpello con il quale l'artista scolpisce la statua, che ha creata nel suo sogno di bellezza. La mano intelligente, che guida lo scalpello,  pi ancora nell'opera d'arte - ed oper nella preparazione diligente della spedizione.
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La scelta della macchina fu fatta secondo criteri certi. Si pens che la forza e la leggerezza fossero termini relativi, e che poteva essere di fatto pi leggera e pi utile una macchina di duemila chili con quaranta cavalli, che non una di peso poco inferiore con molto minor forza. E si fu estremamente meticolosi nella organizzazione della parte logistica. Con noi portavamo una larga collezione di pezzi di ricambio, ordinatamente disposti nel cassone posteriore della macchina, dal quale per ventura non fu quasi mai necessario estrarli. Sul percorso furono largamente e logicamente distribuiti i rifornimenti delle materie di consumo.
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Dal 15 febbraio, giorno dell'accettazione definitiva della sfida, al 10 giugno, giorno fissato alla partenza da Pechino, il tempo ristretto non permetteva la corrispondenza epistolare. Fu personalmente e telegraficamente che si provvide.
Da Shanghai vennero a Pechino la benzina e l'olio necessari per il percorso in China e in Mongolia. Da Pietroburgo la casa Nobel pens a distribuire per la Siberia e per la Russia le quantit necessarie alla traversata dell'immenso impero.
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Da Pechino le lente carovane di cammelli - quante ne sorpassammo marcianti sonnacchiose nella luce dell'alba, nel crepuscolo lunghissimo della sera, o ferme, mentre passavano sulle bestie brucanti gli sterpi, sugli uomini riparati sotto le tende rabescate, le ore del sole torrido! - portavano al solitario pozzo di Udde, alla citt sacra di Urga, l'occorrente per la conquista meccanica del deserto di Gobi, e fu facile conquista. Dall'altra parte affluivano per la Transiberiana gli stessi elementi di sicurezza e di moto nelle grandi citt e nei piccoli borghi sparsi lungo il vecchio "tract" siberiano, che prima della nostra libera macchina, spiegante al vento il vessillo di un popolo libero, aveva viste passare tante torme di poveri esseri sofferenti e fieri, cacciati a portare lontano dalla patria il loro cuore generoso, la mente avida di libert e di giustizia.
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Dall'Italia giungevano alle tappe prestabilite i pneumatici; ed era fissato a Omsk un deposito di parti di ricambio, specialmente ruote e molle, che si riteneva indispensabile mutare in quella citt, situata a met circa del l'intiero percorso.
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Le quantit d'olio e di benzina erano calcolate cos: a bordo c'era posto per trecento chili di benzina e cento d'olio, quantit sufficiente a percorrere circa mille chilometri. Ai depositi ce n'era sempre tanto da riempire completamente il carico della vettura; e questi depositi, che, per ragioni di trasporto, erano distanti circa settecento chilometri in Mongolia, erano scaglionati su distanze varianti da duecentocinquanta a un massimo di cinquecento chilometri sul percorso Russo, dove spesseggiano i luoghi accessibili per ferrovia o per via fluviale. Da Irkutsk in l i pneumatici Pirelli mi attendevano ogni mille o millecinquecento chilometri.
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E fummo fortunati. Mai una volta ci trovammo a corto di carburante o di lubrificante; mai ci manc la provvista dei pneumatici, della quale facemmo del resto cos scarso uso.
Una cosa sola non corrispose ai nostri desideri, e fu bene. Avemmo cos la dimostrazione che i nostri calcoli erano stati precisi.
Le ruote e le molle di ricambio, per difficolt con la Dogana Austriaca, non raggiunsero Omsk, dovettero essere fermate a Mosca: e noi entrammo a Kazan zoppicando sulle molle spezzate e sulla ruota, che l'ascia del "mujik" latinista ci aveva riparata, in un dopo pranzo di festa, sulle rive della Kama.
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E un altra cosa avrebbe dovuto essere pi curata: il  "confort" dei viaggiatori sulla vettura e la disposizione del bagaglio.
Ella, che ne ha sofferto pi di tutti, ricorda certo come fino alla vigilia dell'arrivo a Parigi non avessimo trovata la forma definitiva da dare a quell'informe cumulo di valigie e di sacchi che, accatastato sul cassone dei ferri e troppo spesso sulla sua schiena, era il nostro bagaglio.
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Ettore aveva un bel legarlo con ogni attenzione, senza economia di corde e cordelline, con la pi grande ingegnosit di trovate; le scosse della vettura allentavano le pi sapienti combinazioni e il grosso sacco poco alla volta oscillava e si apriva. - E Ettore ricominciava. - Quanto lavoro ha fatto quel bravo figliuolo in quei sessanta giorni! Egli  stato davvero la mano intelligente che guida lo scalpello. Senza le sue cure costanti del motore e di tutte le parti della macchina - alle quali egli sacrific e sonno e cibo - non saremmo arrivati a Parigi, forse neppure saremmo qui.
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Nessuno, che non l'abbia provato, imagina quello che , in un lungo viaggio come il nostro, il lavoro del meccanico: completamente abbandonato a se stesso, senza l'appoggio di officine, senza la comodit dei "garages", in paesi dove ogni elemento di meccanica  sconosciuto, dove la lingua  strana, l'ideazione stessa cos lontana dalla nostra.
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Dopo quattordici, sedici, diciotto ore di marcia durante le quali coi denti stretti, in una tensione continua dei nervi, si  spiato ogni suono del motore, ogni scricchiolio della vettura, cercando di contenderne l'esistenza alle difficolt del terreno - altre due o tre ore stesi di sotto al telaio, nel caldo della macchina affaticata, nel tanfo dell'olio e dei grassi bruciati, a esaminare, a provare, a registrare, a stringere i dadi che si allentano, le viti che si muovono, non contenti di riparare le piccole usure e i lievi spostamenti cagionati dalle fatiche del giorno, ma cercando di prevedere e di prevenire, con sagacia e ingegnosit, le possibili "pannes" dell'indomani.
Questo il lavoro normale, dopo le poche ore di sonno rubate alla durezza dei pavimenti, dopo il cibo preso in fretta, con i piedi sul predellino, mentre la macchina sobbalza da una carreggiata nell'altra: ma poi di tanto in tanto si aggiungeva per Ettore il lavoro del guidatore.
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O che egli mi sostituisse al volante per concedermi riposo, o che le difficolt della strada richiedessero che io da terra lo guidassi nel passaggio di tratti troppo ardui per essere affrontati dall'alto della vettura. Ed anche come guidatore egli fu insuperabile.
Si ricorda, Barzini, quante volte nel salire sui ponti, o nel traversare i brevi istmi di terreno asciutto sulle strade impantanate, ero obbligato, dopo esaminato il terreno, di segnare a Ettore con i ciottoli o con i rami il punto preciso dove doveva passare la ruota della vettura?
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E rammenta la meravigliosa precisione dell'atto rapido con il quale la macchina, accelerata al massimo per non pesare e non rischiare d'impuntarsi, senza esitanza balzava sul tavolato del ponte o saltava fuori dalla pozza di fanghiglia nera e vischiosa?
E non ostante la forte coscienza del suo valore e della sua capacit - o forse per questo - Ettore conservava nelle difficolt, nelle fatiche, nei pericoli e nelle intemperie (Le risovvengono le eterne giornate di pioggia e fango che abbiamo attraversate?), nei trionfi e nelle apoteosi - che l'atto di cui era cos gran parte provocava - egli conservava la stessa serenit, la stessa modestia, lo stesso inalterato buon umore e l'operosit costante e la incrollabile fiducia nel successo. E io che gi lo avevo compagno di dieci anni d'automobilismo, non sempre facile e piano, che gi l'avevo amico provato e caro, gli ho confermato, per sempre, la pi viva e la pi cordiale amicizia, la pi profonda gratitudine.
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Ettore Guizzardi  un bell'esempio di lavoratore educato e cosciente.
In lui nulla di servile: la sicurezza assoluta del suo merito, il senso acuto della propria responsabilit e l'opera intelligente prestata, con disinteresse e con attaccamento d'amico, a chi ha potuto ispirargli fiducia ferma e che egli ritiene capace di apprezzare le sue grandi qualit d'intelligenza e di cuore.
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Fuochista a quindici anni sulla locomotiva condotta dal padre, lo perdette in uno scontro ferroviario nel quale egli stesso rimase ferito. Da dieci anni  passato con me di macchina in macchina, ha lavorato nelle officine, si  provato su tutte le strade d'Europa, guadagnando in prudenza, in coraggio freddo e silenzioso, in capacit ingegnosa e tecnica - e oramai ha avuto la conferma del suo valore negli applausi che l'hanno accolto vittorioso.  romagnolo, e tutte le forze d'impeto e di tenacia della sua razza vibrano in lui attive e fattive.
Ma un altro fattore di successo fu l'ambiente creatosi intorno a noi.
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E qui come si fa a rendere efficacemente l'importanza, a valutare l'influenza che ebbero nella riuscita del nostro tentativo: la benevolenza dei governi, la simpatia delle popolazioni, l'aiuto, il conforto, l'incoraggiamento anche solo morale, prodigatoci da tanti ignoti che ci furono per pochi istanti affettuosi amici e che abbiamo perduto di vista per sempre?
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Ella potr, con la vivacit del Suo stile, rievocare, a traverso le vicende del nostro viaggio, tante figure di esseri buoni che si adoprarono per noi e che non potemmo singolarmente ringraziare. Ella dir: come fummo assistiti dai nostri rappresentanti all'estero, dal Governo chinese e da quello russo, dalle burocrazie di tutti i paesi attraversati, che tutte, compresa la nostra, trovarono per noi un'ignota e inattesa elasticit di concetti.
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Ella fisser la fisionomia dei "coolies" chinesi: nudo il busto bronzeo fino alla cintola, il volto impassibile sul quale lo sguardo, che nulla dice all'Europeo, mette una luce ambigua, duri alla fatica come il metallo nel quale sembrano forgiati.
Ella scolpir i cavalieri Mongoli rozzi e fieri, ammantati nelle lunghe vesti, olenti l'acre fetore del gregge e della "yurta"; - i "mujik" dalle lunghe chiome bionde, dagli sguardi dolci e perduti verso il largo orizzonte del loro paese dalle lente colline e dai lunghi pianori; e pi in l, molto pi in l, verso un avvenire di minore miseria e di vita pi umana.
Questi gruppi, dall'aspetto cos diverso, Ella li disporr intenti al salvataggio della nostra macchina: anelante su per le rocce aduste, lanciante getti d'acqua e di vapore nelle sabbie della Mongolia, reclinata sul fianco, come una nave incagliata, nelle paludi e nelle forre della Siberia e della Russia.
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Ella dir - e rinnover l'entusiasmo - quanto ci aiutassero: la fratellanza dei concittadini incontrati lontano, lontano dalla patria - il consenso delle folle che lasciavano in massa l'officina, la bottega, la scuola per acclamare al passaggio dell'automobile, prodotto e simbolo fremente di quel lavoro che  forza viva dei popoli per ogni ascensione.
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Tutto questo ed altro ancora diranno le brillanti pagine del suo libro.
Io voglio accogliere in un unico pensiero di affettuosa riconoscenza tutte le donne che - con le cure, la parola cortese, il sorriso fuggevole - in un giorno, in un ora, in un istante hanno aggiunto vigore alle membra stanche, coraggio all'anima restia, decisione alla mente dubitosa.
E intendo tutte: quelle che so e quelle che ci rimasero ignote.
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Intendo tutte: le buone massaie, che avendo un tetto ospitale ci diedero per un giorno l'impressione di una nuova famiglia, facendoci assaporare la gioia di un buon letto e della buona tavola - la delicata sensazione che provoca, in chi viene dalle solitudini della vita randagia, la casa ordinata e animata dallo spirito femminile.
Le mogli dei "mujik": che negli alloggi municipali di villaggi isolati da ogni vita civile, nelle "isbe", tagliate a gran colpi d'accetta nei tronchi delle foreste immense, ci offrirono dalla sera all'alba tutto ci che avevano, e stanza e letto; esularono dalla povera casa perch noi la godessimo; ci portarono la scodella di minestra fumante, la brocca di latte sapido della prateria siberiana, il tozzo di pane nero come la terra che lo produce.
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Le donne colte e raffinate, che in un'ora di conversazione intellettuale - resa forse pi intima dalla certezza di mai pi incontrarsi - distrassero il pensiero nostro dalle preoccupazioni quotidiane e restituirono all'anima un po' dell'elasticit che lo sforzo materiale, continuo e monotono, minacciava di affloscire.
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Tutte quelle che al passaggio ci sorrisero, ci soffiarono un bacio, ci incitarono col gesto, ci gittarono fiori - tutte - fino a quelle, le nostre donne, che vedevamo coll'imaginazione sulla soglia della nostra casa, con in braccio i nostri figli, attenderci desiderose e amanti e che, pur nella nostra vita multiforme, erano la forza occulta che ci sosteneva e ci moveva. Questi i fattori che condussero al successo la nostra impresa. Ella che ne fu il poeta, e sta per esserne lo storico, lo sa meglio di me. E sa anche quanto la sorte di questo nostro viaggio sia stata diversa da quella di tanti altri.
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Io ripenso qualche volta certe figure che dovrebbero essere leggendarie e sono invece quasi dimenticate. Viaggiatori che in paesi ignoti hanno scoperte o ritrovate verit geografiche, che, rischiando per lunghi anni quotidianamente la vita, hanno aperto al commercio del loro paese fertili zone di sfruttamento, all'industria paesana larghi territori di consumo. E io li ripenso - i nomi mi bruciano le labbra - al loro ritorno in patria.
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Pochi specialisti li accolgono, poca stampa li discute e solo per criticarli aspramente, il silenzio li circonda e alle volte questo tacere del pubblico, questo silenzio amaro dell'umanit, per la quale lavorarono e soffrirono, li ha uccisi.
A noi, che tanto minor cosa facemmo, tocc l'applauso popolare, tocc l'emozione di avere per un momento sollevato l'entusiasmo nelle grandi metropoli del mondo, nelle citt operose, nei borghi tranquilli, lungo tutte le vie d'Europa.
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Il perch  complesso. V'entra la novit del veicolo impiegato, la sua crescente importanza economica e sociale; v'entra la lunghezza del tragitto compiuto in cos breve tempo e in mezzo a difficolt per la prima volta intraviste; v'entra la soluzione felice di problemi tecnici e l'affascinante attrattiva di quella terra asiatica, dalla quale forse veniamo e che ci  tanto estranea. V'entra il contrasto fra i due estremi del viaggio.
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Alla partenza la misteriosa capitale di un incomprensibile impero, dal quale il rumore della vita ci giunge affievolito dalla distanza nello spazio e nel pensiero; all'arrivo la cassa di risonanza pi sonora - Parigi - d'onde ogni pi lieve alito di vita si sparge per il mondo rafforzato e moltiplicato da mille echi.
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Il segreto del perch  qui e altrove; ma  soprattutto - ed Ella mi pare lo ha detto - nel filo metallico che ci accompagn lungo tutta la via e giorno per giorno portava le nostre notizie alla stampa che le diffondeva.
Il telegrafo e la stampa sono stati i fattori immediati della popolarit della quale ha goduto il nostro tentativo.
Essi hanno sparso dovunque la Sua prosa suggestiva, che dava interesse e moto agli incidenti monotoni, e per noi troppo spesso stucchevoli, della via. Fedele fino alla scrupolo alla verit dei fatti, Ella ha saputo illuminarli con la luce viva dell'ambiente - dar loro il preciso valore prospettico nel quadro d'insieme - e il pubblico ha sentita la poesia che scaturiva dai singoli capitoli di quella Sua narrazione della nostra modernissima odissea.
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Nessuno per sospetter, leggendo il suo libro, quanto dispendio di volont e di forza morale Le sia costato. Io, che ebbi l'onore ed il piacere di esserle compagno in quello sforzo durato due mesi, sforzo intellettuale intenso in mezzo a disagi materiali che deprimono, io solo posso farne fede.
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E di quei due mesi rimane in me viva l'ammirazione per Lei ed un senso profondo di amicizia che resister al tempo.
Mi creda, caro Barzini, con affetto e stima suo
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SCIPIONE BORGHESE.
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CAPITOLO 1. DA PARIGI A PECHINO
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Quel che mi avvenne il 18 Marzo. A Parigi. "Trovatevi a Pechino". Le preoccupazioni e le occupazioni del Wai-wu-pu. Le automobili. Ettore.
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Il 18 Marzo 1907, a mezzogiorno (data per me memorabile), ero allo scrittoio, completamente immerso nello studio dell'organizzazione ferroviaria nord-americana. In quel tempo mi dedicavo con passione ai problemi della strada ferrata, ne scrivevo e ne parlavo, pascevo il mio spirito di regolamenti e di orari nazionali ed esteri. All'improvviso una lunga scampanellata del telefono, posato proprio sul mio tavolo da lavoro, mi strapp violentemente dalle reti ferroviarie degli Stati Uniti.
- Pronto! Con chi parlo?
- Buongiorno - riconobbi subito la voce di Luigi Albertini, Direttore del Corriere della Sera, - Ho assoluto bisogno di parlarle; venga da me.
- Subito?
- All'istante.
- Corro.
- Grazie.
Mi precipito fuori di casa, salto nella prima vettura libera che incontro, e durante il tragitto passo in rapida rivista gli avvenimenti delle ultime ventiquattr'ore per indovinare la ragione d'una cos urgente chiamata.
Il giornale aveva bisogno del suo "inviato speciale"? Era scoppiata qualche guerra? No: persino il Venezuela da sette giorni godeva una perfetta tranquillit. Una rivoluzione? Neppure; faceva troppo freddo; le rivoluzioni s'iniziano con la buona stagione; sbocciano coi fiori; non  che alla fine di Aprile che le redazioni ricevono quel primo segno d'un periodico risveglio della Libert fra i popoli, rappresentato dal noto telegramma: "Una banda bulgara (o greca) ha massacrato gli abitanti di un villaggio greco (o bulgaro) ecc." Qualche disastro impreveduto, allora? I disastri non hanno stagione....
Avevo torto, trascinato dall'ardore professionale, a fare delle previsioni catastrofiche. Non era successo proprio nulla di grave, sopra nessun emisfero. Quando entrai, saturo di legittima curiosit, nell'ufficio che rappresenta il cervello del nostro giornale, trovai il Direttore perfettamente tranquillo e sereno. Mi porse un numero del Matin, mi addit nella prima pagina, sotto ad un titolo enorme, alcune parole, e mi chiese:
- Che ne pensa?
Guardai, e lessi questo sorprendente invito:
C' qualcuno che accetti di andare, nell'estate prossima, da Pechino a Parigi in automobile?
Rilessi, e provai un senso di ammirazione verso l'ignoto autore d'un simile progetto. Doveva essere per lo meno un gran romanziere.
- Che ne pensa ? - ripet Albertini.
- Magnifico!
- Attuabile?
- Ah, questa  un'altra cosa. Ma anche se non riescisse, il tentativo sarebbe pieno d'interesse....
- E lei consentirebbe a parteciparvi?
- Con molto piacere.
Passammo alcuni minuti a sfogliare i numeri successivi del Matin cercandovi altre notizie sullo strano viaggio. Lettere di adesione empivano colonne; erano lettere in gran parte accese di un entusiasmo troppo anticipato per resistere a lungo. Una fra tante ferm la nostra attenzione, perch di un italiano, e perch concisa e fredda come una ricevuta. Eccola:
M'inscrivo alla vostra prova Pechino-Parigi con un'automobile "Itala". Vi sar riconoscente se vorrete farmi sapere al pi presto ogni particolare perch possa regolarmi nella preparazione.
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PRINCIPE SCIPIONE BORGHESE.
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Il nome e lo stile mi fecero subito pensare: Ecco un uomo che dice sul serio!
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Don Scipione Borghese mi era noto per la sua fama di automobilista e di viaggiatore. Nel 1900 egli, attraversata la Persia in carovana, in parte per regioni poco note, si era internato nel Turkestan, era risalito per le vaste steppe di Barabas fino a Barnaul, da dove, navigando sull'Obi e sul Tom aveva raggiunto Tomsk, e con Tomsk la ferrovia Transiberiana che lo condusse al Pacifico. Sul suo viaggio aveva scritto un libro, un libro da studioso che aveva tutta la rigida esattezza d'un libro di bordo, minuzioso, calmo, tecnico, che dimostrava nello scrittore una mente riflessiva, chiara, non distolta troppo nella osservazione dagl'impulsi dell'emozione, dell'ammirazione, del sentimento. Si sentiva nell'autore un matematico pi che un poeta, s'intuiva in lui il predominio del cervello sul cuore, della volont sulla sensibilit. Il Principe Borghese mi appariva uno di quegli uomini che vogliono, che sanno, che agiscono. Egli non si sarebbe iscritto alla corsa Pechino-Parigi se non fosse stato sicuro di partire, ed una volta partito avrebbe fatto tutto quanto  umanamente possibile per trionfare. Ebbi immediatamente fiducia in lui.
Interrompendo la lettura del Matin, il Direttore mi disse con tono d'improvvisa risoluzione:
- Bisognerebbe che lei partisse subito per la Cina.
- Sta bene.
- La corsa Pechino-Parigi incomincia il 10 Giugno. Lei pu fare prima un viaggio attraverso l'America e il Pacifico, ed osservare, strada facendo, delle cose interessanti.... La fine del processo Thaw a New- York....
- Bene.
- ....La ricostruzione di San Francisco.... La situazione nippo-americana alle Hawai.... Il Giappone dopo la guerra.... E compirebbe infine per l'Asia il giro del mondo.
- Bene. E la Pechino-Parigi?
- Ricever ordini in viaggio. Chiederemo al Principe Borghese se consente ad associarci alla sua impresa. Spero di s.... In ogni modo trover a Pechino tutto preparato, dovessimo pure mettere a sua disposizione un'automobile nostra. Il primo piroscafo per l'America parte.... vediamo un po'.... ecco un programma delle societ di navigazione. Parte dopodomani dalla Francia:  "Kaiser Wilhelm der Grosse della Norddeutscher Lloyd, da Cherbourg 20 Marzo, per New- York". Lei prende oggi il treno per Parigi. Ha il tempo necessario?
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Consultai l'orologio e richiamai alla memoria la mia recente scienza ferroviaria (sezione orari).
- Ho tutto il tempo.
- Buon viaggio, dunque!
- A rivederla!
E, scambiandoci brevi saluti, ci abbracciammo per uno di quegli slanci di simpatia ed amicizia che, in certi momenti, stringono in una eguaglianza di affetto le persone che si vogliono bene.
Qualche minuto dopo, scendendo in fretta lo scalone degli uffici m'imbattei in un collega che saliva con la lentezza di chi  aspettato da un lavoro regolare e consueto.
- Dove vai in tanta furia? - mi chiese.
- Vado a fare il giro del mondo - risposi gravemente sostando un istante sul pianerottolo.
- Burlone! - esclam scoppiando in una gran risata. - Io indovino dove vai realmente.
- Dove?
- A far colazione, ed  tardi, e hai fame. Buon appetito!
L'incredulit, piena di buon senso, del mio amico, mi rivel subitamente quanto v'era di singolare, di strano, d'inverosimile quasi, nella mia situazione. E rimasi un istante dubbioso e sconcertato prima di rispondere un  "grazie" e continuare la mia strada. Il vecchio romanzo d'avventure, i cui personaggi percorrevano tutti i continenti e navigavano tutti i mari dalla prima all'ultima pagina, non si scrive pi perch anche i ragazzi oggi lo trovano troppo lontano dalla verit; eppure c' ancora qualcuno che lo vive: il giornalista.
Quel giorno stesso il direttissimo del Sempione mi trasportava verso Parigi.
A Parigi, negli uffici del Matin, s'erano tenute delle grandi adunanze per discutere sulla corsa. Vi erano intervenuti, insieme a molti aderenti alla prova, dei viaggiatori, dei diplomatici che erano stati in Cina, degli studiosi che potevano dare minuti ragguagli su tutte le regioni del mondo senza averle viste. Le assemblee erano state numerose, animate; gli stenografi avevano scrupolosamente registrato delle curiose conversazioni nelle quali erano pi le domande che le risposte. La materia in discussione si presentava pi irta d'incognite di una pagina di algebra superiore.
Nel complesso queste riunioni avevano avuto una innegabile utilit. Erano riuscite a stabilire il migliore itinerario, a furia di eliminazioni. Numerosi telegrammi erano stati spediti a Pechino, a Pietroburgo, a Irkutsk, chiedendo informazioni. Il saggio e prudente Wai-wu-pu, il Gran Consiglio dell'Impero Celeste, si era limitato a rispondere con.... una domanda, trasmessa attraverso, la Legazione francese: Quale sar il numero delle automobili che dovrebbero partire da Pechino per recarsi a Parigi? Che importanza avesse questo numero agli occhi del Gran Consiglio dell'Impero Celeste, non  facile a capire; forse il Wai-wu-pu cominciava gi a temere un'invasione. La Banca Russo-Cinese da Pechino aveva risposto: I passi di Nan-kow e di Ku-pei-ku sano abbastanza larghi per delle automobili, ma ripidi e pietrosi.
Abbastanza larghi! - la cosa sembr a Parigi estremamente favorevole, paragonata alle indicazioni ricevute sulle altre strade; la via del Turkestan per Samarcanda, la via dei monti Altai, erano state giudicate assolutamente impossibili. Non rimaneva dunque che la via della Mongolia per Kalgan e Kiakhta, con quei passi abbastanza larghi.
Le impressioni sincere degli aderenti non furono molto incoraggianti. In un'ultima assemblea gl'iscritti alla corsa emisero una dichiarazione piuttosto pessimista. Eccola:
Le difficolt di questa prova straordinaria appaiono all'esame minuzioso, e dopo alcune settimane di studio, altrettanto importanti quanto ci apparvero al primo momento. "Pechino-Parigi"  forse un tentativo irrealizzabile!  l'occasione per dei pionieri dell'automobilismo di domandare alla trazione meccanica il modo di traversare deserti, monta
gne, steppe: una met del mondo.
Il Matin paragonava il viaggio ad un tentativo per la conquista del Polo. Il gran pubblico era d'una opinione pi recisa di quella esposta nella dichiarazione degli aderenti, e diceva addirittura: "Pechino-Parigi  un tentativo irrealizzabile."
Confesso che, quando al mattino del 20 Marzo lasciai Parigi per imbarcarmi la sera a Cherbourg, pensavo con molto scetticismo alle probabilit di rientrare in quella stessa citt sopra un'automobile reduce dalla capitale cinese; e nel segreto del mio animo ringraziai il cielo - e Nicola II - per l'esistenza d'una provvidenziale ferrovia transiberiana che, all'occasione, mi avrebbe riportato a casa in un periodo di tempo ragionevole.
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Poi, in viaggio, finii quasi col dimenticare del tutto la corsa automobilistica. La Pechino-Parigi non mi apparve pi come lo scopo vero di quella mia gran fuga per il globo, ma soltanto come un ultimo problematico episodio, come la fine vaga d'un looping the loop intorno al nostro pianeta. Del resto i giornali non ne parlavano gi pi. La cosa pareva caduta nel silenzioso abisso della dimenticanza, dove fatalmente spariscono tutti i progetti assurdi e tutte le utopie.
Ma no. Qualcuno vi pensava ancora, lavorava, preparava, organizzava. Me lo fece comprendere un breve telegramma, un ordine che trovai una sera all'albergo, a New-York, e che mi venne consegnato insieme alla chiave della camera. Lo disuggellai nella cabina dell'ascensore che mi trasportava al mio piano; lo lessi, lo rilessi, e rimasi cos assorto che giunsi senza accorgermene al quattordicesimo piano, dove il liftman mi domand se intendevo andare sul tetto dell'albergo.
Quella laconica e misteriosa comunicazione telegrafica diceva: Trovatevi a Pechino il primo di Giugno. Niente altro.
Puntuale come un'eclisse, il primo di giugno, alle sei di sera, scendevo alla stazione di Pechino, in quella volgare stazione che si addossa ai piedi delle antiche superbe muraglie della citt tartara, sotto agli imponenti bastioni della Chien-men, quasi per nascondere nell'ombra di tanta grandezza la sua meschinit e la sua profanazione. Quella stessa sera un gendarme italiano venne a cercarmi all'Hotel des Wagons-lits e mi diede una lettera, giunta per me alla Legazione d'Italia, ed un biglietto.
La lettera era della Direzione del Corriere della Sera e completava - dopo quasi due mesi - il dispaccio ricevuto a New- York. Essa m'informava che avrei partecipato alla corsa sull'Itala del Principe Scipione Borghese. E ne fui molto lieto. Un'altra notizia mi dava, che accolsi con sincero piacere: per un accordo intervenuto fra il Corriere della Sera e il Daily Telegraph, io ero invitato a fare un regolare servizio di resoconti telegrafici sulla Pechino-Parigi anche per il grande giornale londinese.
Non posso dimenticare che  a Londra che ho cominciato ad essere giornalista. E del soggiorno che feci come corrispondente sulla terra inglese - durante il quale l'anima mia si apr al grandioso spettacolo di una attivit mondiale -  rimasto in me una convinta ammirazione per l'Inghilterra, e per il giornalismo inglese una stima senza riserve. Considerai l'invito a collaborare al Daily Telegraph come una lusinghiera prova di fiducia, e lo accettai con deferente premura.
Il biglietto consegnatomi dal gendarme era del Principe Borghese. Egli era giunto gi da una settimana. Mi dava il benvenuto e mi fissava un appuntamento per il giorno sei. Non ci eravamo mai visti, e, destinati a vivere insieme per dei mesi dividendo il pane e le fatiche nell'intimit d'un lungo e strano viaggio, avevamo tutt'e due un vivo desiderio di conoscerci. Sarei corso a cercarlo subito, se il biglietto non mi avesse avvertito che egli si trovava in quel momento qualche centinaio di chilometri lontano, intento a percorrere e studiare la strada di Kalgan - circostanza sufficiente per indurmi alla rassegnazione dell'attesa.
Rimasi, quella sera, fino a notte tarda sulla veranda dell'albergo, fantasticando. Non riconoscevo pi intorno a me, la mia vecchia Pechino, la superba capitale dell'immobilit che avevo lasciato sette anni prima, devastata qua e l dall'assedio alle Legazioni e dalle vendette della civilt ma ancora intatta nel suo spirito e nel suo aspetto, fedele a se stessa, singolare, unica, cinta dalla linea ieratica delle sue portentose muraglie. Ora il quartiere delle Legazioni faceva sorgere nel cielo, arrossato dal tramonto, una folla di tetti di palazzi e di ville europee, cuspidi di chiese, torri con orologi e senza orologi, tutto un profilo di citt occidentale e moderna che copriva in parte le graziose pagode lontane del recinto imperiale. Lampade elettriche s'accendevano per la via, illuminando uniformi di soldati europei che passavano. Fischiavano locomotive verso l'Ha-ta-men. Ogni tanto udiva nell'interno dell'albergo trillare un campanello telefonico, che dominava i suoni d'un'orchestra. E l'orchestra, europea, suonava per un convito di dignitari cinesi, i quali mangiavano senza bacchettine. Pensavo che noi a tante deplorevoli novit stavamo per aggiungere anche l'automobile.... La Cina se ne va! - dicevo fra me con un certo rimpianto.
Il giorno dopo mi accorsi bene che, invece, la Cina non se ne andava affatto.
Tutte le innovazioni che mi avevano tanto colpito, non uscivano dal recinto del quartiere delle Legazioni, recinto fortificato per giunta. Erano prigioniere, chiuse in una sorta di lazzaretto della europeizzazione. Al di fuori, tutto intorno, si stendeva l'immensa citt incontaminata, sempre eguale, la Pechino dei secoli passati. E nella Pechino, in un antico palazzo dalle molte corti ombrate di stoie, contro alle profanazioni dell'occidente vegliava un consiglio di uomini saggi e venerandi: il Wai-wu-pu, il Gran Consiglio dell'Impero Celeste. In quel momento il Wai-wu-pu (presieduto dal celebre Xa-Tung, che fu capo-boxer, ex-condannato a morte dalle potenze le quali chiesero la sua testa come condizione di pace nel 1900, e divenuto invece una specie di ministro degli esteri conservando naturalmente la sua testa e nella testa le sue idee) in quel momento, dico, il Gran Consiglio era assolutamente intento a salvare l'Impero da un nuovo, terribile nemico.
Questo nemico si chiamava Chi-cho, ossia "Carro a combustibile", grazioso neologismo creato per l'occasione ad indicare l'automobile. Non si parlava che di Chi-cho, come una volta s'era parlato dell'Huo-cho - cio il  "Carro a fuoco" (in europeo: Ferrovia). Perch vengono i chi-cho? Cosa vogliono? Domande angosciose che mantenevano il Wai-wu-pu meditabondo sulle sorti della Cina.
Nella mente di un mandarino cinese non poteva penetrare l'idea che i chi-cho volessero soltanto andare da Pechino a Parigi senza nemmeno ricevere un premio di questa loro fatica. Per andare a Parigi esistevano dei mezzi pi rapidi, sicuri, provati. V'erano certo delle misteriose ragioni, e inconfessabili, per una simile stranezza. Il Wai-wu-pu non dubitava che l'Europa tentasse un esperimento. Quale?
Il principe Ching, uomo dalle larghe vedute, propendeva a credere che gli europei volessero studiare il modo di comunicare rapidamente con la Cina per mezzo di treni automobili, senza aver pi bisogno di chiederle concessioni ferroviarie. I pretesi automobilisti, si capisce, erano tutti ingegneri, posti sotto al comando d'un principe italiano. Il progetto rappresentava la completa rovina della compagnia ferroviaria cinese che costruiva la linea di Kalgan, linea giunta gi fino a Nan-Kow. E nella compagnia il principe Ching aveva dei capitali.... Na-Tung vedeva le cose sotto un aspetto pi terribile. I chi-cho, per lui, cercavano la strada delle invasioni. La Mongolia non era stata nel passato la via del pericolo? La Grande Muraglia non era sorta da quel lato per la difesa dell'Impero? Quale muraglia avrebbe ora potuto chiudere il passo ad un esercito in chi-cho, che scenderebbe subito al primo pretesto d'un moto boxer, e che arriverebbe questa volta in tempo a tagliare, ahim!, le teste designate dal corpo diplomatico? Gli automobilisti della Pechino-Parigi non erano, si capisce, che degli ufficiali, posti sotto al comando d'un principe italiano.
Una prova della gravit della situazione era data al Wai-wu-pu del fatto che i ministri di Francia, di Olanda, d'Italia e di Russia a Pechino s'interessavano grandemente al buon esito della spedizione automobilistica. Specialmente i primi tre bombardavano l'austero e nobile consesso con note ufficiali e ufficiose chiedenti un immediato rilascio di passaporti per la Mongolia intestati agli automobilisti loro concittadini (o ingegneri o ufficiali che fossero). Che fare? Bisognava lottare per il bene della patria, e il Wai-wu-pu lott. Cominci col negare i passaporti.
Vi furono numerose visite di segretari e d'interpreti europei; il Wai-wu-pu offr loro del th, ma resist eroicamente alle loro domande. In fondo il Wai-wu-pu  stato creato apposta per dir di no agli europei. Gli europei domandavano porti, miniere, ferrovie, cattedre universitarie, indennizzi per missionari martirizzati, e la Cina sent la necessit d'un organismo di difesa. Form quello Tsung-li-yamen, di buona memoria, che aveva l'incarico essenziale di mantenere sospese tutte le domande europee, rimandando le risposte al futuro remoto. Dopo i Boxer le Potenze non vollero pi saperne dello Tsung-li-yamen e il governo cinese le content creando il Wai-wu-pu, il quale offre questo vantaggio: che non lascia pi le domande sospese. Risponde subito di no.
Ma in forza dei trattati, la Cina non poteva negare i passaporti a degli stranieri che volevano traversare una provincia dell'Impero. E poi una grave complicazione sopravvenne a rimuovere il Wai-vu-pu dalla sua determinazione. Una complicazione la cui importanza non era stata preveduta e approfondita dalle sagaci menti mandarinali: le automobili erano giunte a Pechino! Peggio ancora, esse si mostravano per le vie di Pechino - per quanto ci fosse stato loro proibito a meno che non avessero consentito a lasciarsi trascinare da uno, o al pi due muli. Se si rifiutavano ancora i passaporti, quelle macchine diaboliche, sarebbero evidentemente rimaste a Pechino. Avrebbero continuato a turbare la quiete sacra della capitale, avrebbero sconvolto le menti del popolo, disseminato per tutto i germi della corruttela occidentale, sollevato lo sdegno degli spiriti, le vendette del Feng-shui, l'ira degli dei. Lasciarle a Pechino era come lasciare il nemico nella propria fortezza. Meglio valeva mandarle via al pi presto. E il Wai-vu-pu offr i passaporti. Si, ma per la Manciuria.
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La battaglia diplomatica si riaccese. Nuove note, nuove visite, e nuovo th. I cinesi perdevano terreno. Consentirono alla fine a mandare dei passaporti per la Mongolia, senza per nominarvi l'automobile. La Legazione d'Italia li respinse. Il Wai-wu-pu mand allora dei passaporti che sembravano atti d'accusa. "Il chi-cho  una cosa nuova in Cina - dicevano quei preziosi documenti - ragione per cui il Governo Cinese non si assume alcuna responsabilit riguardo al viaggio. Al contrario ritiene il viaggiatore pienamente responsabile d'ogni male o danno che potesse derivare per colpa sua e del suo carro e autorizza le autorit a sequestrargli denaro e oggetti come garanzia delle indennit che egli dovesse eventualmente pagare". Era una perfetta autorizzazione a svaligiarci. La legazione italiana respinse anche gli atti d'accusa, annunziando al Wai-wu-pu che il principe Borghese ed i suoi compagni di viaggio sarebbero partiti alla data stabilita anche senza passaporti, e che il Governo cinese era tenuto a rispondere della loro sicurezza. Cercati inutilmente nuovi pretesti per non cedere (fra i quali quello che non era possibile disturbare, per oscure ragioni politiche, i principi mongoli) finalmente il Wai-wu-pu si decise a rilasciare i desiderati passaporti per la Mongolia contentandosi, come ultima soddisfazione atta a "salvare la faccia", di rifiutare la loro traduzione in mongolo. Questa traduzione, in verit, avrebbe troppo disturbato i principi. E poi, bisognava ben rifiutare qualche cosa agli stranieri, per un sacrosanto principio, e per non creare precedenti pericolosi.
Le trattative dei passaporti fornirono un allegro argomento di conversazione ai ritrovi della piccola citt diplomatica di Pechino. Ma nella realt l'argomento era serio. Esso dimostra che il Governo cinese  oggi quello che era prima delle spedizioni internazionali di sette anni or sono; in esso la stessa ostilit contro gli stranieri, la stessa ignoranza sulle loro cose, una immutata arroganza e una immutata malafede. Le invasioni, le stragi, la guerra in Manciuria, non hanno modificato in nulla gli uomini e le menti cinesi. E qualche solitario che segue attentamente tutti i piccoli fatti nelle quotidiane relazioni diplomatiche col Governo cinese, riconosce oggi i gravi sintomi di xenofobia che precedettero l'assedio alle Legazioni, e prevede una nuova ra di sangue.
L'attesa dei passaporti non ritardava i preparativi per la partenza delle automobili. Da Shang-hai, per la ferrovia di Han-kow, era giunto un carico di benzina e di olio destinato ai rifornimenti lungo la via della Mongolia. Una carovana di 14 muli era partita da Pechino con questo carico, e il giorno 4 di Giugno un telegramma spedito dalla Banca Russo-Cinese di Kalgan annunziava che 19 cammelli si trovavano gi in viaggio per la Mongolia sotto la guida di un Lama carovaniere, trasportando ai pozzi di Pong-kiong, di Udde e alla citt di Urga la benzina e l'olio. Un primo deposito ci aspettava a Kalgan.
Di venticinque vetture iscrittesi per la corsa, soltanto cinque si presentavano alla prova. Esse erano un triciclo Contal da sei cavalli, due De Dion-Bouton da dieci cavalli, una Spyker da quindici cavalli, e la nostra Itala da quaranta cavalli. Le prime tre francesi, la quarta olandese. Un'automobile di grande potenza ma pesante, e quattro pi deboli ma leggiere. L'Itala superava infatti di seicento chilogrammi la pi greve delle macchine avversarie - la Spyker che in completo assetto da viaggio pesava 1400 chilogrammi.
In Francia, dal primo annunziarsi della gara, tutti i competenti si erano trovati d'accordo nel ritenere che un tipo di piccola automobile avrebbe avuto le maggiori probabilit di successo. Sulla buona strada la macchina leggiera avrebbe potuto sviluppare minore velocit d'una macchina potente e pesante, ma in compenso avrebbe potuto con ben maggiore facilit e rapidit trarsi d'impaccio nei passi difficili - e nel tragitto Pechino-Parigi i passi difficili si prevedevano, per dir cosi, ad ogni passo.
Il Principe Borghese aveva invece ritenuto, per la pratica di lunghi viaggi in automobile, che una vettura di gran forza avrebbe potuto sopportare meglio, in virt della sua solidit, i disagi di una avventurosa traversata, e che la diminuzione della potenza non fosse compensata dalla diminuzione del peso. Dove una macchina di 1400 chilogrammi pu trarsi d'imbarazzo, lo pu anche una macchina di 2000 chilogrammi, e col vantaggio di avere dai 20 ai 30 cavalli di forza in pi.
Questa gara di due tendenze, questa prova pratica di due teorie, formava una delle pi importanti caratteristiche della corsa. E fin dal mese di Marzo, a proposito dell'adesione del Principe Borghese con una Itala, il Matin metteva in evidenza la curiosa lotta della vettura grande contro la piccola, "l'una capace di andar presto e l'altra di passare per tutto".
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La Spyker, le De Dion-Bouton e il Contal giunsero a Pechino per la via di Ta-ku. Il 4 Giugno i loro conduttori e il mio buon collega Du Taillis del Matin, andarono a riceverle alla dogana di Tien-Tsin, le fecero caricare su due vagoni speciali, e le scortarono viaggiando sullo stesso treno, fino a Pechino. Qui li attendeva una sorpresa sgradevole. Durante il tragitto, uno dei due vagoni speciali era sparito. Chi non avrebbe intraveduto la mano misteriosa del Wai-wu-pu in questa scomparsa? Ma si scopr subito, per l'onore del Wai-wu-pu, che la sua mano era innocente. Il vagone, distaccato dal convoglio ad una stazione intermedia, giaceva in un binario di scambio senza che nessuno potesse dirne la ragione, per uno di quei fenomeni ferroviari che si verificano di tanto in tanto sulle linee di tutti i paesi. Giunte a Pechino le automobili si vendicarono del ritardo percorrendo la citt in lungo e in largo, in quel giorno e nei giorni successivi.
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L'Itala, arrivata una settimana prima da Han-kow, manteneva un contegno pi riservato. Aveva fatto qualche gita di prova fuori della porta Est, sulla strada del Palazzo d'Estate, poi, soddisfatta di se stessa, si era ritirata nel cortile della legazione Italiana abbandonandosi alle cure di Ettore, il suo meccanico. Egli lucidava, ungeva, verificava, le girava intorno osservandola da ogni parte, come lo scultore gira intorno alla sua creazione. Ettore Guizzardi, il simpatico compagno di viaggio del principe Borghese e mio, non  uno chauffeur per professione  uno chauffeur per istinto. Egli  figlio di un meccanico ferroviario; ha dalla nascita intimit con le macchine; le comprende subito, di qualunque genere esse siano; le giudica ad un'occhiata, come l'allevatore giudica il cavallo.
La sua storia  singolare. Un giorno, dieci anni or sono, vicino ad una villa del Principe Borghese, ad Albano, presso Roma, avvenne un disastro ferroviario. Una locomotiva devi e si rovesci sulla banchina capovolgendosi. Il Principe, che si trovava nella villa, accorse con i suoi servi. Trovarono il macchinista morto; il fuochista, un giovinetto di quindici anni, ferito al viso, venne raccolto svenuto, portato nella villa, curato. Il giovinetto era Ettore. Il morto, suo padre.
Quando il fanciullo fu guarito, il Principe gli offr di rimanere nella casa che lo aveva accolto. E ne fece uno chauffeur. In quell'epoca Don Scipione possedeva una delle prime automobili a benzina, da sei cavalli, una di quelle buffe vetture che non si vedono pi, col motore dietro, e la trasmissione a cinghia che nelle salite aveva bisogno di essere impeciata per fare il suo dovere. Ettore si rese subito padrone di tutti i misteri di quella macchina, la costrinse a servire, e pot, sotto la direzione del Principe, farle fare un viaggio da Roma ad un castello dell'Ungheria meridionale dove vivono dei parenti della famiglia Borghese. Ettore, dopo questa prova, fu mandato a studiare meccanica; lavor dapprima come semplice operaio negli stabilimenti della F. I. A. T. a Torino, poi a Genova nel cantiere Ansaldo, dove studi meccanica navale, poi in altri opifici, si conquist la patente di meccanico, e torn alle automobili del Principe.
Da allora undici automobili hanno subito la sua signoria. Ed  adesso al comando di tutte le macchine di casa Borghese; macchine d'illuminazione, caldaie di riscaldamento, motori per le lavanderie, pompe; e possiede un'officina dove lavora a riparare e a creare. A creare anche, perch Ettore inventa, modifica, applica nuovi apparecchi alle automobili, e potrebbe dare degli eccellenti consigli alle case costruttrici. Egli  pieno di risorse, sa trovare un rimedio immediato ad ogni male delle sue macchine, sempre pronto, col martello e col cervello. Agisce in silenzio, rapido, con un fare militaresco. Quando sente chiamare il suo nome risponde: Comandi. - Ha un corpo e un viso da bersagliere.
La prima volta che lo vidi, era sdraiato sotto l'Itala, supino, immobile, con le braccia conserte. Al primo momento credetti che lavorasse. Invece si divertiva. Poi, in viaggio, mi sono accorto che quella  una delle sue posizioni favorite, un suo passatempo; quando non ha nulla da fare, si sdraia sotto l'automobile e la contempla, bollone per bollone, pezzo per pezzo, vite per vite. E s'intrattiene a lungo in quegli strani colloqui con la sua macchina.
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CAPITOLO 2. LA PARTENZA.
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Il Principe Borghese. L'"Itala". I preparativi. Vigilia d'armi. La partenza.
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Il Principe Borghese aveva percorso in sei giorni cinquecento chilometri a cavallo, esplorando tutti i sentieri che conducono a Kalgan, e misurandone le incassature per mezzo di un bamb tagliato della larghezza dell'automobile. La Principessa Anna-Maria sua moglie, insieme ad una signorina amica, lo aveva accompagnato nell'aspra cavalcata, e le due signore, munite anch'esse dei loro bamb misuratori, avevano pure lavorato come semplici agrimensori alla verifica delle minime larghezze. In molti punti la strada si sdoppiava, si ramificava, ed era necessario conoscere tutti i passaggi per scegliere il migliore. Il Principe torn a Pechino con tutto un piano topografico nella sua mente.
Egli ha una mente prodigiosa. Su di essa rimane come fotografato tutto ci che gli occhi hanno visto. E tutto ci che le orecchie hanno udito. Nomi, date, frasi di lingue orientali, le cose pi difficili a rammentarsi, rimangono scolpite in quella memoria di ferro. Don Scipione non prende mai appunti; non ne ha bisogno. Il suo cervello trattiene e cataloga ogni cosa. Di una strada percorsa dieci anni prima egli pu dirvi: Al tal chilometro v' un albero cosi e cos. Viaggiando in paesi nuovi, a cavallo o in automobile, egli consulta le carte alla mattina, prima di lasciare una tappa, e raramente ha poi bisogno di riguardarle; ricorda i bivii, le orientazioni, le distanze, i nomi dei paesi, e li indica ai compagni di viaggio come potrebbe farlo una guida.
Se a noi fosse possibile di ricordare tutte le cose che abbiamo veduto, udito, e letto nella vita, possederemmo la pi vasta, varia e profonda cultura. Il Principe Borghese  infatti di una cultura rara; ed ha uno spirito sagace e freddo che a questa cultura ha messo un ordine. Nella sua mente presiede una calma che fa da bibliotecario. La calma, la riflessione, la logica, danno al suo pensiero una chiarezza matematica. Egli elimina tutti gli elementi emotivi che turbano la visione delle cose, che deformano il valore dei fatti. La sua potrebbe essere l'anima di un generale o d'un giudice. La simpatia per qualcuno  in lui un sentimento raro, ma la sostituisce con la stima, che forse vale di pi perch risponde a un merito. Ed egli sa conoscere i meriti; sa calcolare perfettamente la potenza d'un cervello o d'un braccio, la forza e la resistenza d'una macchina. La sua organizzazione della corsa Pechino-Parigi  tutta una dimostrazione di questa sua capacit di calcolo.
Al calcolo bisogna aggiungere la volont. Una volont che il Principe Borghese esercita su se stesso prima che sugli altri. Quando a chi collabora con lui in qualche impresa domanda un sagrificio, egli  il primo a compierlo. Per raggiungere uno scopo sa imporsi la fame, la sete, la fatica, dicendo: Non ho fame, non ho sete, non sono stanco. La sofferenza sua, e la sofferenza dei compagni, non hanno per lui alcun valore di fronte al fatto che bisogna raggiungere la mta. La sensibilit in certi casi non  che una dispersione d'energie. Egli attribuisce alla mta una importanza suprema.  come se avesse assunto con s stesso l'impegno assoluto di conseguirla, e non volesse mancarsi di parola a nessun costo. In ci  il segreto di tutti i grandi successi. Dove vuole arrivare egli arriva, impegnandovi razionalmente ogni sua attivit ed ogni mezzo del quale pu disporre. Ne fa una questione di amor proprio, cio di ambizione. E l'ambizione, se  un difetto negli uomini deboli,  una virt negli uomini di valore.  la forza motrice delle imprese pi belle ed audaci.
Vidi per la prima volta il Principe Borghese il giorno dopo che era tornato da Kalgan. Vestiva ancora l'abito khaki da viaggio, l'abito che avrebbe indossato anche in automobile, e che gli dava nell'insieme un po' l'aria d'un ufficiale inglese. Il sole e il vento della montagna avevano gi tinto il suo volto rasato, un volto asciutto e calmo da diplomatico di razza. Il Principe ha trentacinque anni. Il suo viso ne dimostra quaranta; il suo corpo, snello, vigoroso, elastico, ne dimostra venticinque. Questi sono gli svantaggi ed i vantaggi del gran sport della vita attiva all'aria aperta dove i muscoli si rassodano ma l'epidermide s'invecchia. Don Scipione s' dedicato con passione alle pi rudi forme dello sport. Alpinista ha vinto molte delle pi aspre vette alpine, anche senza guida, anche in pieno inverno, per amore dell'ostacolo. Gli piacciono gli ostacoli, perch gli piace di vincere. Egli non intende lo sport che come un esercizio delle facolt combattive. Dominare una montagna, o un cavallo, o un'automobile, addestra a dominare gli uomini. In queste lotte contro le difficolt che la sua volont si imponeva, ebbe le sue ferite. Una volta volle fermare un cavallo in fuga, fu travolto, e la vettura che il cavallo trascinava gli pass sulla testa; ne porta il segno. Un'altra volta, montando un cavallo indomito, cadde malamente di sella: fu raccolto svenuto, col naso quasi completamente distaccato, il volto imbrattato di sangue; un abile chirurgo rimise al posto il naso, lo ricuc alle gote. Ma un abile chirurgo non  sempre anche un abile scultore, ed ecco perch il naso del Principe Borghese  rimasto un po' asimmetrico. Egli scherzosamente se ne lagna, sparla del suo naso, lo accusa di arrossire ai mutamenti di temperatura come un termometro chimico; ma questi suoi giudizi sono eccessivamente severi. La leggiera anomalia fisionomica non  troppo visibile.
Ci salutammo come se ci fossimo sempre conosciuti. Una stretta di mano, e cominciammo a parlare della corsa. Come mai gli era venuta l'idea di prendervi parte? Semplicissimo. Ogni tre o quattro anni egli compie qualche gran viaggio, e quest'anno aveva deciso di recarsi appunto a Pechino, che non aveva mai visitato, e dove suo fratello Don Livio reggeva la Legazione d'Italia come Charg d'Affaires, Ed ecco che un mattino, a Roma, sfogliando i giornali all'ora del caff, lesse sul Matin della strana sfida. Sembrava ideata apposta per lui. Immediatamente telegraf alla fabbrica d'automobili "Itala" chiedendo se era pronta a fornirgli una macchina per questa corsa, della quale egli si assumeva tutta l'organizzazione, l'esecuzione e le spese. La risposta fu, naturalmente, favorevole, e allora egli mand al Matin la sua adesione. Intanto cominciava i preparativi.
Egli non partecip alle adunanze degl'iscritti a Parigi; mand soltanto un suo rappresentante (che fu Fournier, il vincitore della corsa automobilistica Parigi-Bordeaux) ad informarsi intorno alle pratiche necessarie per partecipare alla gara. Di pratiche non ve n'era che una: il versamento di 2000 franchi all'Automobile Club di Francia (Commissione dei concorsi). I 2000 franchi sarebbero stati restituiti a Pechino ai soli partenti. Per il resto, il Matin aveva gi fatto una comunicazione esplicita: "Non vi sono formalit alle quali assoggettarsi, n regolamenti dei quali imbarazzarsi. Si tratta di partire da Pechino per Parigi in automobile, e d'arrivare".
La macchina scelta dal principe fu una del comune tipo italiano 24-40 HP. Al motore e allo chassis non furono portate modificazioni. Soltanto gli angoli del telaio e le molle vennero rinforzati, e la macchina fu montata su ruote pi alte e pi forti delle ordinarie. Per offrire una maggiore resistenza agli affondamenti si munirono le ruote di pneumatici del massimo diametro, della fabbrica Pirelli di Milano. Il Principe teneva che tutto nella automobile fosse italiano. La carrozzeria consisteva in due sedili anteriori, per Borghese e il meccanico, e in un sedile posteriore per me. Ai lati del mio sedile erano assicurati, con cerchi di ferro, due lunghi serbatoi cilindrici per la benzina, capaci di 200 litri ognuno. Dietro al sedile, un cassone a credenza, come quelli dell'artiglieria, per gli attrezzi e i pezzi di ricambio. Sul cassone un alto serbatoio a cilindro destinato all'acqua. I bagagli dovevano essere assicurati con delle corde sopra al cassone e al serbatoio dell'acqua. La mancanza di spazio, e la necessit di non aggravare la parte posteriore dell'automobile gi troppo pesante, ci costringeva a ridurre i bagagli al minimo necessario: circa 15 chilogrammi per persona. Un serbatoio per l'olio, capace di 100 litri, era allocato sotto al mio sedile, e comunicava coll'esterno per mezzo d'un tubo di scarico munito di rubinetto. Sotto ai sedili anteriori, un gran ripostiglio era destinato alle provviste da bocca, consistenti in gran parte in carne di Chicago. Una singolarit dell'automobile erano i parafanghi, formati da quattro lunghe e solide tavole ferrate, tenute ai montatoi da una giuntura a cerniera, facili a smontarsi, e destinate a servire da passerella sui fossetti e sopra ai terreni paludosi e le sabbie. Nell'insieme la nostra macchina, cos dissimile da tutte le automobili che si vedono per il mondo, aveva un'apparenza singolare e formidabile. Pareva una macchina corazzata, un apparecchio da guerra.  vero che, per i grandi serbatoi di benzina, poteva anche sembrare un meno terribile attrezzo somigliante in modo vago ad un qualche complicato carro da inaffiamento....
Per i rifornimenti lungo il tragitto, il Principe aveva affidato l'incarico alla ditta russa Nobel di stabilire depositi da Kiakhta a Mosca, distanti in media 250 chilometri l'uno dall'altro. La benzina e l'olio che noi potevamo portare sarebbero stati sufficienti per mille chilometri, e questo bastava a concederci una certa libert d'itinerario. La famiglia Nobel  proprietaria di quasi tutte le miniere di petrolio siberiane, possiede in ogni citt della Siberia grandi depositi e stabilimenti di raffineria, ha sempre vagoni suoi speciali in moto su tutte le linee ferroviarie, e carovane di carri in moto su tutte le strade. Essa s'interessava molto all'esperienza d'una traversata automobilistica della Siberia, dalla quale poteva derivare un futuro sviluppo dell'automobilismo in quelle regioni, e un futuro bisogno della sua benzina. Nessuno avrebbe dunque potuto meglio della casa Nobel organizzare il nostro servizio di rifornimento, per il quale il lavoro cominci fin dal mese di marzo.
La Banca Russo-Cinese, che ha pure un interesse diretto ad ogni miglioramento delle comunicazioni e degli scambi nell'Estremo Oriente, si rese molto utile al Borghese fornendogli preziose informazioni sulle strade, sugli abitanti, sul costo delle cose necessarie. Fece di pi; si assunse l'incarico del trasporto della benzina e dell'olio attraverso la Mongolia, e incaric le sue sedi di Kalgan, Urga, Kiakhta, Verkhne-Udinsk, Irkutsk, di aiutarci in ogni modo che fosse stato loro possibile. La Banca Russo-Cinese, ci prepar veramente, lungo il principio della nostra strada, il conforto della pi cordiale ospitalit.
I preparativi erano completati dall'acquisto delle migliori carte delle regioni da attraversarsi: carte tedesche dell'"Ost-China"; carte dello Stato-maggiore russo, all'1 per 250 000 edite dall'Istituto cartografico di Pietroburgo; carta delle "Comunicazioni dell'Impero Russo" pubblicata dal Ministero delle Comunicazioni.
Ai primi giorni di Aprile il Principe, Ettore e l'Itala erano pronti a lasciare l'Italia, Dovevano imbarcarsi a Napoli sopra uno dei vapori del Norddeutscher Lloyd che fanno un servizio quindicinale per l'Estremo Oriente. Alla vigilia della partenza l'automobile e il meccanico erano gi a Napoli, e il Principe si tratteneva ancora a Roma per gli ultimi addii e gli ultimi affari, quando gli giunse un telegramma da Parigi la cui lettura gli fece dare un balzo di sorpresa.
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A Parigi l'obbligo di versare i 2000 franchi, aveva ridotto assai la schiera degli aderenti alla prova. Varie iscrizioni erano dovute solo al legittimo desiderio di vedersi nominati dai giornali. Chiamarsi e lasciarsi chiamare concorrente ad una corsa Pechino-Parigi era sufficiente per una ragionevole rclame: fare di pi sarebbe sembrato eccessivo. I rimanenti, i fedeli, si sentirono scoraggiati. Nelle lunghe discussioni si affacciavano nuove difficolt, nuovi problemi. Non v' che discutere un progetto per finire col trovarlo assurdo; la forza delle discussioni  l'obbiezione. L'entusiasmo si rinvigorisce con l'azione, ma si perde parlando. La parola  troppo ragionevole, prevede tutte le contrariet e gli ostacoli,  pessimista. Se si costringesse ogni eroe a discutere per un minuto l'atto valoroso che si accinge a compiere, non esisterebbe pi l'eroismo. Nelle imprese straordinarie bisogna lasciare al caso la soluzione di molte incognite; vi  sempre una parte d'ignoto che bisogna affrontare; occorre gettarsi nell'avventura con una certa dose di irragionevolezza. Questa irragionevolezza si chiama audacia. L'audacia  troppo contraria al buon senso, alla logica, per sopravvivere ad un prolungato esame critico. Ed ecco forse perch a Parigi gli aderenti alla corsa finirono per decidere di non farne pi niente, di lasciare il progetto allo stato di progetto rinunciando alla sua esecuzione. Il telegramma ricevuto dal Principe Borghese lo avvertiva della risoluzione presa. La Pechino-Parigi era morta.
Egli rispose: "M'imbarco domani a Napoli....". La sua decisione fece ritornare gli altri sulla loro. Un giustificato amor proprio li indusse a non lasciare il principe italiano a tentare da solo un'impresa ideata e proposta dalla genialit francese. E cos il 14 Aprile, a Marsiglia, gli altri concorrenti salivano a bordo d'un vapore delle Messageries Maritimes diretto a Shang-hai.
Erano uomini di valore, abili nella loro professione di chauffeur, scelti dalle ditte concorrenti fra centinaia di meccanici e chauffeurs che chiedevano di prender parte alla corsa. Cormier, uno dei conducenti delle De Dion-Bouton, aveva viaggiato con macchine di poca forza la Spagna e l'Ungheria, ed era un convinto della superiorit delle automobili piccole nel gran tourismo. "Otto cavalli - aveva dichiarato - otto soli cavalli di forza mi saranno sufticienti...", e ne ebbe dieci. Colignon, il secondo conducente delle De Dion-Bouton, era anch'esso provato in difficili corse di resistenza. Un interessante tipo d'ardimentoso era Pons, il conducente del triciclo Contal, che si disponeva con tutto l'impegno al suo difficile compito. Egli non avrebbe indietreggiato che di fronte all'impossibile. Era un uomo risoluto e buono, coscienzioso, pronto al sagrificio. A vederlo, a conoscerlo, si comprendeva che se per superare una difficolt fosse occorso del sangue invece che della benzina, egli avrebbe dato il suo sangue. Il piccolo gruppo francese era rallegrato dall'inalterabile e ingenua bonariet di Bizac, il meccanico delle De Dion-Bouton, ex-meccanico della marina da guerra, al quale della vita di bordo fra i motori giganti era rimasto un istinto della disciplina e della regolarit, un'indifferenza alla fatica e alla diversit dei climi. Era l'orologio vivente dei compagni, per i quali all'alba cominciava a funzionare da sveglia, inesorabile come il tempo, insensibile alle ingiurie che sfuggono inevitabilmente a chi  sottratto a viva forza alle dolcezze del sonno. Con la spedizione, due giornalisti: Du Taillis, francese, e Longoni, italiano.
Avevo conosciuto Du Taillis, alla Conferenza di Algesiras dove rappresentava il Figaro. Tante volte nella noia di quell'interminabile e inutile convegno diplomatico, l'incontro di Du Taillis rappresentava per me un quarto d'ora di gaiezza. Aveva degli aneddoti pronti su tutti e su tutto, e li sciorinava con uno spirito irresistibile. Era una sorgente di piccole notizie, di potins politici, di episodi diplomatici, che raccontava con un amabile scetticismo. Attraverso la sua parola e la sua penna divenivano interessanti persino le sedute nella famosa "Sala rossa" e prendeva risalto tutto quello che v' di ameno, di buffo, di risibile intorno a certi grandi e vuoti congressi internazionali. Ad un certo punto io lasciai la Conferenza per andare a Fez, e con la Conferenza Du Taillis. Ed ecco che un bel mattino ci riconoscemmo in Cina.
Da dietro gli occhiali d'oro la sua faccia sorridente, allargata da una rigogliosa barbetta bionda, mi osservava attentamente. Eravamo nell'atrio d'un albergo fra il va e vieni dei boys cinesi, dei mercanti di curiosit, degli stranieri attirati dalla colazione. Il mio collega era un po' trasformato in alto dalla presenza di un enorme cappello tropicale, e in basso da quella di due superbi gambali di cuoio. Ma il resto era normale, e non mi lasci alcun dubbio sulla sua identit. Ci slanciammo a salutarci cordialmente. Ci spiegammo reciprocamente le ragioni della nostra presenza sulla sacra terra dell'Impero Celeste, e sparlammo piacevolmente del Wai-wu-pu.
Longoni, un simpatico giovane, si trovava aggregato alla spedizione, credo, pi per amore dello sport che per dovere giornalistico. Egli doveva intraprendere il viaggio sopra una delle De Dion-Bouton.
Intanto si avvicinava la data della partenza.
Gli europei di Tien-tsin e di Pechino non parlavano d'altro ormai. Bisogna convenire che rimanevano ancora molti increduli nel pubblico. Due categorie d'increduli: gli assoluti che non credevano neppure alla partenza, e i relativi che credevano ad un immediato ritorno a Pechino dopo un vano tentativo di salire le montagne di Nan-kow. Certo, l'ascensione delle montagne presentava tali difficolt che il Principe Borghese stesso non si diceva sicuro di superarle.
Bisognava escludere la possibilit di percorrere l'intera strada di Kalgan usando del motore. E prima di tutto perch non esiste strada. Da migliaia d'anni le carovane di cammelli, di muli, i carri, i palanchini, recandosi da Pechino a Kalgan e da Kalgan a Pechino, hanno finito per tracciare dei sentieri, per ritrovare i passi meno difficili, modificando di tanto in tanto i loro itinerari a seconda che una frana chiudeva sul monte un vecchio sbocco o che una inondazione allagava in basso i viottoli della pianura. Era necessario trainare le automobili con muli e uomini. Usare della sola trazione animale sarebbe stato pericoloso perch troppo violenta; non si pu pretendere dal mulo uno sforzo intelligente, ora cauto, ora impetuoso. Gli uomini avrebbero fatto da regolatore. Ma anche trascinate, le automobili sarebbero potute passare per tutto? In molti punti il bamb del Principe aveva trovato appena lo spazio sufficiente, e in quei punti sarebbe bastato un piccolo errore di direzione per spezzare una ruota o rompere un'asse.
Vi  a Pechino un'antica impresa di trasporti, una specie di posta privata, alla quale si ricorre per spedire degli oggetti in qualunque parte dell'Impero. Essa gode di privilegi imperiali, possiede carri, cavalli, ha al suo soldo carrettieri e carovanieri. Il Principe Borghese le propose di assumersi l'incarico di portare l'automobile a Kalgan. E il direttore della impresa, un lungo cinese magro come un palo, si present alla Legazione Italiana per vedere il chi-cho. Lo seguiva uno stuolo di coolies armati di assi, di stanghe, di tutto quel colossale apparecchio che i cinesi adoperano per trasportare i loro pesanti sarcofaghi. Ad un cenno del lungo cinese tutti quegli uomini si precipitarono sull'automobile, con grande preoccupazione di Ettore, le applicarono l'apparecchio funerario, e la sollevarono per saggiarne il peso. Ma non poterono fare due passi, barcollando, che la macchina volle riprender terra facendo cadere qualcuno degli assalitori. L'uomo magro sentenzi: il chi-cho era pi pesante d'una montagna; sollevarlo sarebbe stato impossibile; ma se il nobile e venerabile signore Po (Borghese) riusciva a renderlo pi leggero di qualche migliaio di libbre, si sarebbe potuto trascinarlo impiegandovi 35 uomini e 4 muli.
Il nobile e venerabile signor Po lo content. L'automobile fu resa gi leggera di 500 chilogrammi, togliendole la carrozzeria, e sostituendola con un modesto sedile formato dall'ingegnoso adattamento d'una cassetta da imballaggio. Sui montatoi vennero fissate delle scatole con gli attrezzi. Ai parafanghi furono assicurati i picconi e le pale. Solide funi, grosse e sottili, trovarono un adatto collocamento nella cassetta-sedile, sulla quale venne disteso e legato un materasso da marinaio per renderla pi adatta al suo nuovo ufficio. E l'automobile apparve trasformata. Strana, semplice, snella, dava veramente l'idea dell'impeto e della risoluzione. Era scomparsa in essa ogni traccia di lusso, di comodit, aveva perduto l'ultima apparenza d'una cosa creata per divertire; sembrava nata per offendere; ideata per essere lanciata contro qualche nemico con tutto l'impeto della sua cieca potenza. Cos spogliata del superfluo, aveva una nuova bellezza: la bellezza della nudit. Anche quei picconi, quelle pale, quelle corde, le conferivano un non so che di audace. Era veramente una macchina pioniera. Si comprendeva che essa stava per andare dove nessun'altra era mai andata. Noi l'ammiravamo di pi, senza saperne bene il perch, e ci ripetevamo: Com' bella!
Fu deciso che i coolies e i muli ci avrebbero aspettato nelle vicinanze di Nan-kow. Per le automobili francesi e per la Spyker si era organizzato un eguale trasporto. A sorvegliare il lavoro dei cinesi la Legazione di Francia mandava un drappello di soldati pratici del paese. La nostra Legazione mandava cinque marinai. Il comandante la guarnigione italiana di Pechino don all'Itala la bandiera, una piccola bandiera di lana da pavese che venne subito innastata sull'automobile. E fu la nostra bandiera di combattimento.
Se in Cina v'erano ancora degl'increduli, pi ancora ve ne dovevano essere in Europa. Ne avevo un indizio dai telegrammi che ricevevo, i quali mi parlavano del "caso probabile che la corsa non avesse pi luogo". Rispondevo descrivendo brevemente i preparativi, e il telegrafo mi riportava fedelmente l'eco d'uno scetticismo inalterato. Io ne ero preoccupato; temevo veramente che in Europa ne sapessero pi di me. Correvo dal Principe.
- Che c' di nuovo? - gli chiedevo.
- Niente.
- Nessun ritardo?
- Nessuno.
- Si parte il dieci?
- Alle otto del mattino.
Finalmente cessammo dal dire "il dieci" per dire "domani". Fu vigilia di battaglia. I treni di Tien-tsin portavano ufficiali, residenti europei, signore, touristes. E portarono anche la banda musicale della guarnigione francese, che cominci subito ad inondare di armonie il quartiere delle Legazioni. Molte ore furono da me consumate nella difficile formazione d'un bagaglio che pesasse 15 chilogrammi e contenesse di tutto; mi aiutavano i boys dell'albergo in questo lavoro gigantesco. Intanto si diramavano per legazioni e alberghi gli ultimi ordini: "Adunata alle ore 7.30 a. m. nel cortile della caserma francese Voyron - Partenza alle ore 8 - Uscita da Pechino per la Dosh-man (una delle porte al nord della citt)". Io correvo a dei conciliaboli importantissimi con gli alti funzionari della amministrazione dei Telegrafi Imperiali per organizzare il servizio telegrafico; e trovavo dei bravi giovani cinesi, pieni d'una calma volont di fare, con i quali, fra una coppa di th e l'altra, mi trovai presto d'accordo. Gli uffici telegrafici della Mongolia sarebbero stati pronti a trasmettere le mie missive. Alla sera pranzi e brindisi d'addio. Il capo della polizia pechinese, un grave mandarino, per ordine della Corte si present al Principe Borghese a chiedergli quale era il nostro itinerario nell'interno della citt, al fine di predisporre un servizio d'ordine e fare annaffiare le strade. E fu poco dopo il suo arrivo che il Wai-wu-pu ci fece pervenire i passaporti. Quale miracolo si era compiuto nelle menti di quell'eccelso consesso?
Nel silenzio solenne della notte di Pechino, interrotto appena da un battere di tam-tam che s'avvicina e s'allontana ogni ora segnalando il passaggio d'una ronda dalla polizia, in quel grave silenzio che lascia giungere di tanto in tanto un misterioso distante suono di gong, io, agitato ed insonne, ebbi veramente un senso di dubbio. Sentivo l'atmosfera di Pechino; e la corsa mi pareva un sogno. Tutto quanto accadeva acquistava ad un tratto al mio pensiero le proporzioni dell'inverosimile. L'esistenza di un'automobile a Pechino mi appariva pi assurda di quella d'un palanchino sul ponte di Londra. Sentirsi a Pechino  come sentirsi lanciato indietro nei secoli, in una vita remota, immutabile. Quella civilt millenaria ha raggiunto una perfezione, ed ha voluto mantenerla arrestandosi. Una sola cosa cammina ancora: il tempo.  nell'aria una specie di torpore che ad un certo punto vi afferra e vince. Non c' europeo che vivendo a lungo laggi non diventi un po' cinese nell'anima. Si respira forse con la polvere sottile che cade da tante vecchie cose, quella dimenticanza del presente. Non riuscivo a pensare alla nostra Itala in corsa per le vie di Pechino e della Cina. "Alle ore otto partenza!", parole vane. Alle ore otto l'automobile sarebbe rimasta ferma, e i secoli futuri l'avrebbero trovata ferma allo stesso posto, trasformata in un monumento cinese come quelle enormi tartarughe di pietra che si vedono nelle corti dei templi, ornamento e simbolo.
Il giorno sorse grigio, nuvoloso. Un giorno di cattivo umore era. Fino dalla sera precedente il tempo s'era mantenuto splendido, ma durante la notte pareva che le divinit cinesi avessero deciso l'immediata inaugurazione della temuta stagione delle pioggie. 
- Piover? - chiesi al boy che era venuto a svegliarmi. 
Egli guard le nuvole:
- S, signore - rispose senza esitazione - piover prima di mezzogiorno.
- E dopo?
- Anche dopo. 
Portai la previsione al Principe Borghese. L'Itala era gi pronta avanti alla villetta del Ministro. Ettore aveva ancora qualche nodo da stringere, qualche legatura da rifare, e girava intorno alla macchina a gran passi, calzato d'un fiammante paio di stivaloni di cacciatore d'anitre. Alle sette i marinai di scorta erano partiti in ferrovia per Nan-kow; e alla sera precedente due carri, con i nostri bagagli e la carrozzeria smontata, avevano lasciato Pechino sotto la vigilanza di Pietro, il Ma-fu della Legazione. Non ci rimaneva altro da fare che aspettare l'ora di mettersi in cammino. Occupazione accasciante. Pareva che le sfere dell'orologio impiegassero delle ore a percorrere cinque minuti. Intanto scambiavamo parole di saluto e strette di mano. I nostri bravi e simpatici ufficiali erano intorno a noi esprimendo voti e auguri, e toccavano la macchina con gesti d'incoraggiamento come si fa ad un cavallo. Un frate cappuccino dalla aperta e onesta faccia da soldato, arriva in fretta, tutto ardente d'entusiasmo, e ci dice parole di benedizione.  il cappellano della guarnigione italiana e della Legazione.
Le sette e mezza! Un carabiniere giunge correndo dalla strada, e annunzia: I Francesi sono gi alla caserma!
- In macchina! - esclama il Principe, che con quest'ordine assume il comando della piccola spedizione.
Sull'automobile ci arrampichiamo in cinque. La principessa Anna-Maria (intrepida e appassionata viaggiatrice anche lei, che accompagn lo sposo in Persia, e della quale Don Scipione dice che "ama talmente i viaggi, che pur di viaggiare andrebbe persino in ferrovia"), Don Livio Borghese, Charg d'Affaires d'Italia, un cos simpatico e caro gentiluomo quanto colto ed abile diplomatico, il Principe Scipione, io, ed Ettore. Don Livio e la Principessa ci lasceranno alla prima tappa, a Nan-kow.
Non so per quale prodigio di volont e di equilibrio possiamo tenerci in quattro sulla cassetta da imballaggio promossa alla dignit di sedile. Ci afferriamo a delle corde, ai parafanghi, e come dei cavallerizzi mal sicuri prendiamo con gli occhi le misure per un eventuale piede a terra. Ettore, girata la manovella del motore, s' rannicchiato sul cassone della benzina, dentro una gomma di ricambio, e sembra un naufrago aggrappato al salvagente. La macchina romba. Il Principe, che tiene il volante, grida:
- Pronti?
S, pronti. L'automobile corre silenziosa sulla sabbia del viale.
- Buona fortuna! - ci gridano.
- Addio!
Al cancello della Legazione tutto il corpo di guardia  fuori, e saluta. La sentinella presenta le armi. Siamo sulla strada. Quale insolita animazione nel quartiere diplomatico, che dorme abitualmente fino alle dieci! Tutti i rickshas di Pechino sono in servizio, e arrivano correndo da ogni parte conducendo una preziosa clientela di dame e gentiluomini. Avanti alla caserma Voyron s'affolla una moltitudine di cinesi frammista a soldati d'ogni nazionalit. Trofei di bandiere ornano i muri, e festoni di verdura circondano i trofei. Un velario attraversa la strada; su di esso  scritto: Bon voyage! - "Bon voyage!"  la frase che si ripete da ogni bocca. Un malaccorto grida - Au revoir! - la gente ride.
La corte della caserma era gremita. Si sarebbe detto un pesage in un giorno di grand prix. Tutti gli stranieri vi si erano dati convegno. Il poco d'Europa e d'America che vive disperso nell'estremo Chi-li, si trovava riunito in quel punto. Era l'anima delle nostre razze che vibrava fra quelle mura. Qualunque fosse la sua nazionalit, ognuno sentiva un po' d'orgoglio per l'avvenimento che lo aveva chiamato. Vi era come una solidariet di cultura, d'educazione, d'istinto. Bisogna trovarsi lontano, isolati in mezzo ad altre civilt, per provare l'affrattellamento della civilt propria. Si celebrava una festa dell'Occidente nel cuore di Pechino.
Al personale delle banche, delle case commerciali, agli agenti dei sindacati, si frammischiavano con promiscuit cordiale addetti alle Legazioni, signore, ufficiali, ministri. Il ministro di Francia, il ministro di Olanda, quello d'Austria, quello di Russia.... S'incrociavano saluti in tutte le lingue.
Un vecchio dignitoso, piccolo, dalla caratteristica barbetta bianca, che gli dava qualche cosa di cinese, dallo sguardo vivo, energico, profondo, passava riverito fra la gente che diceva sottovoce: Anche Sir Robert  qui? - Era Sir Robert Hart, il grande economista. Ad un certo punto un palanchino si  fermato alla porta della caserma e ne  sceso un giovane dignitario, il mandarino Kwo, uno dei segretari del Wai-wa-pu, che s era ricordato finalmente di essere stato nominato, da Parigi, membro d'un ipotetico comitato cinese della Pechino-Parigi. Egli rappresentava alla cerimonia il Governo Imperiale, e lo rappresentava sventagliandosi attivamente e ripetendo: Good bye, good bye! ai partenti, ed anche agli altri.
L'Itala era rimasta ad aspettare sulla strada. Nel cortile, strette da un assedio di curiosit, stavano le due De Dion-Bouton, il Contal, la Spyker, in completo assetto da viaggio; le macchine francesi dipinte in grigio, l'olandese screziata di bianco, di rosso, di nero, coperta da grandi iscrizioni che dicevano l'itinerario futuro, le distanze, ed altre cose ancora. Un grande e antico cannone cinese, preso dai francesi all'epoca dell'assedio delle Legazioni  costretto a servire da ornamento al cortile della caserma nemica, vicino alle automobili offriva un curioso contrasto. Ma per l'occasione il vecchio cannone s'era ornato di bandiere e di verdura, e pareva far festa. S'era riconciliato anche lui, come il Wai-wu-pu. La banda suonava delle marcie militari, mentre i partecipanti alla corsa compivano la gradevole formalit di ritirare, dalle mani di un rappresentante della Banca Russo-Cinese, il deposito dei 2000 franchi versato a Parigi per l'iscrizione. Du Taillis si aggirava solo nella folla, e la sua faccia espressiva mostrava i segni d'una vaga emozione.
 l'ora.
I conducenti e i meccanici raggiungono le loro vetture. I motori rombano, e dai tubi di scarico si spandono dense nubi di fumo. La voce della folla si leva. Molti ufficiali che son venuti a cavallo, saltano in sella. Cento macchine fotografiche oscillano sulle teste in cerca della mira. Noi italiani corriamo a issarci di nuovo sull'Itala, che palpita e sussulta quasi impaziente di prendere la fuga. Le altre automobili escono dalla caserma.
Non v' disposizione di partenza; il caso ci fa ritrovare sulla strada in questo ordine: De Dion-Bouton guidata da Cormier, Spyker guidata da Godard, Itala, De Dion-Bouton guidata da Colignon, Contal guidato da Pons. Le automobili sono ferme. Si aspetta il segnale. Il concerto esce dalla caserma e si mette in testa al corteggio. La folla ci circonda e erompe in grida di entusiasmo. Una elegante signora, Mme Boissonnas, moglie del primo segretario della Legazione francese, assume con grazia l'incarico di starter.
Essa solleva la bandiera.
Segue un istante di silenzio nella moltitudine, durante il quale non si ode che la voce del motori. Il fumo a tratti ci circonda e ci isola.
La bandiera si abbassa.
Scoppia un fragore di petardi e di mortari. Ci moviamo in mezzo a questo rumore di battaglia. Partiamo. Siamo partiti.
La musica, marciando avanti a noi fa echeggiare i caldi accenti d'un canto marziale. Procediamo a passo d'uomo. Gli ufficiali a cavallo ci fiancheggiano. La folla ci segue urlando, sventolando fazzoletti e cappelli. Udiamo i nostri nomi ripetuti da voci amiche.
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Percorriamo la strada che fronteggia la Legazione austriaca, fiancheggiata da alti muri dall'aria claustrale, stretta come un sentiero di ronda. Saluti isolati ci giungono dai corpi di guardia, e le sentinelle, non potendo salutarci, ci sorridono. Giriamo l'angolo della Legazione italiana, e sbocchiamo fuori del quartiere diplomatico, sull'ampio viale che lo divide dalla citt nativa.
Quando la nostra automobile appare sul viale, scoppia un urlo formidabile. Il muro esterno della Legazione d'Italia  gremito di marinai nostri, che in piedi, come fossero sui pennoni delle loro navi, ci mandano il triplice saluto alla voce: Hurrah! Hurrah! Hurrah!
Sentiamo in noi un impeto strano, la sensazione di poter rispondere con un grido pi potente del loro, di poter spandere su tutta l'immensa citt l'ampia voce della nostra emozione: ma non sappiamo fare altro che scoprirci silenziosamente. E lo sguardo nostro corre con raccoglimento affettuoso lungo quella generosa e vigorosa schiera, che ci acclama dall'alto di spalti fortificati sui quali dovr forse un giorno salire per combattere.
Il concerto cessa di suonare e si tira in disparte. Il tumulto dei saluti si allontana. Nulla pi ci trattiene. "Avanti? - Avanti!" si gridano i guidatori, e le automobili aumentano gradatamente di velocit. I motori cantano in un tono pi alto. Dietro a noi gli ufficiali a cavallo si spingono al galoppo, ma la distanza si allunga e li perdiamo di vista.
E sulla strada, mantenuta sgombra da soldati cinesi, fra due ali di popolo muto, non rimangono che le cinque automobili, inseguentisi attraverso la Capitale dell'Impero Celeste ad una velocit che non vi fu mai vista, e che forse non vi si vedr mai pi.
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CAPITOLO 3. VERSO LA GRANDE MURAGLIA.
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La saggezza dell'ignoranza. Sui ponti di Cambaluc. I nostri coolies. A Nan-kow. La valle sacra. La Grande Muraglia si mostra.
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Un ordine della polizia era bastato a sospendere l'imponente e multiforme traffico di Pechino su tutto il nostro percorso - sopra quasi otto chilometri di strade. Le rudi carrette a due ruote, che sono le vetture pubbliche della citt, aspettavano in disparte, ammassate ai crocicchi ed agli sbocchi delle grandi vie laterali. La folla, disciplinata e ubbidiente, si teneva in rango, vicino alle basse e interminabili file di edifizi e di baracche che fiancheggiano le maggiori arterie pechinesi, addossata alle nere taverne fumose che alitano sui passanti un caldo odore di cucina all'aglio, schierata sulle soglie delle botteghe dalle facciate di legno scolpito, colorato, dorato, facciate che sporgono sulla via insegne originali, draghi, frangie di seta rossa, tabelle laccate piene di caratteri d'oro, tutta quella caratteristica confusione di colori e di forme che orna i negozi cinesi come per una festa quotidiana, e che si muove, oscilla, vibra, e pare si agiti al rumore.
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Era per le vie la solita popolazione dei mercati, trasandata e pittoresca, quella di tutti i giorni, e non gi una folla adunatasi apposta per vederci. Lo spettacolo d'una corsa d'automobili lasciava i buoni pechinesi assolutamente indifferenti. Eravamo guardati senza curiosit e senza ostilit. Molti ci degnavano appena d'un'occhiata. Pareva che non avessero visto altro in vita loro. Ne eravamo quasi umiliati. Ci aspettavamo di scorgere nella gente i segni della pi intensa meraviglia, e invece non scorgevamo che quelli d'una sublime noncuranza. I miracoli della nostra civilt non hanno neppure l'onore di sollevare l'attenzione d'un ragazzo cinese. Non c' pi nulla di europeo che possa sorprendere un figlio del cielo.  ammesso laggi che noi possediamo virt magiche, propriet misteriose per le quali animiamo organismi di acciaio capaci di ogni lavoro; la cosa  naturale e non v' pi da stupirsene.
Vi sono due categorie di persone al mondo che niente meraviglia: il grande scienziato, che conosce tutto, e il grande ignorante, per il quale tutto  un mistero. L'ignorante assoluto ha l'abitudine all'inesplicabile; ogni cosa sorpassa il limite delle sue nozioni; e niente lo sorprende poich tutto dovrebbe sorprenderlo. Il cinese  cos. Egli ha la tranquilla filosofia dell'inconsapevole, possiede la serena pace dell'ignaro, ed ha trovato in ci il vero secreto della felicit.
Siamo passati velocemente al nord del recinto imperiale, per un dedalo di viuzze. Delle guardie cinesi, dalla casacca piena di iscrizioni bianche, e il cappello di paglia elegantemente posato sul codino raccolto a chignon, ci mostravano la buona via con la punta del loro lungo bastone. Da sopra il muro giallo della citt imperiale ci apparvero un istante, lontano, le graziose pagode della Mei-shan, la "Montagna di Carbone", montagna eretta dal capriccio d'un imperatore nel suo giardino a dominare l'intera citt. Ed eccoci poco dopo sotto alle imponenti muraglie esterne, fra i bastioni della Dosh-man, giganteschi e severi, sormontati da uno di quegli alti castelli che difendono le porte di Pechino. Questa costruzione, un po' fortezza e un po' tempio, apre verso la campagna la triplice fila delle sue cannoniere a sportelli che la fanno somigliare al fianco d'un'antica fregata. Sotto la porta dobbiamo rallentare per l'acciottolato irregolare, rovinato dagli anni, solcato profondamente dalle ruote dei carri, un acciottolato che ricorda quello di Pompei. Tumultua intorno a noi la vita dei sobborghi, miserabile, gaia, spensierata.
Comincia la strada campestre, fra orti rigogliosi dai quali sporgono gli alberi quasi per offrire ai passanti ombra e frutta. Le automobili che ci precedono, una De Dion-Bouton e la Spyker, si sono fermate. Ci fermiamo anche noi. Il Principe Borghese  invitato a proseguire per il primo.
L'Itala si rimette in moto, e presto Pechino sparisce ai nostri sguardi dietro alle irregolarit del terreno e al folto degli alberi.
Allora soltanto ci viene in mente di guardare l'orologio. Siamo partiti in ritardo: sono le 9.25.
Il sentiero serpeggiava verso il nord, sabbioso, irregolare, traversato di quando in quando da ruscelli, a volte ampio come il letto d'un fiume, a volte invaso dal verde dei campi, nascosto da folti boschetti, i cui alberi annosi proteggevano tombe e iscrizioni sacre incise su grandi lapidi dritte fra l'erba alta. Non andavamo velocemente. L'automobile sobbalzava, oscillava, doveva scendere, salire, camminare inclinata, a seconda delle lievi asperit e delle ondulazioni del terreno; solcava la sabbia con molleggiamenti felini. "Mi piacciono - esclamava Don Livio - questi moti da belva!". Ma la belva, a tratti, pareva volesse scuoterci di dosso, e dovevamo abbrancarci con tutte le forze. Vedevamo fra i nostri piedi girare turbinosamente l'asse del cardano non nascosto da nulla; ci trovavamo a contatto diretto con la macchina; e sotto a noi fuggiva la strada confusamente, simile ad uno scorrere vertiginoso di nastri. Il volano, con quel suo girare cos rapido che produce un suono musicale, rasando il suolo ne soffiava via la polvere che saliva a nembi fra gli assi, fra le trasmissioni, e c'investiva dal basso, ci avvolgeva.
Non si poteva correre molto, e il motore si riscaldava. L'automobile  come quei cavalli vigorosi e vivaci che trattenuti dal morso sudano, sbuffano, soffrono, e che lasciati galoppare sembra si riposino. Anche le resistenze della sabbia affaticavano il motore. Simile ad un alito, sfuggiva il vapore soffiando dalla chiusura del radiatore. Dovevamo fermarci a immettervi acqua fresca. Ne domandavamo ai contadini, ed essi l'attingevano per noi ai pozzi numerosi, vicino alle loro casupole di fango - a quelle abitazioni povere della campagna cinese che si rannicchiano all'ombra di grandi alberi come in cerca di pace, e che, circondate dal lavoro e dalla prosperit dei campi, hanno una cos invidiabile aria di soddisfazione e di riposo. Con i secchi portati a bilancia sulle spalle, i contadini arrivavano, senza fare pi attenzione all'automobile che se si fosse trattato d'un mulo.
Attraversavamo villaggi, sporchi e rumorosi, brulicanti di gente seminuda: il costume estivo del cinese povero consiste spesso unicamente in un paio di brache e in un ventaglio. Domandavamo passando il nome del paese, per essere sicuri di non battere falsa strada:
- Questo  rr-li-tien?
La gente s'inchinava in segno d'assenso, ed approvava con ingenua contentezza la perspicacia delle nostre parole battendo il ventaglio chiuso sul palmo della mano. Pi oltre chiedevamo:
- Quanto  lontano Tsing-ho-pu?
Questa non  una domanda che in Cina possa avere una risposta unica.
- Cinque li! - ci gridava un vecchio mostrandoci le cinque dita della mano aperta.
Ma un suo vicino, con la stessa mimica, levava tre dita sole. E un altro esclamava convinto:
- Otto li!
- Tre, cinque, o otto? - domandavamo con una certa impazienza fermando l'automobile.
I nostri informatori arretravano d'un passo per misura di prudenza, e con un sorriso cerimonioso ci auguravano un felice viaggio.
Al fiume Tsing-ho, ci troviamo di fronte alla prima difficolt. L'antico ponte che lo attraversa  quasi inaccessibile all'automobile. Cerchiamo un guado, percorriamo la riva per tutti i versi sperando di trovarvi i segni d'un passaggio frequentato. Niente, non v' che una strada: quella del ponte.
 un ponte monumentale, uno di quelli che la tradizione europea attribuisce all'opera di Marco Polo; ma che forse non risale che ai Ming; un magnifico lavoro d'arte, tutto di marmo. I parapetti scolpiti, d'una eleganza che ha dell'europeo e che potrebbe giustificare la tradizione, uniscono graziosamente le due rive, formano un arco di ricchezza singolare, una superba centina bianca, una traccia di fasto, isolata nella primitiva rozzezza d'un paese che ha dimenticato la sua antica passione del bello e del grande. Enormi tavole di marmo formano la pavimentazione del ponte; ma il traffico le ha logorate e spezzate, il tempo le ha sconnesse. Sembra quasi che un lento moto della terra abbia nei secoli sconvolto quelle lastre tentando di sollevarle come dei coperchi di tomba. Il ponte si direbbe non sia stato pi toccato da mani di artefice da quando Pechino si chiamava Khan-baligh, "Citt del Khan", e Marco Polo la chiamava Cambaluc. Con quanto amore per la storia e per l'arte avremmo ammirato la reliquia di Cambaluc, se non avessimo dovuto farvi passar sopra un automobile da 40 HP. e di 1200 Kg!
Perch poi, le rampe di accesso al ponte sono scomparse, portate via dalle piene, corrose dalle pioggie, divorate boccone a boccone dal passaggio di milioni d'uomini, di quel torrente di umanit che per seicento anni  scorso su quei marmi. Ed ora si arriva al ponte per sentieri scoscesi in cima ai quali delle pietre cadenti formano alti gradini. Forse tutto il livello della campagna circostante si  abbassato per le alluvioni, e il ponte  rimasto sospeso ad indicare l'altezza alla quale si levava la terra cinese quando reggeva le glorie di Kubiai Khan.
Dovevamo mandare in cerca dei nostri coolies? far trascinare da loro con le corde la nostra macchina sulle pietre sepolcrali del vecchio ponte? Il Principe non vuole arrendersi cos presto all'ostacolo, gira, guarda, studia, trova i punti sui quali  possibile far passare le ruote. I famosi parafanghi sono smontati e disposti sui gradini per far da rotaie. Ettore, attento agli ordini, prende il volante, fa arretrare la macchina di cinquanta metri, e aspetta. Comincia a piovere, e le pietre bagnate rilucono.
- Via! - comanda Borghese, e indica: - Qui con la ruota destra, attento!
L'Itala si slancia, sale faticosamente la ripida salita, imbocca i parafanghi con le ruote anteriori. Ma la pioggia ha reso le tavole e le pietre scivolose; l'automobile scarta; i pesanti parafanghi premuti dai pneumatici sono proiettati via con violenza: subiscono il noto fenomeno del ncciolo di ciliegia lanciato con la pressione delle dita. E la macchina ricade immobile. Bisogna tentare di nuovo. L'Itala retrocede. Noi ci affrettiamo a rimettere a posto le tavole, ma Ettore esclama:
- Proviamo senza passerella!
E prende la rincorsa. Sale di balzo fino alle pietre. Dopo un istante d'esitazione le ruote anteriori sono montate sul piano del ponte. Ma l'automobile s' fermata; le ruote posteriori girano folli contro gl'informi gradini senza riuscire a salirli. Turbinano con velocit spaventosa limando la pietra con i chiodi dei copertoni, facendone sprizzare fughe di scintille. Ettore accelera a intermittenza il motore, che ha ruggiti affannosi e con ansimo impetuoso vomita nubi di gas, dense, bianche, acri. C'immergiamo in quel gas per spingere la macchina con tutte le forze; il soffio rovente dello scappamento ci alita sulle gambe. Non riusciamo, e ci tiriamo in disparte scoraggiati.
L'automobile, che certamente ha un suo amor proprio, voleva trionfare da sola. Ad un tratto le ruote cominciano a mordere, si fermano qualche istante quasi concentrando il loro sforzo, e lentamente salgono, salgono. Superano il primo gradino, il pi alto, poi gli altri. La macchina finalmente ascende fra le tavole di marmo, e qui si ferma e si riposa alcuni minuti. Poi intraprende, a passo di formica, il grande viaggio fra tutte quelle lapidi sconnesse, sostando di quando in quando per studiare dei passaggi lunghi un palmo, cercando il modo di non avere mai pi di una ruota affondata nei solchi, afferrata dalle commessure. L'automobile oscilla goffamente, lentamente, va gi, va su, qualche volta retrocede di un passo per mutar direzione, ha tutta l'aria d'una enorme testuggine, con la larga corazza che quasi tocca il suolo e le quattro zampe discoste, forti e caute.
La discesa all'altro sbocco  facile, ma piena d'interesse.  la prima volta che vedo un'automobile impegnata in un simile lavoro. Il poderoso apparecchio ideato per le corse folli a velocit inaudite, discende delle scale con la timida attenzione di un bambino. Il mostro adopera tutta la sua forza a trattenersi. Pare che veda il pericolo, che calcoli le altezze; avanza le sue ruote con precauzioni infinite, le posa dolcemente sui gradini inferiori, senza un urto, senza uno sbalzo; e discende da colosso intelligente che sa mettere il potere al servizio della prudenza. Impiega dei minuti a percorrere un metro, finch non scorge avanti a s la via libera. Allora, d'un colpo, come in un trasporto di gioia, si lascia andare velocemente; e pare quasi non voglia fermarsi pi, mentre noi gli corriamo dietro gridandogli: Basta! Alt! Ehi, alt.
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Riprendemmo la corsa per il sentiero campestre, sotto una pioggia sottile e assidua che cominciava a fabbricarci del fango, a crearci delle pozze e dei modesti pantani. Attraversavamo ponticelli rustici, simili a quelli che i ricchi cinesi amano mettere per bellezza nei loro giardini, correvamo lungo viottoli incastrati fra alti bordi erbosi coronati di salici, i cui rami penduli gocciolavano sulle nostre teste; la variet del paesaggio ci annunziava l'avvicinarsi delle colline, la fine della grande pianura pechinese, di quel mare verde sul quale i ciuffi d'alberi celanti i villaggi sembrano isole. Nella bruma scorgevamo gi qualche pallida altura sormontata dal caratteristico profilo d'una pagoda.
Improvvisamente vedemmo biancheggiare avanti a noi la balaustrata di marmo d'un altro ponte antico, pi grande del primo, gettato sullo Shi-keao-ho. Scendemmo di macchina esprimendo qualche vago rancore contro la magnificenza di Cambaluc. E ricominci la manovra dell'assalto al ponte e della sua conquista. Fortunatamente l'automobile s'era formata una certa pratica in fatto di ruderi, e in venti minuti pot compiere la sua passeggiata archeologica fino alla riva sinistra del fiume.
Qui ci vedemmo circondare da una folla di cinesi, coperti da strani berretti, che ci salutava amichevolmente. Domandammo dell'acqua fresca, e l'acqua arriv, in secchi, in pentole, in cuccume. Un bel vecchio dalla fisionomia tartara si fece largo, e ci invit a prendere il th nella sua casa. Si mostr afflitto pel nostro rifiuto. Ci confid d'essere nostro amico. Tutta quella gente era nostra amica. Come mai? Avemmo la spiegazione di questa simpatia quando ci mostrarono fra gli alberi, con una certa fierezza, la loro moschea. Erano cinesi maomettani. Il vecchio era il loro capo e il loro sacerdote. I cinesi maomettani si sentono, per la loro religione, pi vicini a noi che ai loro connazionali. Sanno che la base della nostra fede  il Vecchio Testamento, ed essi credono al Vecchio Testamento, arrivato loro per la via del Turkestan, un po' trasformato strada facendo, un po' cinesizzato all'arrivo, ma intatto nella sostanza.
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Rivolgemmo al venerando sacerdote qualche saluto in arabo - la sua lingua sacra - ed aggrappati alla macchina fuggimmo rapidamente, lasciando lui e la sua gente immobile a guardarci sparire estatici come avanti a qualche apparizione biblica.
Non pass molto tempo che all'orizzonte vedemmo le strane vette dei monti di Kalgan, lontani, incerti, sbiaditi. Intorno a noi delle colline nude si sollevavano, ci stringevano. Alla nostra destra si apriva quel superbo anfiteatro di monti, regolare e solenne, nel quale dormono gli imperatori dei Ming. Non v' al mondo un pi grandioso cimitero di sovrani. Non sono i templi, gli archi, i giganteschi simulacri che lo rendono imponente:  il luogo.  la valle, sterile e chiusa, che assume tutta l'indicibile maest di una tomba. Una tomba di semidei, che ha per recinto un cerchio di montagne. Qualche volont sovrumana pare che le abbia disposte cos, per adunare dell'ombra e del silenzio sopra al gran sonno sacro ed eterno di una dinastia.
Ci accorgevamo di trovarci in vicinanza di luoghi venerati; come nei dintorni d'un tempio, spesseggiavano le pietre commemorative, coperte di antichi caratteri, erette sul dorso di enormi tartarughe o di draghi di marmo, o sopra basi a fiore di loto come il piedestallo di Buddha. La strada si faceva sempre pi difficile, sassosa, d'un aspetto gi quasi montano, quando incontrammo i nostri coolies. Avevano invaso un piccolo villaggio, e, vedendoci, si precipitarono in disordine sul sentiero.
Li comandava un vecchio capo che, quale insegna del suo grado, portava uno stendardo bianco con sopra scritto: "Ascoltate la voce paterna", per significare forse che gli era dovuta obbedienza. Al fine poi di rinforzare la voce paterna, il vecchio s'era munito di un fischietto di metallo, legato al collo da uno spago. Gridammo a questa gente di proseguire la strada, e li lasciammo indietro. Volevamo adoperare il motore fin dove era possibile.
Distinguevamo or bene la gola di Xan-kow, angusta come una fenditura, fra due montagne scoscese, rocciose, sulle cui vette irregolari si ergevano torri di antiche fortezze. Altre montagne snodavano intorno la linea capricciosa dei loro dorsi; e nel pallore malinconico del giorno piovoso, il panorama aveva un non so che di truce. Sotto al sole sarebbe sembrato soltanto selvaggio. I fianchi delle alture apparivano inaccessibili. Scendevano ripidi quali bastioni. Parevano pronti a respingere.
Nan-kow significa "Bocca del Sud".
Vi sono dei paesaggi che si direbbero creati per la lotta degli uomini; territori di guerra, luoghi ove la natura aiuta l'offesa e la difesa, tetre regioni sconvolte dalle quali emana un senso di ostilit, che hanno valichi da sorpresa e passi da imboscata. Nan-kow ha questo aspetto feroce. I tempi delle invasioni sono lontani, i fortilizi sulle vette rovinano pietra a pietra, e intorno vive il popolo pi pacifico del mondo, e pure quella cupa vallata evoca da sola, per le sue forme, un pensiero di assalti e di carneficine quasi che le montagne che la chiudono non fossero che muraglie immani d'una titanica fortezza.
A sei chilometri dal paese, che sta all'imboccatura della valle, abbiamo dovuto fermarci. Da quel punto la strada e il letto del torrente che scende dalla gola di Nan-kow, non sono che una cosa sola. Ciottoli, sabbia, macigni, pozze d'acqua. Abbiamo aspettato i nostri uomini. Sono arrivati correndo, felici d'impossessarsi del chi-cho. Forse temevano che sfuggisse portandosi via le loro speranze di guadagno. Sono arrivati come un'orda di predoni, urlando. Quale strana accozzaglia di costumi e di acconciature! Sacchi di grossa lana a forma di ponchos (che sono gl'impermeabili del carovaniere cinese), camiciole azzurre, bianche, grigie, egualmente lacere, cenci messi a turbante, cappelli di paglia a paralume, stracci d'ogni forma e d'ogni genere, indumenti che dovevano aver servito a generazioni; un insieme da Corte dei Miracoli. V'erano dei vecchi, dei giovani, dei ragazzi; dei cinesi e dei tartari: tipi di mendicanti e tipi di mandarini, un miscuglio di miserie vecchie e di miserie recenti; schiera di bisognosi di ogni ceto arrolati chi sa come, cercati in fondo in fondo all'enorme formicolamento umano di Pechino, venuti a trascinare un'automobile per guadagnarsi in quattro giorni di che vivere un mese, sereni, lieti, ciarlieri, soddisfatti.
Il vecchio capo agitava la bandiera e soffiava nel fischietto a gote gonfie. Il fischio significava; Pronti! Ettore leg solidamente le corde grosse alla parte anteriore del telaio, a quei due bracci che sporgono in ogni automobile per imperniare le molle, e un minuto dopo due lunghe file di uomini curvi, attaccati alle funi, tiravano a lenti passi la greve macchina, che altri uomini spingevano. Pioveva sempre. A momenti l'automobile, avanti ai grossi ciottoli, si fermava di colpo; s'impuntava come una bestia restia. Allora i coolies, bruscamente trattenuti un istante con un piede in aria, riprendevano lo sforzo, cantando per essere pi uniti. Cominciava il vecchio, con una voce da bonzo orante, a modulare una cantilena, e tutti gli altri, al ritornello, urlavano in coro: La, la-la! - "Avanti, avanti!" - e tiravano. Il capo nel suo canto improvvisava; diceva quel che gli passava per la mente:  il tono e l'aria che contano, non le parole. Gli uscivano dalla bocca cose buffe che mettevano gli uomini in allegria, e nel la, la-la si sentiva fremere a volte lo strano accoppiamento della fatica e della letizia.
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Quando la vettura aveva superato un piccolo ostacolo, per l'impulso ricevuto prendeva delle sbite rincorse; aveva l'aria di ribellarsi, di voler inseguire tutta quella strana gente; le corde si allentavano, ed i cinesi, contenti, sgambettavano, saltavano, vociando e ridendo; si divertivano come ad un giuoco; percorrevano cos, tumultuosamente, un po' di strada, finch non si ritrovavano afferrati alle funi nuovamente tese ed immobili. Quel gruppo di uomini ci interessava. Essi non erano dei facchini: erano soltanto dei poveri; non rappresentavano una classe: rappresentavano il popolo. Era il grande popolo cinese, con le sue miserie e le sue virt, che vedevamo al lavoro. Il bisogno, la spensieratezza, l'indifferenza, la semplicit, la pazienza, l'attivit, tutte le qualit e tutti i difetti d'una razza, celati sotto un'apparenza sordida e sinistra, erano attaccati alla nostra macchina. Il vecchio precedeva solennemente la carovana col suo stendardo.
I monti dirupati di Nan-kovv ci sovrastavano all'entrata della gola. Il villaggio  addossato alla Nan-shan, la "Montagna del Sud", che scende a strapiombo sulle case, e, vista dal basso, pare si chini a guardare chi passa nella valle. Fin sulla vetta si arrampicano muraglioni merlati, antiche difese che derivano dalla Grande Muraglia, rimaste quasi intatte perch quasi inaccessibili all'uomo. La loro distruzione  affidata unicamente al tempo, e il tempo  infinitamente pi benigno dell'uomo verso le grandi opere. Il villaggio di Nan-kow si presenta come un ammucchiamento di sassi. Le case, basse e rozze, sono fatte di ciottoli, e lungo le loro fronti corrono alti marciapiedi composti di macigni; il mezzo della via  lasciato per le inondazioni. Un muro da vecchio fortilizio chiude l'abitato. Entriamo, per la sua porta bassa, profonda, buia, nell'unica via del paese. Ha cessato di piovere, e per qualche minuto il sole si affaccia fra le nubi a far sprizzare bagliori dalle pietre bagnate. La gente si fa sugli usci e guarda.
Sembra gente di altra razza. Sono i montanari della Cina, grandi e forti. La loro fisionomia ha la fiera impronta della stirpe tartara. Questa piccola popolazione isolata fra inospitali scogliere, fa pensare ad una guarnigione messa in altri tempi a guardia del passo e dimenticata. E forse veramente discende dalle soldatesche tartare stabilite l dopo la conquista mancese, soldatesche le quali, col trascorrere del tempo, avranno abbandonato e- perdute le armi inutili senza abbandonare il loro posto, inconsciamente fedeli ad una consegna secolare.
La prima giornata di marcia  finita. Sono le due e tre quarti quando entriamo nel piccolo albergo cinese che Pietro, il Ma-fu, ha scelto per nostra residenza. Abbiamo percorso soltanto sessanta chilometri. I nostri marinai ci sono intorno festanti; ci annunziano che i bagagli sono giunti sani e salvi, che un buon fuoco per asciugarci  acceso nella miglior camera, che dei polli stanno cuocendosi: tutte notizie confortanti. L'Itala trova posto fra i carri, i muli, i cavalli e i carovanieri che ingombrano la prima corte e vi creano la caratteristica, sbalorditiva confusione d'ogni albergo cinese.
Ci rechiamo pi volte nel pomeriggio fuori del paese, sulla strada percorsa, sperando d'incontrare le altre automobili: saliamo sulle mura merlate dalle quali lo sguardo si spinge lontano nella pianura, ma fin dove arriviamo a vedere, la solitudine  assoluta.
Alle quattro osserviamo un gruppo di gente che sale al villaggio; viene dalla stazione ferroviaria di Nan-kow, lontana due chilometri; trascina qualche cosa. Trascina il triciclo Contal. Pons e il suo meccanico, affannati, sudanti, lavorano anch'essi al trasporto della macchina. Sul volto di Pons vedo una preoccupazione dolorosa. Appena fuori della porta di Pechino egli ha dovuto rinunziare a proseguire la via. Il triciclo che pu essere eccellente sulle buone strade,  inutile sulle cattive. Esso ha due ruote direttrici e una motrice; sulle prime grava il peso del veicolo; vi  dunque una enorme resistenza ed un piccolo appoggio per l'impulso; basta una qualche difficolt del terreno perch la ruota motrice giri a vuoto strisciando sul suolo. Pons  stato costretto a tornare indietro e caricare la sua macchina sul treno, deciso a raggiungere ad ogni costo la Mongolia dove spera di trovare un terreno favorevole.
Poco dopo il tramonto Nan-kow dormiva gi. Sdraiato sul kang, avvolto in una coperta da marinaio, nella notte insonne io continuavo col pensiero il grande viaggio; mandavo avanti la fantasia in esplorazione. Rumoreggiava lontano il torrente, il cui corso avremmo dovuto risalire fra i dirupi. Sul tardi la sua voce  stata coperta dallo scrosciare della pioggia che ricominciava a cadere violenta.
E delle grosse goccie, spinte dal vento, venivano a battere sulla carta delle imposte con un tamburellamento di dita.
Pioveva ancora quando Pietro  passato a destarci, munito di un lanternino di carta; pioveva all'alba; pioveva quando ci siamo decisi a partire, dopo un'inutile attesa del bel tempo. I coolies erano pronti fin dalle tre del mattino. Alle 7.25 lasciavamo Nan-kow. La Principessa era rimasta all'albergo per ritornare a Pechino in ferrovia. Don Livio ci accompagnava fino alla Gran Muraglia.
All'automobile era attaccata l'orda cinese, e con essa tre bestie volonterose. L'agenzia dei trasporti pechinese aveva promesso di fornire quattro muli, ma a Nan-kow ci aveva fatto trovare un mulo solo, fiancheggiato da un vecchio cavallo e da un piccolo asino bianco. Un rappresentante dell'agenzia, alle rimostranze del Principe, aveva assicurato solennemente, chiamando gli dei a testimoni, che le tre bestie sarebbero state capaci di trascinare da sole il chi-cho in capo al mondo; e noi, che volevamo lo trascinassero soltanto fino a Kalgan, ci contentammo.
Al momento della partenza i buoni abitanti di Nan-kow hanno voluto salutarci, dando fuoco ad alcuni petardi. Cos vuole l'uso; il cinese solennizza le feste con dei rumorosi fuochi d'artificio; e quando vuol rendere omaggio a qualcuno, dispone fuori dell'uscio un paio di mortaretti, e al momento opportuno pum! pa!  il colmo della deferenza.
Pochi minuti dopo il paese spariva ad uno svolto della valle. Il sentiero comincia subito a salire, e prende l'aspetto d'una cordonata, con dei gradini bassi e larghi ognuno dei quali costringeva i coolies ad una ripresa del la, la-la, e procurava alle bestie un minaccioso scocchio di frusta. Il vecchio dallo stendardo era naturalmente all'avanguardia. I marinai fiancheggiavano l'automobile, dando di tanto in tanto un buon colpo di spalla alle ruote come si fosse trattato d'un cannone da portarsi in posizione sulla cima d'una montagna. Ettore, solo sulla macchina, immerso fra le pieghe d'un incommensurabile costume da pioggia che lo faceva sembrare un pescatore bretone, teneva il volante con l'attenzione d'un timoniere alla ruota, e comandava le sue schiere a colpi di tromba. Un colpo: avanti! due colpi: Alt!, ma le schiere avevano spesso bisogno di segnali duplicati, e da allora la tromba dell'Itala cominci per la fatica ad ammalarsi di una raucedine che doveva renderla muta. Pietro chiudeva la marcia, a cavallo, il capo coperto da un enorme cappello di paglia il quale, per un ingegnoso adattamento di nastri, aveva preso la forma civettuola di un cappello da signora, stile direttorio. Il degno Ma-fu portava quella cuffia elegante con molta dignit. Conveniamone, mai un corteggio pi singolare  sfilato per i passi della Grande Muraglia. Quando avr aggiunto che Don Livio, Don Scipione ed io ci riposavamo di tanto in tanto dell'ascesa cavalcando due minuscoli somarelli, cos bassi che i nostri piedi strisciavano in terra, cos corti che i nostri impermeabili li nascondevano con una grandiosit da toga, avr aggiunto un particolare della massima importanza per l'esattezza storica.
Il paesaggio variava ad ogni momento. In alto era uno sdoppiarsi di vette scoscese, sterili, sempre pi strane. Nubi basse e scure le rasentavano, e la bruma pallida le faceva sembrare pi lontane e pi grandi; accresceva la loro sinistra imponenza. In basso il torrente ora calmo come un ruscello, mansueto, serpeggiante a fianco del sentiero fra cespugli verdi e gruppi di salici, ora violento, vorticoso, sprofondato in strette gole sulle quali ci affacciavamo cautamente dall'orlo della strada. Linee di antiche fortificazioni scendono ogni tanto dalle creste dei monti fino in fondo alla valle, risalgono, spariscono lontano verso altre vette. Sono mura merlate che proteggevano sentieri di ronda, difese secondarie a tergo della Grande Muraglia, sbarramenti giganteschi. Fra due di questi immensi schermi, un grande villaggio: Ku-yung-kuan.
Ne abbiamo passate le mura alte e nere, e ci siamo trovati di fronte ad un meraviglioso arco di marmo, delicatamente scolpito a fregi e a figure, un arco che da lungi si direbbe latino, giganteggiante sulle misere abitazioni del villaggio, ultimo resto di chi sa quali grandezze, e quali ricchezze. Ku-yung-kuan era una sede di comando nei tempi d'oro dell'Impero, e allora i mandarini militari, come i consoli di Roma, uccidevano i loro ozi circondandosi di magnificenze.
Mentre riprendevamo l'ascensione siamo stati raggiunti e sorpassati da una sedia a portatori sulle spalle di un frettoloso gruppo di uomini. Nella sedia, con l'ombrello aperto, era un europeo che gli abitanti riverivano con deferenza. Passandoci vicino egli ci ha salutati in inglese. Abbiamo sbito saputo che si tratta di un uomo celebre nella regione; tutti lo conoscono e lo rispettano. Lo chiamano il "Vecchio Signore che fora la montagna". Pietro, che se ne  informato, ci ha spiegato la cosa. Gi saprete che i mercanti cinesi si sono accorti che la ferrovia, se pu dar noia agli spiriti degli antenati,  tuttavia un eccellente affare; persuasi di questa verit, molti mercanti e banchieri cinesi di Pechino hanno pensato di costruire una ferrovia assai necessaria al commercio, e senza lasciarvi intervenire in alcun modo lo straniero: capitali cinesi, lavoro cinese, direzione cinese. E cos si  formata la Compagnia cinese della ferrovia Pechino-Kalgan, che ha gi attivato il servizio fino a Nan-kow. Anche gl'ingegneri, naturalmente, erano figli del cielo, laureati in America. Tutto  andato bene finch i lavori si sono svolti nella pianura; ma arrivati alle montagne gl'ingegneri figli del cielo si sono trovati in seri imbarazzi. I tunnels crollavano; dopo ogni crollo erano riscavati con tutte le regole, e tornavano a crollare; la costanza degli eccellenti cinesi lottava inutilmente contro l'ostinazione delle loro montagne. Non mancava chi riconosceva in ci tutti i segni d'una protesta del Drago, il cui immenso corpo forse era ferito dalla perforazione: la prova si rivelava dal fatto che la montagna schiacciava degli uomini. Era evidente la vendetta. Ma il Drago oggi perde credito fuori delle sfere ufficiali. I mercanti pensarono che forse le diavolerie d'un ingegnere dell'Occidente avrebbero potuto venire a capo della testardaggine dei monti di Nan-kow; erano i tempi nei quali anche in Cina giungeva notizia del Sempione. Cos la Compagnia si rassegn alla profanazione, e chiese alla Pechino-Hankow un buon ingegnere in prestito grazioso, affidandogli la direzione dei lavori. In conseguenza, fra le gole della Gran Muraglia fece la sua apparizione il "Vecchio Signore che fora la montagna" sulla sua sedia gestatoria.
La salita era faticosa, e concedevamo spesso un meritato riposo agli uomini; essi, al segnale di sciogliere le righe, abbandonavano le corde e si sparpagliavano allegramente intorno, per ricomparire all'improvviso al primo fischio del vecchio. L'asino, il mulo e il cavallo, insieme e in perfetto accordo, andavano a brucare l'erba trascinandosi appresso le lunghe tirelle imbrattate di fango. E l'automobile rimaneva sola sul sentiero, puntellata con sassi sotto le ruote, tutta bagnata, melanconica, umiliata, con la bandiera affloscita. I marinai erano felici, com' sempre felice un marinaio che fa una scampagnata, anche se piove.
Erano cinque uomini scelti per la forza e per l'abilit. Cinque atleti sapienti. Uno era meccanico e fotografo; aiutava Ettore durante la marcia a sorvegliare i passi della macchina, e alle soste ci compariva davanti armato d'un cavalletto, d'un panno nero e di una enorme macchina fotografica, tirati fuori chi sa da dove; e da quel momento eravamo sotto la vigilanza del suo obbiettivo che ci seguiva severamente come un occhio ciclopico. Un altro era infermiere e cuoco, prezioso ai malati e pi prezioso ai sani, sempre disposto a fasciarci scientificamente una scorticatura ed a presentarci una frittata fumante, scientificamente dosata. Un terzo era elettricista. Un altro carpentiere. L'ultimo parlava cinese, con una corretta pronunzia siciliana, era stato a Kalgan con la colonna internazionale che vi arriv nel 1900, e conosceva la strada come un pilota. Tutti possedevano l'invidiabile virt del buon umore; ogni cosa pareva creata apposta per renderli felici. La pioggia insistente, che penetrandoci persino sotto l'impermeabile portava in noi come una gelida infiltrazione di tristezza, la pioggia stessa li rallegrava. Nell'acqua trovavano il loro elemento favorito. Con le uniformi di tela zuppe e incollate alle spalle, sgambettando nelle pozze, essi burlavano la tempesta. Cari compagni, e fiera scorta a quella nostra piccola bandiera; pronti a ridere, e pronti, all'occasione a battersi.
Un rauco suono di tromba, un fischio, un accorrere di uomini, un canto di moltitudine, uno schioccare di frusta, e la marcia continuava. Su, su, per la valle che sembrava senza fine, la valle di Ku-yu-kwan, sempre pi aspra.
Improvvisamente la valle si restringe. Pare che si chiuda. Si ha l'impressione che non esista un'uscita, che le montagne si siano avanzate a barrare il passo. Non si scorge al primo momento un'angusta gola che s'apre alla destra, una specie di fenditura fra scogli a picco, larga una quarantina di metri, un vero corridoio fra pareti di roccia. Avevamo percorso un paese tetro; in quel punto entravamo nell'orrido.
Da epoche immemorabili gli uomini debbono aver avuto paura di quel paesaggio, poich lo hanno considerato sacro.  sacro, forse perch la gente pass sempre di l con la preghiera sul labbro: quel luogo invita alle invocazioni. La montagna  gi per se stessa un mistero alle menti semplici,  uno slanciarsi della terra verso il cielo; le grandi vette sono in contatto con la divinit. In quel punto, in mezzo ai monti, si apre una porta. Tutte le stirpi che l'hanno varcata vi debbono aver riconosciuto il segno di una volont suprema, un'opera divina creata per ragioni imperscrutabili, e perci terribili. Quegl'immani stipiti di basalto dovevano significare alle fantasie l'imposizione di un limite. Al di l v'era qualche cosa alla quale bisognava prostrarsi. V'era dell'ombra infatti. Le genti l'attraversarono con raccoglimento, come in un tempio. E la valletta divenne un tempio circondato dalla desolata maest della solitudine.
Fu ed  rifugio di eremiti. Ogni cavit della roccia  un santuario, e vi si vedono scolpite massime sacre in antichi caratteri cinesi, ed altre, pi antiche ancora, in tibetano, in mongolo, in mancese. Traccie della devozione di folle lontane. In alto, sopra una delle pareti di roccia,  sospesa una costruzione strana, un piccolo tempio pensile, il sacrario di una divinit allocato in un nido d'aquila; vi si sale per lunghe serie di gradini scavati nello scoglio, nascosti qua e l dai cespugli. Pi addentro nella gola, un altro tempio sospeso, un altro rifugio della fede, vecchio di secoli, cadente. Sulla montagna, in punti inaccessibili, rimangono segni di simili costruzioni scomparse, crollate sotto i colpi delle bufere che, scendendo dal nord, s'ingolfano nella valle e v'infuriano cercando una fuga. Sopra dei macigni, franati gi dalle vette, il pio scalpello dei rozzi artisti primitivi ha impresso l'effige del Buddha, ha ricercato nei contorni del sasso i contorni della statua, ha dato alle pietre la fisionomia austera e serena della dolce divinit. Qualche enorme immagine di Buddha  scolpita sulla montagna stessa, prodigiosamente. Si vedono alcuni resti di templi che non esistono pi, qualche troncone di colonna, e di pilastro. Non v' una sola traccia del lavoro umano che non sia un'affermazione di fede. Passando di l ogni anima ha detto: Credo.
Quella via ha un'importanza religiosa: per essa  disceso il Lamismo. Dal cuore dell'Asia, sorgente di religioni, delle onde di devozione sono colate per quelle valli a trascinare anime cinesi a nuovi culti. Non  raro incontrarvi strani pellegrinaggi. Quando il Principe Borghese esplorava il cammino di Kalgan, s'era imbattuto alcuni giorni prima, per quei luoghi, in un penitente dalla testa rasa, dalla lunga tonaca grigia, il quale percorreva la via orando e genuflettendosi a baciare la terra ogni tre passi, regolarmente. S'inform di lui. Il pellegrino era diretto a Urga, alla Citt Santa; avrebbe in quel modo attraversato la Mongolia e il deserto di Gobi. Avrebbe percorso mille e trecento chilometri baciando il suolo ogni tre passi. Le popolazioni sono ospitali e pietose verso questi stravaganti pellegrini, i quali alla sera interrompono il loro lavoro, depongono una grossa pietra sul punto al quale sono arrivati, per ritrovarlo al mattino, e se ne vanno al pi vicino villaggio a riposarsi della santit.
Ci venne fatto di pensare che anche noi, dopo tutto, stavamo compiendo uno strano pellegrinaggio. Anche noi avevamo fatto un volo singolare, e lo adempivamo con fede. Se l'uomo dai tre passi, alla sua volta, avesse fatto chiedere al Principe Borghese la ragione del suo viaggio, udendola si sarebbe certo meravigliato profondamente, nella sua saggezza.
Passato un villaggio, Pa-la-ling, abbiamo visto un profilo dentato bordare come una linea tremula alcune creste lontane, avanti a noi; a coronare altri monti sui nostri fianchi; e apparire, e sparire, mostrando poco a poco forme di torri innumerevoli disposte in catena come schiere di giganti in vedetta.
Era la Grande Muraglia.
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CAPITOLO 4. SULLE MONTAGNE.
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Passando la Grande Muraglia. I marinai ci lasciano. In corsa per la campagna cinese. All'ombra della Lian-ya-miao. Momenti d'ansia. La Mongolia ci appare.
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Vista da lontano, la Grande Muraglia, fusa e confusa alle montagne come una prodigiosa sagomatura delle loro stesse vette e dei loro fianchi, non d l'impressione d'un'opera umana:  troppo vasta - e quel che se ne vede non  di essa la millesima parte. Si direbbe piuttosto una fantastica bizzarria della terra emersa per il lavoro d'immense e ignote forze naturali: il prodotto d'un cataclisma creatore.
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A mano a mano che ci avvicinavamo, la Grande Muraglia spariva celandosi dietro ad un tumulto di vette; e non siamo ritornati a rivederla che alle ultime svolte del sentiero, quando stavamo per varcare le porte massiccie, doppie, difese da bastioni ancora validi. La strada verso la sommit non  pi che un solco nella viva roccia, e sempre pi ripida, difficile. Camminavamo da otto ore sotto la pioggia ininterrotta; procedevamo lentamente, con fatica, costretti a fermarci ogni istante a rimuovere delle pietre, a preparare dei passaggi alle ruote, a difendere il volano minacciato dalle punte sporgenti del suolo. Tutto intorno una selvaggia e tetra sterilit.
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Costeggiavamo un burrone profondo; da esso, con gioia, vedemmo ad un certo punto due fili telegrafici, tesi sui loro isolatori, venir su, traversare il sentiero, e scavalcare la Muraglia. Ci parvero due amici; sarebbero stati essi a portare alle nostre genti notizie di noi. Povera vecchia Muraglia, occupazione e preoccupazione di dinastie e di milioni di uomini, non  soltanto il cannone che la rende inutile oggi: basta un filo. I popoli pi lontani comunicano tranquillamente fra di loro al di sopra delle sue spalle.
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Essa  meno grandiosa da vicino. Somiglia alla difesa di una citt, e per chi ricorda le mura di Pechino perde ancora della sua imponenza. Ma quando, attraversate le porte, discendendo l'altro versante in direzione del villaggio di Cha-tau-chung, ci siamo voltati indietro, abbiamo mandato un'esclamazione di meraviglia. Scoprivamo la linea bianca della Muraglia a perdita d'occhio: essa saliva, scendeva, seguiva a zig-zag i capricci della terra, serpeggiava, s'inabissava in valloni, risorgeva d'un balzo, si mostrava ora di profilo ed ora di fronte, allineava le sue torri in cento modi, a tratti spiegava le sue merlature, le lasciava vedere nettamente per raccoglierle subito dopo in uno scorcio repentino, aveva l'aria d'indugiarsi e di fuggire, e cos fino ai due limiti dell'orizzonte, fino alle montagne pi remote dove essa non era pi che un filo impercettibile. E cos ancora al di l; e cos per ottocento chilometri, tutto in giro alla provincia del Chi-li: frontiera portentosa. E questa  soltanto "la piccola Gran Muraglia". Vi  poi l'altra, la grande, la Wan-li-chang-cheng, la "Muraglia dalle diecimila li", che avremmo incontrato al nord di Kalgan, che corre per duemila e quattrocento chilometri lungo i confini della vera Cina.
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Ma le Muraglie non sono due sole; passato Cha-tau-chung, in una piccola pianura, vedevamo altre torri, altri bastioni, come ne avevamo visti gi nella valle di Nan-kow. Il popolo cinese ha passato pi di mille anni della sua esistenza ad ammassare dei muri contro l'occidente. Non ha smesso che tre secoli fa, quando s' trovato il proprio trono occupato precisamente da quei tartari che voleva tenere lontani a furia di mattoni e di calce.
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Alla nostra anima moderna la Grande Muraglia appare come uno stupefacente monumento della paura cinese, immenso ed illogico, magnifico e ridicolo: lo straniero l'ammira e la deride. Ma non ricordiamo che i Romani difendevano anche essi le frontiere della Britannia con un'altra doppia Grande Muraglia, per proteggere quella terra imperiale dagl'indomiti Caledoni. Vi sono state epoche nelle quali le condizioni della vita dovevano far considerare logica, naturale, necessaria, la presenza di muri maestri fra regione e regione, fra razza e razza, fra civilt e barbarie, come oggi troviamo logico e necessario lo sterminato lavoro (che forse un giorno sembrer gi grandioso, pi buffo, e pi cinese della Grande Muraglia) di svolgere sulla terra centinaia di migliaia di chilometri d'acciaio in verghe, di abbattere le foreste del mondo per sostenerlo, di scavare le montagne per farcelo passare attraverso.
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Non siamo entrati nel villaggio di Cha-tau-chung, cinto da un quadrato di forti mura turrite agli angoli. Tutti i villaggi e le citt cinesi sono rinserrati in un quadrato perfetto il quale mantiene forse la forma d'un primo campo trincerato. Siamo passati intorno al paese, per una strada in parte allagata, ma certamente migliore della via che attraversa l'abitato, ed abbiamo preso alloggio, fuori della porta nord, in un piccolo albergo cinese, miserabile stazione di carovane. Avevamo percorso dal mattino venticinque chilometri.
Nella corte sordida, circondata da edifici cadenti, abbiamo voluto subito provare il motore. Temevamo che gli urti, le scosse e gli sbalzi subiti nell'ascensione avessero potuto danneggiare la macchina. Ma la macchina s' messa in moto tranquillamente, e si sono messi in moto anche i curiosi che s'erano adunati, e che hanno preso la fuga. Poco dopo sono venuti tre soldati cinesi, mandati dal mandarino del paese non si sa bene se a sorvegliare i cinesi, od a sorvegliar noi. Potevamo prenderli per una guardia d'onore o di disonore, a scelta.
Don Livio ci ha lasciati appena giunti per ritornare a Nan-kow in tempo a prendere il treno della sera. Ci siamo salutati con effusione, e lo abbiamo seguito con i nostri gridi di addio finch  scomparso fra le mura del villaggio.
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Il vento umido entrava per le lacerature della carta delle imposte ed invadeva le nostre umili camerette. -  "Pietro, del fuoco! Pietro, del th bollente! Pietro, qualche cosa da mangiare!" Ed ecco Pietro, premuroso e sorridente andare e venire, accorrere col bragiere, con la theiera, con delle uova, rispondendo alle interrogazioni in un italiano tutto suo. Pietro  un servo prezioso: figlio d'un vecchio ma-fu della Legazione, discendente da una dinastia di ma-fu che regna sulle scuderie dei ministri d'Italia, egli  innalzato spesso all'onore d'incarichi per i quali si richieda intelligenza e fedelt. Cosi ci accompagnava a Kalgan quale maggiordomo e interprete: una specie di aiutante di campo.
- Pietro - gli ha chiesto Borghese - tu sei cristiano?
- No, buddhista io!
- Allora, perch ti chiami Pietro?
- Non chiamale Pietlo io! Chiamale Wu-tin - ha risposto mangiando l'r come ogni buon cinese.
- Ma se ti chiamo Pietro tu rispondi.
- S, tutti chiamale Pietlo me, io lispondele.
Un ultimo ordine: "Pietro, domani a mattina svegliaci alle tre; e che i coolies sieno pronti a quell'ora!" - E avvoltolati nelle coperte, abbondantemente cosparse di polvere insetticida, abbiamo invocato il sonno. Attraverso la fragile parete, udivamo nella stanza vicina i marinai parlare dei loro paesi e di navigazioni lontane.
Alle quattro e mezza del 12 Giugno lasciavamo Cha-tau-chung, con un tempo nuvolo e freddo che prolungava la notte e ci faceva rabbrividire negli impermeabili ancora bagnati.
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I marinai dovevano tornare indietro; avevano l'ordine di lasciarci al secondo giorno di marcia se la loro presenza non si fosse resa necessaria. Ci accompagnarono per alcune centinaia di metri, fino ai piedi di un antico torrione, e ci salutarono. In quel momento la pianura di Cha-tau-chung echeggi di evviva. Per lungo tempo poi scorgemmo le bianche uniformi marinaresche nella mezza oscurit del crepuscolo, e udimmo rinnovarsi degli evviva, sempre pi lontani e deboli, finch uomini e voci si persero nella distanza.
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I coolies avevano fatto provvista di allegria nel sonno; per la strada, qua e l pantanosa, essi correvano, diguazzavano, ridendo e cantando. Trascinare un'automobile li divertiva. Povert felice!
Col sorgere del giorno il cielo mostrava degli squarci di azzurro. Un vento di tramontana sgominava le nubi, le ricacciava verso il mare con un disordine di sconfitta, ed un raggio di sole accese ad un tratto delle alte montagne avanti a noi. Pochi minuti ancora e tutta la catena del Yean Jan, che dovevamo superare, si rivel in un trionfale sfolgoro di luce, solcata da burroni e da crepacci, coronata da vette aguzze; ci parve che in un minuto si fosse avanzata incontro a noi, barriera smisurata ed imponente. Dietro ad essa altre cime, altre montagne pi alte digradanti lontano fino a confondersi con la serenit del cielo: le Wu-tsi-hai, contrafforti di quel grande sistema alpino che  il Khinghan.
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Il cielo si schiariva tutto; volgendoci vedevamo l'ombra delle ultime nuvolaglie abbandonare ad una ad una le alture della Grande Muraglia; e in ampio semicerchio si schierarono alle nostre spalle i monti che avevamo passato il giorno prima, seghettati e nudi, percorsi dall'infaticabile serpente di muro, cos meraviglioso che non ci saziavamo ancora di riguardarlo. Fin sulle remote montagne dello Shan-si, al sud, velate, appena visibili, noi scorgevamo la centina regolare delle torri, e ce l'indicavamo con uno stupore sempre rinnovato, come per una cosa incredibile.
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Il terreno saliva leggermente. La campagna era deserta. Dopo ore di solitudine sorpassavamo qualche carovana di cammelli, condotta da mongoli vestiti di pellicce di capra dal lungo pelo e sormontati da cappelli ottagonali a tetto di pagoda, carovane che compivano l'ultimo viaggio dell'annata. I cammelli mongoli non lavorano in estate; essi godono i benefici delle vacanze e della villeggiatura; nei mesi caldi sono condotti ai pascoli nelle native praterie, dove si riposano e mangiano per tutti gli altri mesi dell'anno nei quali lavorano e digiunano. Il riposo  loro necessario anche per farsi ricrescere le unghie, che sulle montagne si logorano talvolta sino alla carne, e le povere bestie ne moiono. Non si pu impunemente trasformare l'animale del deserto in un alpinista.
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Qualche volta invece eravamo noi vergognosamente sorpassati da palanchini a mulo, rapidi convogli viaggiatori. Erano palanchini che portavano mercanti a Kalgan o funzionari imperiali a delle lontane sedi, fra un'avanguardia di domestici o di soldati a cavallo e una retroguardia di mulattieri conducenti gli animali di ricambio. I funzionari avevano attaccato fuori del palanchino, come segno della loro qualit, l'astuccio rosso contenente il conico cappello ufficiale. Passando, la tendina del singolare veicolo si spostava, ed una dignitosa testa di cinese si sporgeva, ciondolando per il moto delle mule, e ci guardava con aria interrogativa.
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Siamo entrati in una regione di sabbie. Incontravamo miserabili villaggi cinti da grandi baluardi cadenti, villaggi che furono ricche cittadine: Pao-shan, un gruppo di capanne di fango intorno ad un minuscolo tempio che noi potevamo vedere per le ampie breccie aperte dal tempo nel quadrato delle mura troppo vasto, e poi Shi-yu-l all'ombra di salici, Hu-li-pa circondato da bastioni di fango, Sha-Chao che ricorda i villaggi della Manciuria, Pien-kia-pu che non ricorda niente. Il sole alto scottava le nostre schiene e intorbidava le nostre idee. Le ore passavano in una monotonia profonda, eguali, accascianti. Nella fatica meccanica del passo (gli asinelli erano tornati a Nan-kow) pensavamo con oscuri desideri all'avvicinarsi d'un luogo abitato, riponevamo una non so quale fiducia nel villaggio che doveva venire, lo cercavamo con lo sguardo, ci affrettavamo a raggiungerlo, quasi che l dovesse cessare la fatica, il caldo, la tristezza, e quella gran luce abbagliante nella quale ci sentivamo come disperdere e dissolvere; andavamo cercando da un paese all'altro qualche ignota sorpresa.
L'allegria dei coolies era scomparsa. Non si udiva che il rumore dei passi, l'ansare dei respiri, lo scricchiolare della sabbia sotto le sonore pneumatiche dell'automobile, lo scalpitio delle tre bestie. Di tanto in tanto un gridare di Ettore, uno squillare improvviso di tromba: - Alt! - siamo ad un passo difficile.
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Li desideravamo quasi i passi difficili, per scuoterci. Erano momenti di attivit rumorosa. - "Qua, la pala! Il piccone! Bisogna scavare avanti alla ruota destra! Forza, rimoviamo questo macigno! Occorrono le leve! Attenti, uno, due, tre...!" - E nell'immenso squallore della campagna solitaria la nostra comitiva si agitava in un lavoro febbrile. Poi i coolies abbrancavano di nuovo le corde, e avanti: la, la-la.
"Deutscher Feldtelegraph", abbiamo letto sulla porta di una capanna isolata.  un segno della famosa spedizione internazionale, rispettato dalle popolazioni che scambiano forse quelle parole per un moto sacro dell'occidente.  tutto quello che  rimasto qui della rumorosa invasione delle Potenze. Siamo arrivati sotto alle mura d'una citt, Huai-lai, fronteggiata al sud da un'alta collina isolata sorreggente un tempio. Quel tempio fu per poche settimane una caserma europea. Ci siamo fermati per concedere un'ora di riposo agli uomini, che sono andati a goderselo nell'interno della citt. Essi hanno portato alla popolazione la notizia del nostro arrivo.
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Subito Huai-lai vuol vederci. Ed ecco che un rumore di moltitudine si avvicina alla porta. Arrivano prima i ragazzi, l'avanguardia delle folle. Dopo alcuni minuti siamo circondati da centinaia di persone che si pigiano contro all'automobile, sorridenti, rispettose. Osservano, toccano timidamente, si fanno ardite, ci interpellano, ci salutano, ci ammirano. Molti sollevano sul palmo della mano delle gabbie con uccelli canori; nelle belle giornate ogni buon cinese d'una certa condizione sociale porta a spasso la sua gabbia, ed  la sua principale occupazione, un passatempo elegante e tradizionale.
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Noi intanto facciamo colazione con un po' di formaggio e di corned-beef. Vederci mangiare diverte il popolo di Huai-lai. Si discute intorno a noi la natura dei nostri cibi. Un vecchio ci fa segno di volerli assaggiare; sputa il formaggio, ingoia la carne, e proclama alla cittadinanza il suo giudizio. La cittadinanza commenta. Il vecchio vuole estendere il controllo anche alla nostra bevanda, e gli passiamo la bottiglia del vino, che egli porta alle labbra con esitazione, respingendo sdegnosamente il bicchiere. Sorsa, gusta, ricomincia a sorsare, e vi mette tanto impegno che la bottiglia gorgogliando si vuota tutta nella sua venerabile gola. Dopo ci egli  europeizzato; ci sorride con gli occhietti lustri, ci parla attivamente, sale sull'automobile e vi s'insedia fra le acclamazioni dei suoi concittadini, impara a suonare la tromba, suona ed  felice. Proviamo non poca difficolt a sbarcarlo quando i coolies sono ritornati e riprendiamo la strada.
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Siamo passati vicini ad altri poveri villaggi di fango, a piccoli templi in rovina, a stamberghe isolate, casette miserabili che sembravano sperdute lungo la via da qualche citt in viaggio. Uno straccio rosso oscillante da un bastone sulle loro porte le indicava come luoghi di sosta ai passeggeri stanchi, minuscole trattorie da mulattieri alle quali i nostri uomini si fermavano a sorbire in fretta una ciotola di th ed a comperare per qualche sapeca dei dolciumi contesi alle mosche. Tanti paesi si sarebbero creduti disabitati; non si vedeva un uomo e non si udiva un rumore; pareva che volessero celarsi a noi, o significarci: Passate al largo! Ta-tu-mu, una citt dalle alte mura scoronate, aveva l'apparenza di una rovina abbandonata da secoli.
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La strada si restringeva, entravamo spesso in profonde incassature scavate dalle acque nella sabbia e fra i ciottoli. Camminavamo nel letto d'un torrente.
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Intorno a noi giganteggiavano le aspre montagne viste al mattino, senza un filo d'erba, gialle d'un giallo ardente. Salivamo il secondo gradino montuoso che divide Pechino dall'altipiano mongolo, al quale si arriva per tre scaglioni. Si ascende al centro dell'Asia come si ascende ad un tempio: tre soglie e tre ripiani. In basso, alla nostra sinistra, si aprivano le immense vallate dello Shan-si, imbevute d'azzurro e di luce.
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In certi passaggi v'era appena lo spazio per l'automobile, ed occorrevano cautele infinite. Bisognava dare qua e l un colpo di piccone, misurare con l'occhio, e spesso tentare audacemente l'avanzata vigilando i mozzi delle ruote, pronto il guidatore a inchiodare la macchina sotto la potente stretta dei freni. Ad un villaggio, Tu-mu-go, a 45 chilometri da Cha-tau-chung, ci trovammo quasi inaspettatamente fuori dal terreno montuoso; una pianura verde c'invitava alla corsa. Abbiamo accettato l'invito. "Fermi!"
Ci passa la stanchezza come per incanto. In un minuto i coolies sono messi in disparte ed affidati al comando di Pietro, e le tre bestie staccate. Arrotoliamo febbrilmente le corde ai portafanali, sciogliamo la bandiera. Un colpo di manovella, e il motore rugge. Balziamo sulla macchina, e via!
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Via, per il sentiero tortuoso e ineguale, senza curarci dei salti, degli sbalzi, degli urti, pur di correre. L'automobile non  che alla seconda velocit, ma ci par di volare. Ci si presentano delle vaste pozze formate dalla pioggia. Avanti! Vi precipitiamo dentro, le solchiamo sollevando una tempesta d'acqua e di fango; l'ondata rigurgita nel vano del telaio e ci bagna. Ridiamo. Parliamo ad alta voce, presi da una strana esuberanza;  una reazione contro i lunghi silenzi e le avvilenti lentezze del cammino trascorso. E c' anche in noi una gioia nuova, che viene dalla soddisfazione intensa e inesprimibile del fare una cosa che non fu mai fatta.  la volutt d'una conquista, l'ebbrezza di un trionfo, e una sorpresa insieme, come un trasognamento per la singolarit fantastica di questa corsa in questo paese. Vediamo dei tetti di pagoda fra gli alberi. Ci pare d'interrompere una quiete millenaria, d'essere i primi a gettare fuggendo un segnale di risveglio ad un gran sonno. Sentiamo in noi l'orgoglio d'una civilt e d'una razza, sentiamo di rappresentare qualche cosa di pi di noi stessi: con noi  l'Europa che passa. Nella velocit si riassume tutto il significato della civilt nostra. La grande brama dell'anima occidentale, la sua forza, il segreto vero d'ogni suo progresso,  espressa in due parole? "pi presto!" La nostra vita  incalzata da questo desiderio violento, da questa incontentabilit dolorosa, da questa ossessione sublime:  "pi presto!" Nell'immobilit cinese noi portiamo veramente l'essenza delle nostre febbri.
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Attraversiamo delle borgate e dei villaggi. Bambini seminudi fuggono. Gli uomini e le donne ci guardano con calma sorpresa, con una curiosit tranquilla e benevola. Vediamo strani costumi, pi pittoreschi di quelli di Pechino; forse pi antichi. Sono abbigliamenti verdi, rossi, bianchi, gialli, azzurri, sempre di colori violenti; gli abitanti delle campagne, in tutto il mondo, amano le tinte vivaci forse perch hanno sotto gli occhi i fiori. Sulle soglie delle case, ove la folla si aduna,  un'agitazione variopinta che si accende al sole; su di essa sporgono i tetti caratteristici dalla leggiadra curva a piroga. Non possiamo avere pi viva l'impressione dell'Oriente lontano.
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Sui campi folti di verde i contadini si sollevano dal lavoro udendo il rumore della macchina, e ci guardano facendosi con la mano schermo agli occhi. Qualcuno grida: Hu-cho-lae! - "Ecco la ferrovia!" - L'esclamazione si ripete. Dopo un'occhiata tutti si rimettono al lavoro, e non ci guardano pi, persuasi che quella ferrovia della quale hanno sentito tanto a parlare  arrivata. La cosa non ha importanza per loro. In un fosso una donna lava i panni; le passiamo vicino; essa ci degna appena d'uno sguardo e continua a lavare i suoi panni, come se centinaia di automobili passassero ogni giorno lungo il suo fosso. Altrove invece la gente si chiama, accorre, ci segue fra la polvere, mostrando un'ingenua espressione di stupore nelle faccie gialle. L'anima di questo popolo  un mistero impenetrabile. Chi sa che il diverso effetto prodotto dalla rivelazione dell'automobile nei vari villaggi non corrisponda a delle originarie diversit di razza fra gli abitanti, chi sa che la curiosit non sia tartara e l'indifferenza cinese.
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Arriviamo ad un paese, Tum-ba-li, che ha la porta, nelle mura, cos stretta da non poterci passare. Giriamo intorno, sull'erba dei prati, lentamente. Ad un villaggio ci fermiamo a prendere acqua. Il motore ha sete e anche noi. Una folla bonaria ci circonda, offre dell'acqua fresca e limpida, e intraprende un attento esame della parte inferiore dell'automobile. Discute, si avvicina: dei giovani arditi si abbassano fino a terra per guardare meglio il cofano del volano. Poi tutti si abbassano. Il volano evidentemente li preoccupa. Guardiamo anche noi, cercando inutilmente che cosa possa attirare cos la loro attenzione. La scena  comica. Qualcuno si fa coraggio e, a gesti pi che a parole, ci chiede delle spiegazioni. Ah, finalmente comprendiamo! Essi domandano "dove  la bestia". Il cavallo che non  davanti, deve certamente star dentro; tanto vero - osserva uno mostrando il secchio con mimica espressiva - che gli si d da bere per un buco. Il difficile  capire come  incastrato l'infelice quadrupede. Ettore vuol fare della propaganda pratica, ed apre la scatola del motore mostrando i cilindri. Ma la gente seguita a guardare sotto, con la pi grande persuasione. E noi la lasciamo perplessa.
Abbiamo raggiunto i palanchini che ci avevano sorpassato al mattino. I mulattieri si sono precipitati di sella per reggere le cavalcature imbizzarrite; gli animali hanno fatto sgambettamenti di terrore; i palanchini, dopo alcune oscillazioni come boe sulle onde, si sono fermati un po' di trasverso a causa delle opposte opinioni sulla direzione da prendersi manifestate energicamente dalle mule attaccate al veicolo. E dalle tendine sollevate e scomposte abbiamo intravvisto ancora i dignitosi viaggiatori guardarci con aria di profonda sorpresa, non scevra da qualche preoccupazione; noi passavamo rapidamente gridando loro lieti addii. Era la nostra vendetta.
Ci siamo fermati alla sera ad un delizioso villaggio, Shin-pao-wan, di un'antichit patriarcale. Dentro alle mura vi  una quiete che seduce; non si ode che il cinguettare degli uccelli. Ad ogni porta, appese all'architrave, vi sono due o tre gabbie con delle allodole di deserto che cantano; i loro gorgheggi riempiono l'aria.  una musica strana, penetrante, piena, intensa, che la gente ascolta in silenzio seduta sulle soglie. I mongoli portano a migliaia dalle loro pianure di questi graziosi prigionieri canori per i quali i cinesi hanno un culto. I cinesi lasciano alle loro voci il dominio sopra ogni suono, quasi riconoscessero in esse qualche cosa di divino. La via del villaggio, allagata, s' trasformata in uno stagno nel quale si specchiano le case e l'azzurro del cielo. Da lontane epoche quella piccola invasione d'acque deve essersi insediata fra le abitazioni, poich  rispettata, e dei salici hanno avuto il tempo di crescere sulle sue sponde dissetandosi nell'onda quieta. La gente passa intorno, sugli alti marciapiedi. I carri non entrano nel villaggio.
Ecco avanzarsi un piccolo corteggio, una visione d'altri tempi: sopra una mula bianca bardata di seta rossa, passa una grande dama riccamente vestita di rasi ricamati, il volto colorato di bianco e di rosa, le piccole labbra tinte di sanguigno, la capigliatura guernita di fiori. Una figura staccata da un vaso Chien-long. Non arriva qui la moda di Pechino; vivono ancora costumi di secoli andati. La dama  preceduta e seguita da servi; si reca forse ad una festa; ci fermiamo a guardarla mentre attraversa un ponticello ad arco, e scorgendoci essa si copre il volto con la manica graziosamente.
Abbiamo girovagato nel villaggio dopo aver lasciato l'automobile in un caravanserraglio fuori delle mura. Quando siamo rientrati abbiamo trovato il cortile pieno di gente, di cammelli, di carri, di cavalli. Erano arrivate delle carovane. Il personale dell'albergo era in gran faccende; misurava a cumuli enormi le granaglie per gli animali; correva a portare agli uomini vassoi colmi di riso fumante e alte pile di focaccie. In un angolo della corte uno stregone, per mezzo di una candela accesa e di parole magiche, faceva scongiuri per la guarigione di un vecchio mulo ammalato, il quale subiva l'incantesimo con rassegnazione in mezzo ad un pubblico silenzioso. Nelle ampie cucine fumose tutti i fuochi erano accesi, ed alla luce rossastra di fiaccole di sego s'agitavano i cuochi dal torso ignudo e sudante, simili a fabbri in un'antica fucina, intorno all'automobile un altro affollamento si ostinava a cercare la bestia. Ci siamo accorti che l'idea della bestia appare al contadino cinese come la spiegazione pi logica del fenomeno. Soltanto, i pi intelligenti ritengono non si tratti di un cavallo, ma di un qualche ignoto animale favoloso fatto prigioniero da noi; e quando odono il roco urlo della tromba dicono: Ecco la sua voce!
In quel tumulto da fiera sono apparsi due soldati russi, col fucile a baionetta in canna; erano soldati della Legazione che scortavano la posta russa per Kalgan e Kiakhta. Venivano da Pechino, e ci hanno portato notizie delle altre automobili che sapevamo giunte la sera precedente a Pa-ta-ling. Le avevano incontrate al di qua della Muraglia; esse avrebbero passata la notte a Huai-lai. Noi avevamo percorso dall'alba 55 chilometri, dei quali 20 col motore. Eravamo avanti agli altri di 35 chilometri; ci avrebbero raggiunto a Kalgan.
- Il planzo  plonto! - udimmo esclamare. Pietro era vicino a noi con le mani cariche di piatti, e ci sorrideva da dietro il fumo di vivande di sua esclusiva manipolazione. Pietro  anche cuoco.
Pi tardi, fra il pranzo e il sonno, seduti fuori delle camere nostre, intenti a consumare delle sigarette, guardavamo l'ombra nera di grandi montagne profilarsi sul cielo stellato.
- Sono le montagne di Ki-mi-ni - ha osservato Borghese.
- Ancora delle ascensioni!
- E difficili. Kalgan  al di l.
- Passeremo?
- Chi sa! Domani sar una giornata campale.
E lo fu realmente.
Partimmo che era ancora notte.
Appena un leggero chiarore, che pareva di luna, impallidiva le stelle all'oriente. Era difficile distinguere il sentiero, e il vecchio capo dei coolies, pratico dei luoghi, andava avanti esplorando. Non potevamo arrischiarci a camminare col motore; e del resto avevamo ancora ben pochi chilometri di pianura da percorrere prima di arrivare ai passi montuosi di Ki-mi-ni. I nostri cinesi trainavano senza fatica seguendo il passo rapido del mulo, dell'asino e del cavallo. Al sorgere del sole eravamo ai piedi d'una grandiosa e singolare montagna, la Lian-ya-miao.
La Lian-ya-miao  isolata dagli altri monti,  pi alta di tutti, ed ha l'aria di essere al loro comando. Essa  rasentata al sud dal fiume Hun, e domina per un tratto il suo corso dall'alto di immani rupi a picco. La strada per Kalgan passa in vicinanza dell'Hun-ho, un po' sulla riva del fiume, un po' sulle balze del monte, ora fra sabbie ed ora fra dirupi, s'inerpica e discende, finch aggirate le montagne lascia il fiume e s'inoltra fra molli colline verso l'altipiano di Hsin-wa-fu, al cui limite, ai piedi di altre montagne, sta Kalgan.
Sotto alla Lian-ya-miao  costruita la citt di Ki-mi-ni, nella pianura; agli angoli delle sue muraglie sorgono graziose pagodine, e qualche tetto di tempio dagli angoli sollevati, sormontato da draghi di maiolica e guernito di campanelli, s'erge al disopra delle merlature. Di Ki-mi-ni non si scorge altro. Essa  tutta chiusa fra le alte mura quadre, come tante citt cinesi. Strane citt vicino alle quali passiamo senza vedere il loro profilo, misteriose, che si difendono dalla curiosit come da un nemico. Camminando all'esterno dei loro bastioni, nel silenzio e nella solitudine, sembra quasi impossibile che dall'altra parte di quelle gran mura oscure ed eguali vi sia una popolazione, vi siano delle strade, delle case, dei mercati, della gioia e del dolore. Tutto  cinto da muri in Cina: l'Impero, le citt, i templi, le case. L'ideale della vita cinese  una tranquilla prigionia.
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Passati intorno alla citt, ci siamo trovati subitamente in riva all'Hun-ho, nell'ombra della Lian-ya-miao le cui roccie ci sovrastavano.
Sulla vetta del monte abbiamo scorto un tempio. Come hanno fatto a costruirlo? - ci siamo chiesti meravigliati. Pietro si  affrettato a rivelarcelo. Quel tempio non fu fatto dagli uomini. Nessun uomo ne sarebbe stato capace. La verit  che venne costruito da Buddha stesso. Egli discese dal cielo sotto forma di una vecchia, tanti secoli or sono, e in una sola notte eresse il santo edificio. E nella notte stessa, trasformatosi in un vecchio, egli costruiva un ponte sull'Hun, del quale esistono ancora le rovine. E Pietro ci ha indicato infatti i resti di una testata di ponte in pietra invasa dagli sterpi.  curioso come la leggenda d'un dio che viene a compiere lavori urgenti sulla terra sotto le spoglie di vecchio e di vecchia, sia comune fra i popoli dell'Oriente asiatico. Il tempio e il ponte mi rammentano che al Giappone, pure in una notte, la deessa Kwannon, sdoppiatasi anch'essa in un vecchio e in una vecchia, ha scolpito la propria effige in doppio esemplare su due giganteschi tronchi d'albero, ed uno di questi auto-ritratti si venera ancora a Kamakura, ove io pure l'ho visto. La divinit e la vecchiaia si fondono spesso nelle leggende asiatiche, forse perch divinit e vecchiaia sono oggetto di una eguale devozione.
Il fiume era un po' gonfiato dalle pioggie; largo e torbido serpeggiava capricciosamente nel vastissimo letto sabbioso. In un punto, bruscamente, la montagna sporgeva il suo fianco di roccia fino alle acque. Nei tempi di magra le carovane guadano l'Hun, e proseguono il cammino sull'altra riva. Noi non ci arrischiammo a tentare la corrente alta. Decidemmo di prendere la via del monte, la quale si sollevava arditamente avanti a noi con un dislivello repentino, e spariva subito fra i dirupi.
E cominciammo la scalata.
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Il sentiero era tagliato nella roccia. Seguiva tutti i crepacci del monte. Aveva dei serpeggiamenti cos serrati, che in certi istanti a dieci passi non vedevamo pi alcun passaggio, ed avevamo l'impressione di sboccare sull'abisso. Non ci lasciava mai indovinare i suoi giri; provavamo una continua sorpresa. Alla nostra destra s'innalzava la parete di roccia; costeggiavamo a sinistra il precipizio, in fondo ad esso il fiume. Al di l del fiume scoprivamo, ascendendo, un orizzonte che si apriva sconfinatamente, la valle del Sang-kan-ho, le montagne pallide del Hwang-hwa-shan, incerte, incorporee, lievi come spettri di montagne; spingevamo lo sguardo nel cuore dello Shan-si. A tratti il sentiero si restringeva; in certi punti era largo appena per il passaggio delle ruote; erano momenti d'ansia; sul ciglione in altri tempi erano stati costruiti muricciuoli di riparo, ora cadenti o caduti, e guardando in basso provavamo l'impressione d'essere sospesi. Vedevamo carovane di cammelli camminare lungo l'Hun, simili a file d'insetti. Talvolta dei macigni sporgevano sulla nostra testa, e, quasi istintivamente, affrettavamo e facevamo agli altri affrettare il passo.
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La manovra dell'automobile era faticosa e difficile. Noi lavoravamo con i cinesi, ora alle ruote, a spingerne i raggi a colpi di spalla, ora a portare soccorso alle cordate, a dirigerne gli sforzi. I coolies erano ammirevoli. Qualche cosa delle nostre ansiet e del nostro entusiasmo era penetrato in loro. Attenti e volonterosi, davano tutta la loro forza e tutta la loro intelligenza. Nel duro lavoro mettevano dell'amor proprio. Avevano imparato il modo di superare certi ostacoli, e lo applicavano senza aspettare il comando. Studiavano i nostri gesti, cercavano d'indovinare le nostre intenzioni. Avevano capito benissimo il meccanismo dello sterzo, e quando vedevano le ruote anteriori cos impigliate nelle fenditure o fra i sassi da rendere impossibile il dirigerle, correvano a liberarle, le forzavano a volgersi dal lato pi utile, secondavano l'intenzione di Ettore che reggeva il volante. Il significato di alcune parole della nostra lingua non era pi un mistero per loro: "forza, avanti, fermi, piano, attenti" erano divenuti vocaboli eloquenti alle loro orecchie. Ed oltre a tutto ci un buon umore inesauribile, una voglia d'esser contenti sotto ogni pretesto. Ad ogni mal passo superato era uno scoppio d'allegria. Dopo la concitazione intensa d'uno sforzo, trovavano la voglia anche di cantare, con voce affannosa. Festeggiavano le loro piccole vittorie. Trovavano mille argomenti di conversazioni e di risa, finch il grido di attenti non li faceva tacere e non li curvava nuovamente sotto la corda tesa. Il vederci sempre pronti anche noi ad afferrarci alle funi, scamiciati, le braccia nude, e unire al momento del bisogno la nostra fatica alla loro, li spronava. Forse l'inorgogliva.
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Non sapevamo mai che ora fosse, perch non volevamo saperlo. In certi viaggi bisognerebbe sempre lasciare l'orologio a casa; esso  un cattivo compagno, che vi scoraggia mostrandovi quanto il tempo  lento a trascorrere. Noi vivevamo fuori del tempo. Avevamo l'impressione d'esser in marcia fra le montagne da un'epoca indefinibile: ci abitua e rassegna. Il giorno maturava su di noi incommensurato. Il sole sfolgorante scaldava le roccie, le infuocava, le accendeva. Toccando le pietre ritraevamo le mani con la sensazione d'essere scottati. L'aria era immobile e calda sotto il riverbero: pareva che la montagna alitasse su di noi un suo respiro lieve da gigante addormentato. Alcuni coolies avevano denudato il loro torso color del bronzo, e la corda, appoggiata alla spalla, s'affondava nel muscolo, increspava la pelle; ma i denudati erano tutti portatori, ed avevano sulle spalle la carne gi incallita dalle assi dei palanchini e dai bilancieri dell'acqua. Sembravano insensibili al ruvido attrito, e raramente cambiavano di spalla alla fune con un loro moto rapido e caratteristico.
Ad un certo punto la salita cessava. Pi ripida si presentava la discesa, sempre addossata al monte, precipitosa. Staccammo gli animali dal traino, sciogliemmo le corde per assicurarle alle imperniature delle molle posteriori. Ogni sforzo doveva essere rivolto a trattenere l'automobile nello scosceso declivio. Tutti gli uomini si prepararono, su due file, come per un tug of war. Ettore mise la leva del cambio alla prima velocit; cos se le corde si fossero spezzate ed i freni non avessero agito, l'automobile non sarebbe precipitata con la spaventosa rapidit d'una caduta, ma sarebbe stata un po' trattenuta dal motore; in tal modo poteva essere ancora possibile dirigerla, se non salvarla. Quando tutto fu pronto si diede il segnale: Avanti! Il mostro grigio cominci ad inabissarsi.
Pareva che volesse vendicarsi d'essere stato trascinato. Adesso era lui che voleva correre, attento alle inavvertenze degli uomini, pronto alla fuga, sensibile al menomo rallentarsi della tensione; si sarebbe detto che aspettasse il momento opportuno per ribellarsi, insofferente di quel controllo sulla sua forza. Bastava un attimo, bastava che si turbasse per un istante l'armonia degli sforzi, che l'assiduit dei muscoli si rilasciasse appena, e la gran macchina si slanciava avanti trascinando tutti; e per un tratto sembrava insensibile alla stretta dei freni. Gettati indietro, il mento sul petto, i piedi puntati al suolo, le gambe e le braccia irrigidite, i denti stretti, il respiro sospeso, cinesi e noi, tutti uniti, lottavamo. Era un momento breve, per fortuna. I freni nuovi, pieni d'olio, avevano lenta presa, ma alla fine mordevano. Ettore conosceva la sua bestia ed era fiducioso, sapeva domarla a tempo. Quando volevamo fermarci, correvamo a mettere grossi ciottoli sotto le ruote, con la premura di chi fabbrica una barricata per arrestare un nemico, e poi ci riposavamo lasciando l'automobile sola, inclinata in avanti in un atteggiamento d'ostinazione, le lunghe corde serpeggianti a terra dietro a lei come due gran code. Presto raggiungemmo il piano, e riprendemmo lentamente il cammino fra la montagna e l'Hun.
Il sentiero ci condusse verso un villaggio, Shao-huai-huen, mezzo nascosto da folti salici e circondato da campi di riso. La strada s'era fatta fangosa. Il terreno viscido e nero, impregnato dalle pioggie, affondava. Met dei raggi delle ruote vi spariva dentro, e la mota si attaccava ai cerchioni e alla gomme, vi si accumulava, dava alle ruote delle forme e delle dimensioni stravaganti; pareva che l'automobile scorresse su dei rulli di terra. E anche le nostre scarpe subivano degli incomodi aumenti; il fango le copriva di stratificazioni voluminose che scacciavamo di tanto in tanto scuotendo i piedi e lanciandole lontano. Scivolavamo, il passo si appesantiva. I coolies dovevano fermarsi ogni minuto a riposarsi. Abbiamo incontrato una carovana di muli, carichi di pellicce mongole; due di essi, spaventati dall'automobile, sono usciti dal sentiero e sono affondati fino al ventre.
In vicinanza del villaggio, la strada era coperta d'acqua. A destra e a sinistra, campi di riso cinti da alti margini e inondati anch'essi. Non v'era da scegliere; bisognava passare. I nostri uomini denudarono le loro gambe, ed entrarono nel pantano. Il lungo guado pareva procedesse bene. Misuravamo con gli occhi la distanza della terra asciutta, pieni di speranza. Ancora due minuti, e saremmo stati in salvo. L'acqua gorgogliava sotto i passi.
Improvvisamente l'automobile si ferm.
- Avanti, avanti! - grid Ettore.
- Imbedlli! - esclamammo - si riposano proprio in questo momento.
- Forza! Una sosta  terribile adesso. Si affonda!
Ma i poveri cinesi non si erano fermati volontariamente. Essi comprendevano bene il pericolo. Tiravano a pi non posso, gridavano concitati. Le tre bestie puntavano le zampe sotto una grandine di frustate e allungavano i colli magri. Le corde erano tese, lo chassis gemeva. Inutile. La macchina pareva inchiodata. Pi volte fu rinnovato il tentativo di smuoverla, ora lentamente, ora a strattoni; in ogni modo. Bisognava cercare altri mezzi. Ci preparavamo ad attaccare delle catene agli alberi e far forza con i paranchi. Ma i cinesi, tastando sotto l'acqua con i piedi nudi, sentirono che le ruote avevano urtato qualche cosa. Pietro ci rifer:
- Grosso sasso!
Un grosso sasso? Ecco le leve di ferro. Al lavoro. Ci accingevamo a demolire anche una montagna quando, palpando con le mani in cerca d'un punto d'appoggio per le leve, i coolies sentirono che non si trattava d'un sasso. E Pietro spieg:
- Grosse radici!
Infatti erano le radici d'un gigantesco salice, che stava poco discosto, lieto di verde e indifferente come se non avesse avuto la pi lontana responsabilit. Non v'era altro da fare che tagliare le radici a colpi di accetta. Un lavoro singolare e nuovo nell'automobilismo. Chi ci avrebbe visti ci avrebbe creduti intenti alla favolosa impresa di spaccare l'acqua. I colpi scendevano regolari, rasentando un bastone piantato sul fondo a segnalare il punto da colpire.
Le radici tagliate vennero legate, tirate, sbarbicate a forza di braccia, schiantate e distorte fino a sbarazzare completamente le ruote. E allora uscimmo dal pantano, velocemente, senza fermarci per qualche chilometro, contenti di ritrovare un sentiero che, per quanto cattivo, non celava insidie. Il sentiero ci riport sulle sabbie del fiume, e poi di nuovo fra campi, boschetti e villaggi. Ad ogni pozzo ci fermavamo ad immergere le mani e la faccia nell'acqua fresca, voluttuosamente.
- Where do you go? - "Dove andate?"
Questa domanda in inglese, arrivataci mentre passavamo vicino ad un solitario tempio abbandonato, ci ha fatto rivolgere con somma meraviglia. Non abbiamo visto che un cinese, seduto all'ombra d'un albero, intento a guardarci. Era lui che c'interpellava? S, proprio lui.
- Dove andate ? - ha ripetuto.
- A Kalgan. E voi, chi siete?
- Io sono un ingegnere della ferrovia di Kalgan.
- E che fate?
- Studio.
- Che cosa studiate?
- La ferrovia di Kalgan.
- Buon divertimento.
- Aspettate.
- Perch?
- Voglio salutarvi.
E il bravo ingegnere ha interrotto lo studio della ferrovia di Kalgan, che somigliava molto ad un dolce riposo, ed  venuto gravemente a mostrarci che conosceva gli usi stranieri. Ha stretto la mano a tutti noi, ha ripetuto: Addio, addio! - ed  tornato all'ombra dell'albero.
Ci siamo fermati a mangiare delle perfide focacce in un albergo di villaggio, Shan-shui-pu. In quel mentre la corte dell'albergo ha risuonato dello scalpitio di due cavalli arrivati al galoppo. Ne abbiamo visto scendere due soldati cinesi, stracciati, sporchi, le cartucciere alla cintola, i fucili a tracolla, le daghe sulle reni, il tutto dominato da due faccie da briganti. Pietro  accorso:
- Soldati del mandarino di Hsin-wa-fu! - ci ha detto.
- Che vogliono?
- Venuti per ordine mandarino a vederci.
I briganti ci hanno veduto, sono rimontati a cavallo, e sono scomparsi.
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Noi ci siamo rimessi in cammino. Poco dopo la montagna ci riprendeva.
Due contrafforti rocciosi avanzavano incontro a noi un tumulto di scogliere rossastre. Ancora due valichi! Ed eccoci di nuovo inerpicati fra i macigni.
La strada era peggiore di tutte quelle percorse fino allora. Non dovevamo tanto lottare contro la difficolt di ripide e lunghe pendenze, come sulla Lian-ya-miao, quanto contro gli ostacoli opposti dalle asperit della roccia nuda. Camminavamo su degli scogli, tutti buche, sollevamenti, spaccature, sporgenze. Lo scorrere delle acque, lo zoccolo dei muli e il largo piede dei cammelli avevano appena addolcito in tanti secoli le scabrosit pi vive sopra uno stretto passaggio. L'automobile, per quanto si andasse con lenta cautela, oscillava sulle ineguaglianze del suolo, impuntava ora con una ruota, ora con l'altra, ricadeva di schianto dalla gibbosit delle pietre, aveva i cerchioni attanagliati in solchi profondi. Ed ascoltavamo preoccupati lo scricchiolare metallico dello chassis sforzato dalla trazione, il cigolare sottile del legno delle ruote, una quantit di suoni sommessi mandati non si sa da quale parte della macchina, leggeri lamenti dell'acciaio, appena percettibili, che parevano venire dal lavorio d'insetti distruggitori. Tutte le giunture dell'automobile subivano una tensione per la quale non erano create, e quei rumori significavano spostamenti infinitesimali, deviazioni minime, ma che potevano essere il principio d'una alterazione disastrosa. Era lo scheletro della macchina che soffriva, che si stancava, e la stanchezza delle macchine non si guarisce col riposo.
Ogni passo era, in alcuni punti, un problema da risolvere. Ettore guidava in piedi, per veder bene la strada vicina; aveva le mani scorticate dal volante che vibrava tutto e disobbidiva allo sforzo delle braccia.
Subitamente, due coolies abbandonano la corda gridando, e si azzuffano.
Tutti gli altri lasciano il lavoro, e fra urla infernali entrano nella mischia. Il vecchio capo soffia a perdifiato nel fischietto dell'obbedienza. Pietro, dall'alto della sella, grida anche lui. Noi non sappiamo che pensare. Un ammutinamento? Una rivolta?
Balziamo sui tumultuanti come guardie di sicurezza sopra una dimostrazione sovversiva, e sfolliamo con energia, finch arriviamo a mettere le mani sui due primi cinesi, che intanto si erano afferrati per il codino e si graffiavano assiduamente il viso. Pareva una rissa di donne. "Che cos'? - tuoniamo - Al lavoro! Avanti!"
- Pietro, che avviene?
L'impagabile Pietro ci spiega, e ci fa ridere. I due cinesi si battevano per una questione d'amor proprio. Uno aveva detto all'altro: "Tu non fai forza, tu non lavori, perch sei venuto?" L'offesa era grave. L'altro (un ragazzo dall'aria di fanciulla, e che per questo avevamo soprannominato la Signorina) s' slanciato sull'offensore per tirargli il codino, il che rappresenta agli occhi cinesi un'atroce vendetta. I compagni erano intervenuti per sedare la lite.
- Pietro, come finir questa faccenda?
- Ma  gi finita - ci risponde sorpreso - tirato coda finito tutto!
E veramente vediamo i nostri eroi, attaccati alla stessa cordata, lavorare ancora insieme senza l'ombra del rancore; della lite non conservano altro ricordo che qualche graffio sanguinolento che si asciugano di tanto in tanto col rovescio della manica.
Le difficolt della strada hanno sbito ripreso tutta la nostra attenzione.
Il sentiero s'incassava fra pareti di roccia, cos vicine che noi le toccavamo tutt'e due aprendo le braccia. Con quale ansia attraversavamo quei singolari corridoi tortuosi! Ci sembrava che l'automobile dovesse rimanervi incastrata. Tornare indietro sarebbe stato impossibile. In basso, le pareti avanzavano talmente che una delle ruote doveva sempre montare un po' sulla sporgenza della roccia. La macchina camminava inclinata. Occorrevano un colpo d'occhio ed una sicurezza meravigliosi per guidarla. Era una questione di centimetri. Di centimetro, anzi. Talvolta Ettore, stretti i freni impetuosamente, e immobilizzata cos la macchina, si volgeva esclamando con tono scoraggiato: Non si passa! - E bisognava por mano al piccone, abbattere qualche sporgenza, misurare, tentare ancora facendo tirare gradatamente i soli uomini, al grido di: Ma-man-ti! "Piano!" Le nostre voci erano rimandate dagli echi, che pareva volessero anche loro avvertire: Ma-man-ti!
Il maggiore pericolo era per le ruote posteriori. Esse venivano talmente serrate in basso e sforzate fra le basi delle due pareti, che tendevano leggermente a disporsi come le aste di una V. Temevamo che si spezzassero i raggi o si spezzasse l'asse del differenziale. Ma uscite dalle strette riprendevano, con nostra gioia, la loro posizione parallela. In alcuni momenti per non potevo fare a meno di pensare che forse avevano ragione i fautori delle piccole automobili. Cinque centimetri di meno di larghezza, e saremmo passati ad occhi chiusi per tutto.
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Ad una svolta abbiamo udito uno schianto, seguito da uno scrosciare sinistro. "Ci siamo!" - abbiamo gridato angosciosamente. L'automobile aveva urtato il fianco con violenza. Fortunatamente il danno era limitato al parafango, che s'era scheggiato, e al montatoio, che s'era torto e piegato indietro. Ettore fremeva; avrebbe pagato met della sua vita per essere sbito fuori da quelle gole che ci sembravano eterne.
Le gole cominciarono poi ad alternarsi con dei tratti sabbiosi. Le roccie s'impiccolivano e le sabbie aumentavano. Sulle falde dei monti, verso il nord, i venti impetuosi che vengono dalla Mongolia hanno accumulato delle dune, hanno soffocato gli scogli sotto ai loro stessi detriti. Nei valloni la sabbia forma vasti declivi livellati che sembrano gran fiumi gialli. A poco a poco ci trovammo sulle vette tondeggianti di quelle dune, per passaggi scavati nella rena dal lungo transito delle carovane. E da lass per la prima volta vedemmo, simile ad un oceano, azzurro e incerto nella limpidit dell'orizzonte, l'altipiano mongolo.
L ci aspettavano le immense praterie e il deserto. L era la fuga, la liberazione, la via dell'Occidente.
Agitammo in aria i cappelli e lanciammo nella serenit del cielo un grido d'entusiasmo: Evviva!
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CAPITOLO 5. SULLA SOGLIA DELLA MONGOLIA.
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La curiosit d'un figlio di mandarino. Telegrafo e oppio. Lottando col fango. Kalgan. Fra Ta Tsum-ba e Tu Tung. Pronti.
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La pianura mongola, con la sua apparenza da oceano, ha questo di singolare: di mostrarsi pi in alto delle pi alte montagne. Sembra gonfiata da una prodigiosa marea. Essa  a 1500 metri di altitudine. Si  osservato che la Cina  il paese dei controsensi: eccone uno, fantastico: le montagne in basso e le pianure in alto. Al di sotto delle sconfinate praterie, si profilano i monti di Kalgan, con le torri dell'ultima Muraglia disseminate lungo le creste.
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La vista di quell'orizzonte, libero, aperto verso la mta, ci infuse nuovo coraggio. Da dodici ore eravamo in cammino, ma la nostra stanchezza era sparita. Avanti, avanti! E a gran passi scendevamo i declivi scoscesi delle dune verso il piano sabbioso di Hsin-wa-fu. Dietro a noi, pallida nella lontananza, scompariva la Lian-ya-miao che avevamo superata al mattino.
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La pianura  cosparsa di vecchie tombe, di archi pencolanti, di lapidi, di pagodine cadenti. Ci avvicinavamo ad una grande citt, ed i dintorni delle grandi citt cinesi sono sacri ai ricordi funebri; la morte santifica tutti quei personaggi che vi sono seppelliti, i cui spiriti hanno tanta importanza e tanta influenza nella vita della gente. Hsin-wa-fu  il capoluogo del distretto, sede di un governatore, ha una guarnigione e persino una piccola fortezza, costruita dopo l'invasione straniera, e prudentemente nascosta in un boschetto di ontani fuori delle mura.
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Vedevamo gi le mura elevare le loro merlature sulla pianura ardente, tutte tremule nel riverbero del sole, quando la nostra attenzione  stata attirata dal sollevarsi d'una gran nuvola di polvere dalla parte di Hsin-wa-fu. Poco dopo ci siamo accorti che essa veniva dal galoppo d'un gruppo di cavalieri. Il gruppo correva alla nostra volta. Si avvicinava rapidamente. Era formato da cinesi d'ogni condizione, a giudicare dai vestiti. Precedevano la cavalcata i due soldati dalla faccia sinistra venutici a vedere mentre mangiavamo focaccia a Shan-shui-pu. Quella gente veniva dunque proprio per noi. Appressatisi, tutti si sono fermati, senza nemmeno prendersi il disturbo di salutarci, ci hanno osservato attentamente per qualche minuto con evidente malcontento, poi hanno voltato i cavalli e se ne sono riandati via, a briglia sciolta.
Noi, che per un momento ci eravamo lusingati che fossero venuti incontro in segno di ospitalit (ed avevamo preparato per l'occasione il nostro repertorio di saluti e di complimenti cinesi), non sapevamo spiegarci il fenomeno di quella manovra equestre. Ma Pietro aveva avuto il tempo di parlare con uno dei due soldati, e ci ha informati:
- Avere visto giovane uomo vestito seta azzurra, a cavallo lui avanti a tutti? - ci ha detto.
- Si; ebbene?
- Giovane esser figlio del mandarino. Avere visto grosso uomo con occhiali e cappello paglia come mio cappello? Grosso uomo essere grande letterato, maestro del figlio del mandarino. Altri essere amici, ufficiali, servi....
- Ma che volevano?
- Volere vedere correre automobile. Automobile non correre, tutti andare via non contenti.
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E non avevano tutti i torti, conveniamone. Non capita tutti i momenti al figlio del mandarino di Hsin-wa-fu, che deve essere un progressista, l'occasione di vedere la famosa macchina occidentale che fugge come il vento. Ed ecco che da Pechino l'arrivo di chi-cho  annunziato ufficialmente con un comunicato telegrafico del Wai-wu-pu. Si sa poi che uno di essi  passato vertiginosamente per villaggi e borgate pernottando a Shin-pao-wan. Dei soldati sono spinti in esplorazione e tornano a spron battuto portando la notizia: eccolo! Per vederlo correre bisogna andare lontano, evidentemente, e si forma una spedizione in regola che parte al galoppo. La meraviglia straniera appare all'orizzonte; si avvicina. Sembra lenta ad arrivare, forse per effetto dell'impazienza. Ancora un poco, e il figlio del mandarino col precettore e compagni finiscono per trovarsi davanti ad un lento carro massiccio tirato da un asinello, da un mulo, da un cavallo, coadiuvati da una volonterosa squadra di figli del cielo. No, in verit non avevano torto di mostrarsi profondamente disgustati di noi.
All'entrata del sobborgo, che si prolunga fuori delle mura come un riversamento disordinato della citt troppo compressa, una gran folla ci attendeva, messa in curiosit dal va e vieni della cavalcata mandarinale. Ci ha circondato, sollevando un polverone d'inferno, e ci ha accompagnati ad un caravanserraglio.
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La nostra non  stata precisamente un'entrata trionfale. Ricevevamo quell'accoglienza popolare che per solito  riserbata alle compagnie di acrobati ambulanti: lo stesso pubblico, buontempone, curioso, e straccione, avido dello spettacolo e pronto a disperdersi al momento della questua. Siamo entrati nella corte dell'albergo, e la gente appresso. L'automobile s' fermata nel mezzo, e il pubblico ha fatto cerchio. Non v'era modo di allontanarlo. Che volete, lass vedono gli europei cos raramente, hanno cos poco contatto con loro, che non hanno avuto modo di conoscerli bene: perci non li odiano. Avevamo un pubblico benigno e paziente. S'interessava ai nostri indumenti, ci ammirava dal cappello alle scarpe, sorrideva al suono delle nostre parole, e aspettava. Aspettava qualche prodigioso avvenimento degno di esseri che passano per prodigiosi; per di pi i nostri coolies parlavano alla folla delle meraviglie del chi-cho.
L'amor proprio di Ettore subiva la pressione di parecchie atmosfere; Ettore soffriva; fin da quando avevamo incontrato il figlio del mandarino egli avrebbe voluto staccare il traino ed entrare a Hsin-wa-fu a tutta velocit. Alla fine sent improvvisamente bisogno d'uno sfogo: gir la manovella del motore, impugn il volante, abbass la leva della messa in marcia. L'automobile balz avanti e incominci una furibonda corsa in giro al cortile, in mezzo ad una confusione indescrivibile, a un fuggi fuggi tumultuoso. Gli spettatori non sapevano dove rifugiarsi, correvano qua e l come si fossero trovati rinchiusi con un toro in furore. Ma si sono accorti subito che il toro era ammaestrato, che girava regolarmente intorno al pozzo, che ripassava con esattezza negli stessi punti, e non aveva la minima intenzione di far stragi. Allora si sono fermati. Per un altro pericolo pi grave assai per loro  comparso in quel momento.  entrato dalla porta sotto forma d'una squadra di soldati cinesi armati di bastoni, comandati da un ufficiale dall'aspetto piuttosto di cooly ma coperto di galloni d'oro. I bastoni si sono sollevati sulla folla, e sono anche ricaduti su delle spalle, ma non molto perch dopo alcuni secondi non si sarebbe trovata pi nemmeno una spalla da bastonare: il cortile era deserto.
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Dopo questo completo successo le milizie hanno occupato posizioni strategiche: due soldati alla porta, due ai fianchi dell'automobile, due in fazione sulla strada, e l'ufficiale nella cucina dell'albergo. Potevamo riposare tranquilli. Il mandarino di Hin-wa-fu non ci era avaro di protezione e di difesa. Pi tardi egli mand un funzionario a chiederci quando ce ne saremmo andati. Poteva essere pi premuroso di cosi?
Di Hsin-wa-fu vi  una cosa che io non dimenticher mai: l'ufficio telegrafico.
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Non lo dimenticher quello straordinario ufficio, prima di tutto perch dovetti percorrere quattro chilometri per andarlo a trovare, e quattro naturalmente per ritornare, e quel giorno noi ne avevamo percorsi cinquanta. In una via solitaria, dentro alle mura, i fili telegrafici scendono dai loro pali sopra una casa silenziosa come un tempio. Nel tempio trovai due telegrafisti molto assorti in una importante e delicata operazione che la legge cinese ha recentemente proibito: essi fumavano l'oppio, sdraiati sopra il kang, con le loro pipe a clarinetto in mano, avvolti nel fumo profumato, denso e grasso del narcotico.
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- Posso spedire un telegramma? - chiesi gentilmente dopo aver scambiato i saluti di rito.
Silenzio. Io mi sedetti. Dopo qualche minuto ripresi:
- Avrei un telegramma da mandare....
Uno dei fumatori mi si appress, fece non so quali faccende per l'ufficio, si affacci all'uscio e grid che si portasse del th.
- Volete trasmettere un mio telegramma? - esclamai ancora.
Delle idee cominciavano a farsi strada nella mente del funzionario imperiale. Mi guard e mi disse in un inglese approssimativo:
- Noi siamo in comunicazione diretta con Kalgan e con Pechino. Tre ore al giorno con Kalgan e tre ore con Pechino. Dalle sette alle undici con Kalgan e....
- Benissimo. Il mio telegramma va in Europa. Accettate telegrammi per l'Europa?
Silenzio. Arriv il th. Ne sorbii una coppa, mentre mi preparavo a scrivere il dispaccio. Poi ripetei:
- Accettate dunque telegrammi per l'Europa? S o no?
L'impiegato placidamente mi squadr come se mi vedesse allora soltanto, e replic con serenit:
- Europa? Noi siamo in comunicazione diretta con Kalgan e con....
- E con Pechino, lo so.... ma....
- Tre ore al giorno con Kalgan e tre....
- E tre ore con Pechino, lo so!
- Dalle sette alle undici con....
- Con Kalgan, lo so, basta! Grazie. A rivederci!
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E fuggii furibondo, mormorando parole che, sebbene ricche di espressione e di energia, non meritano la diffusione per mezzo della stampa.
Volevamo fare tutto il tragitto da Hsin-wa-fu a Kalgan - una quarantina di chilometri - col motore, salvo al passo di Yu-pao-tung, un valico di collina molto ripido ma breve situato a met del percorso circa. Una parte dei nostri uomini era stata gi mandata a Yu-pao-tung, e a mezzanotte aveva lasciato l'albergo. Ma trovammo la strada cos cattiva, fangosa o sassosa o sabbiosa, che dovemmo ricorrere ancora al traino per i primi quindici chilometri. Alle cinque del mattino del 14 Giugno riprendevamo lentamente il cammino in mezzo al monotono scalpiccio dei cinesi attaccati alle corde, girando per vaste piane sabbiose, contornando dune.
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Pare incredibile la quantit di sabbia che i venti della Mongolia trascinano dal deserto sulle campagne cinesi vicine alla frontiera. La sabbia si accumula dal nord sopra ogni roccia, sopra ogni ostacolo, come fa la neve spinta dalle tormente. A ridosso delle mura di Hsin-wa-fu ve n' andata tanta che ha finito quasi col seppellirle. Di esse emerge la merlatura.
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In mezz'ora abbiamo avuto ragione del passo di Yu-pao-tung, incassatura scoscesa, dall'apparenza feroce ma in fondo abbastanza ospitale, la quale non ci ha opposto altre difficolt che una pendenza del quaranta per cento, e la presenza di alcuni macigni, che si sono lasciati docilmente rotolar via per sgombrare il passaggio. In quella piccola gola  rimasto, isolato, sollevato, e perci rispettato, un pezzo di strada pavimentata a larghe pietre, pietre che non sono della regione e che vi debbono essere state trasportate dal monte Shi-shan (al di l di Kalgan).  una sorprendente reliquia dell'antica civilt cinese. Vi erano dunque delle vere strade, una volta, e belle, e comode. Cosa era mai in quei tempi lontani la Cina? Quali traffici, quale fiume di ricchezza scorreva per valli e per pianure, sopra vie mirabili e ponti superbi, verso Pechino? Quanti secoli sono passati?
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Davanti ad un piccolo e grazioso tempio, contornato d'alberi, ci siamo fermati a preparare il motore e a mettere in ordine ogni cosa per andarcene a Kalgan senz'aiuti esteriori. Sono sopraggiunti dei mulattieri, dei contadini, dei ragazzi, e proclamata dai coolies la notizia dell'evento si  sparsa,  penetrata anche nel tempio. Un giovane bonzo  comparso in cima alla gradinata che conduce nel recinto sacro, ha guardato, ed  sparito per ritornare poco dopo sorreggendo e guidando un vecchio bonzo dal capo reclinato e tremulo. Ci siamo accorti che il vecchio era cieco. Il giovane gli raccontava tutto ci che accadeva. Ed il cieco assist cos, senza vedere, alla portentosa fuga del carro magico attraverso quei luoghi che egli ben conosceva, attraverso la luce e i ricordi della sua giovinezza.
Ci parve quasi un simbolo quella cecit. Il simbolo dell'anima cinese. Non era forse intorno a noi tutto un popolo che viveva solo del passato, e che assisteva senza vedere al poderoso irrompere d'un presente a lui ignoto? Che cosa lasciavamo dietro di noi, fra quelle genti, se non l'impressione d'una violenza misteriosa?
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Correvamo serpeggiando per letti di torrenti, per sentieri scavati dalle acque. Seguendo il fondo d'un largo fossato fummo fermati dal fango. Le ruote motrici giravano a vuoto strisciando nella mota, scavandola, affondandovisi.
- Tutta forza indietro! - grid Borghese.
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Le ruote girarono in senso contrario, ma l'automobile non si spost d'un millimetro.
Il motore si riscaldava, e bisogn aspettare che si freddasse. Dei cinesi, che tornavano dal mercato di Kalgan, passavano sui ciglione del fosso. Domandammo loro di aiutarci, ad essi fuggirono a gambe levate, oscillando sotto il peso dei loro cesti a bilancia. Quella gran cosa che urlava, soffiava e faceva fumo li aveva atterriti. Ci eravamo rassegnati ad aspettare i coolies, ma dopo mezz'ora ci accorgemmo che il sole ardente aveva prosciugato un po' di fango smosso dalle ruote indurendolo. Rinnovammo i tentativi. E dopo qualche minuto constatammo che la macchina cominciava a muoversi, quasi insensibilmente. Le ruote giravano con una velocit da novanta chilometri all'ora, e l'automobile camminava a quella di novanta centimetri. Riuscimmo a farla arretrare di un metro, poi di due, di cinque; e da l nuovamente avanti a tutta forza. Essa si ributt nei suoi solchi, ruggendo, lanciando il fumo ad esplosioni. Lentamente progred, tutta vibrante, raggiunse un terreno pi secco, e allora ad un tratto, con un balzo felino, si slanci avanti, libera.
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Kalgan si nasconde fra gli alberi, all'imboccatura d'una valle. La scorgemmo all'improvviso, ad una svolta della strada. Si rivel d'un colpo col suo panorama singolarmente cinese, simile a quelle citt che si vedono dipinte sugli arazzi del Fu-kien, varia, pittoresca, distesa sulla riva d'un largo fiume sassoso - il Ta-ho (il "Gran Fiume") - profilata sullo sfondo alpestre offerto dai fianchi bruni e dirupati dal monte Shi-shan, sollevante delle vecchie pagode, dei pae-l - archi votivi -, dei bizzarri tetti di templi, irregolare, formata da disordinati aggruppamenti di casupole, di palazzi, di alberi, da una confusione di edifici e di piante che pare si affolli all'imboccatura del gran ponte di pietra sul Ta-ho per attraversarlo.
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Noi non lo abbiamo attraversato. Gli antichi e monumentali ponti cinesi c'incutevano troppo rispetto. Preferivamo i guadi. Scendemmo nel letto del fiume, dove tutta una popolazione di conciatori era intenta a lavare pelli di capra mongola nella corrente, grandi cataste di pelli dalla lana fioccosa che facevano pensare ad un immenso gregge scorticato. Si sentiva nell'aria l'odore del cuoio e delle concie; veniva dalla citt stessa nei cui vicoli c'immergevamo; passavamo fra capanne di fango cinte da palizzate, fra abituri di sobborghi che hanno un aspetto positivo, che dicono gi della vicinanza di terre e di genti selvagge. Sboccammo in un mercato brulicante di mongoli dal berretto di pelo, ingombro di baracche, pieno di carri, di cavalli, di gridi, di frastuono. La gente ci faceva largo stupita, e ci sentivamo come seguiti da una sca di silenzio. Dei soldati in casacca rossa correvano precedendo un palanchino circondato da ufficiali a cavallo, uno dei quali reggeva con solennit un ombrello rosso, distintivo del comando: passava un gran mandarino, il presidente della giustizia di Kalgan, un bel cinese grasso e tondo, somigliante a quei mandarini di porcellana dalla testa snodata che dicono sempre di s. Siamo entrati nella "Citt Alta" che s'insinua nella vallata. In mezzo alla via ci aspettava un europeo.
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Era il signor Dorliac, direttore della succursale della Banca Russo-Cinese, che ci offriva ospitalit.
Accettammo con riconoscenza il gentile invito di quell'eremita della civilt, il quale vive lontano dai suoi simili in una specie di casa cino-europea, diciamo pure russo cinese, iniziando i nativi ai misteri della cambiale. Il cortile della Banca divent il laboratorio di Ettore; gli uffici divennero il nostro accampamento. In poche ore l'Itala riprese il suo aspetto normale, dopo di aver licenziato la cassetta da imballaggio per riaddossarsi la carrozzeria con i suoi serbatoi. Trovammo pronto il nostro primo deposito di benzina e d'olio, che i serbatoi assorbirono. Per diminuire le cause di riscaldamento del motore, in previsione di torride temperature, furono messi ai cilindri i tubi di scarico immediato, come ne hanno le macchine da corsa, innestati al cofano del motore, simili a due piccole trombe da fonografo, per i quali i vapori di benzina incandescenti possono sfuggire liberamente appena formati.
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I lavori di Ettore erano sorvegliati da un enorme pubblico. Le autorit avevano mandato sei soldati a vigilare l'ingresso della Banca, con l'ordine di non fare entrare nessuno. Grave errore. Ogni soldato cinese ha, naturalmente, un certo numero di amici di parenti, di creditori, verso i quali deve mostrarsi condiscendente e gentile lasciandoli passare quando  di guardia. Ma il numero di creditori, di parenti e di amici di sei soldati cinesi equivale alla popolazione media di una citt. Ecco la ragione per la quale, da una porta chiusa a chiavistello, puntellata da una trave e custodita da sei sentinelle, entrava un'invasione a getto continuo. Se i soldati di guardia fossero stati dodici, la Banca sarebbe stata saccheggiata. Molto pubblico era salito sui tetti vicini; ed una processione di gente scalava la montagna Shi-shan, si appollaiava sulle sporgenze delle roccie, noncurante del pericolo delle frane che sulla Shi-shan fanno continuamente vittime, e spiava da lontano i segreti dell'Europa.
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Dei missionari venivano a visitarci, vestiti da cinesi ma coperti da un cappello europeo; ci narravano con grande evidenza gli orrori della rivolta boxer a Kalgan, la quale avrebbe fatto certamente una vittima e un martire di ogni missionario, se ogni missionario non fosse fuggito prima per la via della Mongolia. Uno di loro ci dava preziosi ragguagli sulla Mongolia che conosceva benissimo; da tanti anni vi andava a distribuire delle Bibbie ed a comperarvi dei cavalli, facendo eccellenti affari ippo-spirituali. Venne a trovarci anche la Colonia russa al completo, composta di tre membri; e intorno al samovar ascoltammo le loro tre gravi voci parlarci dolcemente della Siberia con un melanconico senso di nostalgia. In quel momento, trovandoci fra europei, gustando del th russo e degli eccellenti prodotti della cucina slava, provavamo quasi l'illusione d'aver gi superato parecchie migliaia di chilometri. Ma non ne avevamo superati, ahim, che 240 circa, dei quali 95 a forza di motore.
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Fu proprio, quella, una giornata dedicata alle esigenze mondane. Le autorit cinesi, oltre a fornirci un corpo di guardia, avevano fatto affiggere per la citt una proclamazione che ci riguardava. Il popolo di Kalgan era avvertito del nostro arrivo; esso doveva considerarci come amici, non avendo noi alcuna intenzione ostile, e perci rispettarci; il popolo di Kalgan doveva sgombrare il passo alla nostra macchina, non avvicinarsi ad essa e tanto meno toccarla, potendone risultare delle gravi disgrazie; i trasgressori sarebbero stati imprigionati e condannati a pene da decidersi. Numerosi bolli ufficiali, rossi e quadrati, convalidavano la proclamazione che il popolo di Kalgan si affollava a leggere nei crocicchi. Noi dovevamo un ringraziamento alle autorit, e ci recammo a far visita al Ta Tsum-ba, cio al rappresentante del Wai-wu-pu, altissimo personaggio la cui autorit si estende sulla Mongolia, una specie di ministro della frontiera, il cui nome personale  Te Tsui. Sulla sua casa sventolava la bandiera gialla col drago.
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Il Ta Tsum-ba ci aspettava, ed egli e il suo seguito s'erano messi in gran gala per riceverci. Abiti ricamati, cappelli da cerimonia sormontati da bottoni di tutti i colori, penne di pavone oscillanti da quei bottoni sulle nuche, cinture variopinte, scarpe di raso. Quando ci ha visto si  stretto cordialmente le proprie mani, secondo l'etichetta cinese; tutti si sono stretti le mani; e poi inchini, complimenti, auguri di lunga vita, ogni cosa condita con numerose tazze di th profumato alla rosa e al gelsomino, e con abbondanti dolciumi di natura misteriosa che il Ta Tsum-ba ci offriva con le sue stesse dita dalle lunghe unghie inanellate di giada - onore straordinario.
Le preoccupazioni di Te Tsui erano quelle del Wai-wu-pu. Ci domand se in viaggio prendevamo appunti, se facevamo delle osservazioni sulla strada....
- Appunti ? osservazioni ? Mai! - rispose il Principe.
- E a Irkutsk - domand il Ta Tsum-ba - a Irkutsk certamente prenderete il treno....
- No.
- E pure, tutti coloro che vanno per la Mongolia in Europa prendono il treno a Irkutsk! - osserv il dignitario meravigliato. -  molto comodo. Fra dieci anni vi sar il treno anche qui.
Dopo la visita al Ta Tsum-ba, la visita al Tu Tung, ossia al generale tartaro che la tartara corte di Pechino mette al fianco di ogni governatore cinese come controllore, comandante le milizie governative e perci onnipotente, vero tutore di tutto il mandarinato provinciale. Il Tu Tung di Kalgan si chiama Chen Sung. Abita un palazzo che pare un tempio, cinto da un muro rosso; e dalle alte antenne ornate di appendici bizzarre indicanti il fu, o casa ufficiale, sventola con la bandiera dal drago anche lo stendardo militare.
Altri abiti ricamati, cappelli da cerimonia con lunghe frangie rosse, bottoni, giade, penne di pavone, cinture variopinte, scarpe di raso, auto-strette di mano, inchini, complimenti, th profumato, champagne, dolciumi.
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Il Tu Tung  pure un amico della ferrovia, quando la ferrovia  fatta da cinesi, s'intende. Ma  nemico dei tunnels. Egli  stato una volta in ferrovia, sulla linea di Han-kow; non  dunque un conoscitore puramente platonico; parla per esperienza. Finch si corre all'aperto, tutto va bene, ma quando si entra in una galleria, si prova l'impressione pi sgradevole.
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- Ma non c' alcun pericolo - osserv Borghese.
Lo sapeva bene il generale tartaro che non v'erano pericoli, diamine. L'impressione sgradevole veniva per l'oscurit.
- Si fa conto che sia notte - insinua il Principe sorridendo.
Ah, non  la stessa cosa. Il Tu Tung Chen Sung, attraverso l'interprete, spiega. Spiega, e rivela un po' degl'ignoti orizzonti dell'anima cinese, un po' della raffinata sensibilit orientale:
- L'oscurit della notte e quella del tunnel sono completamente diverse. Non si somigliano nemmeno. Quella della notte  dolce, quella del tunnel  aspra.... Vi  tanta differenza come fra la felicit e il dolore.... L'oscurit della notte apre, l'oscurit del tunnel chiude....
Dopo questa lezione sulle varie oscurit, siamo tornati alla Banca, appena in tempo a ricevere la visita del Ta Tsum-ba. Arrivavano carrette con gli ufficiali del sguito. I dintorni erano gremiti di popolo, i cui gridi ci hanno avvertito dell'appressarsi del mandarino. Scortato da soldati un palanchino portato da una falange d'uomini  entrato nel cortile, e ne  emerso Te Tsui, con abiti superbi di ricami d'oro, collana d'amatista, ventaglio. La Banca Russo-Cinese fu piena d'un fruscio di seta.
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Uscendo, il Ta Tsum-ba volle vedere il chi-cho. Trov molto ingegnoso il sistema per suonare la tromba senza soffiarvi dentro con la bocca. Osserv attentamente la macchina andare avanti e indietro, e rientr nel suo palanchino dopo averci stretto la mano all'europea - concessione ai nostri usi fatta per uno speciale riguardo agli uomini e al luogo. Shu-ba! "Largo!" - gridarono i soldati alla folla, coi bastoni in aria, e il corteggio si allontan.
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Venne poi il Tu Tung, con un sguito anche pi grande. Noi eravamo gonfi di orgoglio e di th, sopratutto di th.  incalcolabile il numero di tazze che l'etichetta ci aveva obbligato ad ingoiare. Era notte, e ancora ricevevamo delle visite di cerimonia. Il samovar del signor Dorliac era continuamente sotto pressione, come una locomotiva. All'ora del pranzo venne anche E-Le-He-Tai. Esso  un mandarino interprete del Wai-wu-pu, che parla e scrive l'inglese, e che non aveva avuto modo di esprimerci la sua simpatia alla presenza del Ta Tsum-ba. Venne ad esprimercela vestito di seta rossa; magnifico; pareva un cardinale cinese. Aveva indosso oggetti di valore che volle regalarci per ricordo: al Principe una gran borsa ricamata, a me una taschetta da essenze odorose, piena di resina canforosa che i cinesi masticano per dare all'alito un profumo da guardaroba, ad Ettore una borsetta da tabacco. E-Le-He-Tai era entusiasta dell'automobile, chiese il favore di potervi fare un giro, il che gli fu concesso. Mi parve che il nostro buon amico nell'ortodossia cinese rappresentasse il pi simpatico modernismo, ma laggi  pericoloso essere modernisti. Le scomuniche massime colpiscono in modo cos radicale!
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Persino alcuni bonzi d'un vicino tempio, arrampicato in modo pittoresco sulle falde della Shi-shan, vennero a vedere l'automobile. Quel tempio ha un gong che suona un tocco ogni minuto durante tutta la notte. Alla fine noi rimanemmo soli con quel suono, grave, dolce, d'una solennit indicibile, suggestivo. Aveva l'insistenza d'un avvertimento. La nostra fantasia ci portava lontano, e quel rintocco ci richiamava severamente, come una voce che si levasse per noi, una voce che riempiva di s lo spazio che si spandeva con la regolarit di un gran respiro, che a poco a poco si trasformava ai nostri sensi, diveniva pi vasta, pi profonda, pi strana, vibrante come un coro lontano, unione di mille suoni e di mille lamenti. Ci parve di ascoltare in essa la voce favolosa della notte cinese.
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La mattina dopo - 15 di Giugno - fu spesa in una ricognizione a cavallo verso la Mongolia. La strada fu trovata in parte percorribile col solo motore. Le ultime alture sarebbero state superate con l'aiuto dei coolies e dei muli. Poi cominciava la prateria. Dopo la traversata compiuta nei giorni precedenti, tutto ci sembrava facile. Ma un pericolo ci minacciava: la pioggia. La valle dello Shi-shan-ho in tempi di pioggia va soggetta a inondazioni repentine e impetuose, e siccome la strada  precisamente il letto del fiume, le carovane sorprese dalla furia delle acque non hanno scampo. I disastri vi sono frequenti, ed ogni piena porta a Kalgan, insieme ad alberi sradicati, a carogne di muli, di cammelli, di pecore, anche dei cadaveri. Quel giorno stesso piovve per qualche ora, e il tempo prometteva di peggio. Aspettavamo dunque con impazienza l'arrivo delle altre automobili, che sapevamo giunte a Hsin-wa-fu.
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Per andare da Kalgan a Urga vi sono due strade. La principale, la pi nota,  la strada detta mandarina, che gira un po' a nord-ovest per circa ottocento chilometri fino al villaggio di Sair-ussu dove si biforca in due rami, dei quali uno volgendo al nord si dirige a Urga, e l'altro piega a ponente, entra nella regione montuosa degli Altai, e per Kobdo, attraverso la terra dei Calmucchi, va a Semipalatinsk. L'altra strada, ad una quarantina di chilometri da Kalgan punta al nord, e va dritta a Urga. La prima  pi frequentata, ha stazioni di posta e mercati,  percorsa con carrette cinesi, ed  generalmente preferita, per quanto sia pi lunga di qualche centinaio di chilometri. La seconda non  che un sentiero da cammelli, ed attraversa regioni quasi assolutamente deserte dal principio alla fine. I cinesi le distinguono appunto con i nomi di "Strada dei carri" e "Strada dei cammelli". Noi abbiamo scelto la strada dei cammelli.
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La scelta  logica, per quanto possa sembrare bizzarra. Il transito in genere, e il passaggio dei carri in specie, rovina il terreno e lo rende difficile all'automobile. Nella Mongolia e nel deserto di Gobi avremmo potuto correre velocemente soltanto sopra terreno vergine. Su certe pianure, la migliore strada per l'automobile  dove non c' strada affatto. Pochi anni or sono non avremmo potuto arrischiarci senza guide nelle sconfinate praterie mongole e nel deserto; adesso sulla strada dei cammelli v' una guida infallibile: il telegrafo. Si segue ciecamente la linea dei pali per circa 1200 chilometri, e si arriva ad Urga. In regioni cos lontane, per le sconfinate solitudini dell'Asia centrale, la vicinanza del telegrafo era per noi la vicinanza del nostro mondo. Ed ecco un'altra ragione della scelta.
Il mattino del 16, alle otto, udimmo un gran voco di popolo. Corremmo sulla via. Una notizia aveva traversato fulmineamente la citt, dal ponte sul Ta-ho alla Banca Russo-Cinese: Arrivano! - Erano i nostri amici francesi che entravano in quel momento nella citt bassa. Andammo ad incontrarli festosamente. Strette di mano, saluti, racconti. Essi avevano passato la notte accampati a trenta li da Kalgan. Il loro viaggio era stato pure faticoso, ma piacevolmente interrotto alla sera dalla vita da accampamento, con le sue svariate occupazioni, le improvvisate cucine all'aria aperta, le lotte contro la pioggia, i risvegli nel fresco dell'alba. Sotto alla Lian-ya-miao essi avevano trovato l'Hun guadabile, ed avevano potuto evitare un'ascensione pittoresca e detestabile; ma non avevano avuto modo di evitare le altre, pi aspre e pi difficili.
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In un momento il cortile della Banca sembr trasformato in un'officina. Per tutto bidoni d'olio e d'essenza, chiavi inglesi, martelli, gomme, pezzi di ricambio gettati alla rinfusa. Le automobili mostravano a nudo i loro lucenti organismi per le aperture dei cofani, e si offrivano docilmente alle toilette. I meccanici, le mani intrise di grasso, sparivano carponi fra le ruote, vi si distendevano, giravano martinetti, svitavano dadi, martellavano, pulivano. Tutte le parti superflue erano smontate e gettate via per rendere le macchine pi leggiere; Pons segava i suoi parafanghi, Bizac toglieva i "silenziosi" - quei pesanti cilindri che comprimono il gas per lasciarlo sfuggire senza rumore. Poi i motori erano provati, ascoltati, provati ancora, e il cortile s'empiva di frastuono, di fumo, di puzza. Alla sera tutte le automobili erano pronte. Il bagaglio s'era aumentato di alcune pellicce di capra che Pietro aveva comperato per noi al mercato.
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Fu un banchetto melanconico quella sera alla mensa del signor Dorliac. Eravamo un po' stanchi; e non avevamo nulla da dirci poich tutte le menti erano piene d'uno stesso pensiero e tutte le anime d'una stessa impazienza. Stavamo per lasciare con Kalgan ogni contatto con la civilt. Fino allora ci eravamo trovati in condizione da poter ricevere da Pechino pronti aiuti; avevamo attraversato regioni popolose e ricche; eravamo stati sempre circondati da una folla di gente; il ritorno sarebbe stato facile; il mare era vicino, e il mare  la strada di casa. All'indomani ci saremmo slanciati nell'ignoto, soli. Era un momento decisivo. Era il lchez tout dell'aeronauta. Anche noi ad un certo momento avremo detto ai nostri uomini lchez tout, e saremmo scomparsi in una immensit. La partenza da Pechino non ci era apparsa cos piena di solennit, come quest'altra partenza che aspettavamo con desiderio febbrile e con ansia. Perch a Pechino avevamo avanti a noi Kalgan, e a Kalgan avevamo avanti a noi il centro dell'Asia: incognita affascinante. Urga, la pi vicina citt, era a sette gradi di latitudine.
Alla fine del pranzo toccammo i bicchieri colmi, fraternamente, francesi, italiani, e il nostro ospite russo, e dopo uno scambievole sincero augurio ci separammo ricordandoci l'ora della partenza:
- Alle quattro dunque?
- Alle quattro, buon riposo.
- Au revoir!
 CAPITOLO VI.
PER LE PRATERIE MONGOLE
Nel letto d'un fiume. - Fra le torri della "Wan-li-chang-cheng" - Salpando nel mare verde - All'accampamento - Ospitalit mongola - Verso il deserto - Pong-Kiong.
"Lasciammo Kalgan stamane. Passiamo ora il confine mongolo. Sono le otto del mattino. Terreno ottimo. Abbiamo percorso col motore il letto del fiume Shi-shan per 25 chilometri. Superammo facilmente 1828 metri di altitudine. Paesaggio incantevole".
Questo dispaccio, scritto in piedi, frettolosamente, sopra un foglio di taccuino, consegnai al mattino del 17 Giugno ad un giovane e cortese attach della Legazione francese, che ci aveva accompagnati a cavallo fino al principio delle praterie, scongiurandolo di rimetterlo prima di sera all'ufficio telegrafico di Kalgan. Se gli avessi affidato un documento dal quale fosse dipesa la salvezza d'un esercito, non sarei stato meno solenne nelle mie raccomandazioni, e meno appassionato nei ringraziamenti.
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Un giornalista  sempre disposto a considerare lo smarrimento d'un suo telegramma come una grave sciagura. Egli ha un po' la passione dello storico, e un dispaccio perduto rappresenta una lacuna irreparabile nella immediata storia che egli scrive. E poi,  anche in lui un certo affetto paterno per quelle sue affrettate registrazioni dei fatti, e le accompagna col pensiero nel loro cammino; calcola le ore che impiegheranno a giungere a destinazione, calcola le differenze di tempo fra regione e regione, le vede arrivare alla redazione, di notte, al momento del lavoro, fermarsi fra le carte d'un gran tavolo, sotto la luce delle lampade elettriche... Lo smarrimento equivale ad un tradimento. Viaggi, spese, fatiche, possono essere resi inutili da un futile evento che faccia rimanere un dispaccio in fondo alla tasca di qualcuno o sull'erba d'un sentiero. Alla puntualit d'un servizio giornalistico concorrono talvolta le pi svariate circostanze, la rapidit di un cavallo, l'onest d'un cinese, il bel tempo. L'incertezza sulla sorte del proprio lavoro  una delle pene pi angosciose per un corrispondente in lontane regioni, costretto a ricorrere ad ogni mezzo per far giungere i suoi dispacci al pi vicino ufficio telegrafico, impossibilitato a ricevere comunicazioni dirette, isolato, all'oscuro di tutto, sperduto nel dubbio.
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Io tenevo immensamente al recapito di quel breve telegramma anche perch in quel momento mi sembrava rinchiudesse la pi importante notizia del mondo: "Passiamo ora il confine mongolo".
Ripetevo queste parole a tutti con una sorta di entusiastico stupore. Eravamo in una valletta erbosa, fra le ultime ondulazioni del terreno, fra collinette tondeggianti e molli che facevano pensare ad un estremo propagarsi sulla pianura di quella tempesta di monti che avevamo attraversato, e che vedevamo all'oriente ancora alta sull'orizzonte. Allo sbocco della valle scorgevamo la prateria sfumare lontano, livellata ed eguale. Ci eravamo fermati per fare gli ultimi preparativi.
Il viaggio mattutino era stato magnifico. Avevamo dovuto aspettare per partire che le porte di Kalgan si aprissero. Per una consuetudine che risale certamente a tempi di guerre e di sorprese, le citt della Cina chiudono ogni sera le loro porte, alle quali dei soldati sono messi di guardia. Per la via deserta eravamo arrivati di fronte ad una porta chiusa e ad una guardia che dormiva. La guardia s' svegliata, la porta s' spalancata, e alla prima luce dell'alba correvamo nella stretta valle dello Shi-shan-ho, zigzagando sulle ghiaie del fiume per evitare i macigni e i ciottoli.
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La valle, chiusa da colline scoscese, era piena d'ombra anche quando le sommit rocciose dei monti cominciavano ad accendersi della luce rosata del sole nascente. Il giorno dominava gi in alto, e la notte si rifugiava in basso; pareva nascondersi per non essere vinta, indugiava a dissiparsi, velava di penombre violastre quella tortuosa gola che noi risalivamo con una velocit di venti chilometri all'ora.
I tubi di scaricamento applicati ai cilindri del motore mandavano fuori i gas della combustione con esplosioni formidabili, assordanti, violente come colpi di carabina, e cos rapide e serrate da darci l'illusione d'avere con noi una mitragliatrice in pieno funzionamento.
.L'eco di questo strepito riempiva la vallata. Dovevamo gridare per intenderci. Pietro sembrava esterrefatto. Trasportavamo anche Pietro con noi, issato sul bagaglio; s'era attaccato alle corde per resistere alle oscillazioni e ai sobbalzi dell'automobile, e rimaneva fermo e zitto, desiderando forse in cuor suo di trovarsi in quel momento sulla groppa del pi indomito cavallo della Cina piuttosto che l sopra.
- Si va bene Pietro ? - gli chiedeva Borghese, con la massima buona fede, mentre guidava la macchina.
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E Pietro con una indecisione eloquente:
- Ss.... s!
Sopra un'altura, si erge una gran roccia, strana, simile al rudere d'un castello medioevale, con delle punte aguzze che ricordano rovine di torri. Il castello  forato; dalla valle si vede il cielo attraverso un'apertura dello scoglio, regolare, simile all'apertura d'un qualche ponte massiccio. Nell'alba quella singolare costruzione della natura, ancora oscura e che si disegnava nitidamente sul cielo sereno, aveva una sinistra imponenza. I Mongoli che passano nella valle la guardano con un rispetto quasi religioso. Vi  una leggenda intorno a quella roccia. Un giorno Jingis-Kan, il Conquistatore, che  un dio nella memoria dei Mongoli, passando alla testa d'un esercito per quella stessa strada che noi percorrevamo in automobile, si ferm sotto al bizzarro castello creato dal caso, e come riconoscendovi un significato guerresco ed ostile, tolse una freccia alla faretra, l'adatt alla corda dell'arco, e la scocc. La freccia colp in pieno la roccia. La conseguenza di quel colpo imperiale? Il buco. Quell'apertura da ponte non  altro che la ferita alla montagna fatta da Jingis-Khan.  vero che la ferita  tanto grande che un uomo a cavallo, e forse anche in automobile potrebbe passarvi attraverso, ma chi pu mai dire quanto fossero grosse le freccie di Jingis-Khan e quanto potenti le sue braccia?
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Alla fine la valle si restringe e il fiume diventa burrone. Cominciava l'ultima ascensione. Ai piedi della salita aspettammo i coolies, che partiti alla notte da Kalgan non erano ancora giunti. Le altre automobili, rimaste indietro, ci seguivano lentamente. Osservavamo un vecchio tempio a mezza costa, quando vedemmo comparire per il sentiero sassoso un curioso individuo. Era un cinese alto alto, magro magro, una specie di grossa mummia disseccata, che portava accuratamente un vassoio pieno d'uova, una theiera, delle coppe, e che vistosi guardato ci faceva dei grandi inchini avvicinandosi. Il suo viso giallo e ossuto aveva un largo sorriso da teschio. Egli depose in terra il vassoio, vers il th nelle coppe e ce le offr, poi ci offr le uova, e ci diede il benvenuto. Dovevamo al Ta Tsumba l'onore della sua conoscenza. Il nostro buon amico aveva mandato alle autorit dei paesi che noi avremmo attraversato l'ordine di renderci omaggio. Ma in quelle regioni mezzo deserte, di autorit non ve n'era che una, e precisamente quella brava mummia sorridente, capo di una piccola e povera popolazione annidata sulla montagna. Egli era disceso all'alba fino al piccolo tempio, dove s'era messo a far bollire l'acqua del th, a cuocere le uova e ad aspettarci. Quando ci aveva visti da lontano, s'era precipitato con le sue lunghe gambe ad incontrarci. Salutammo cordialmente l'autorit, e l'autorit si affrett a presentarci un taccuino facendo il gesto di scriverci sopra.
- Come! - esclamammo. - Un collezionista d'autografi?
- Volere scrittura - ci avvert Pietro - per mostrare al Ta Tsumba che avere obbedito suo comando.
- Ah, un ben servito allora!
E scrivemmo, il Principe ed io, tutto il bene possibile ed immaginabile dell'uomo magro, il quale intanto mangiava tranquillamente le sue uova e beveva il suo th.
I coolies arrivarono, con cinque muli, e pochi momenti dopo vedevamo abbassarsi ai nostri piedi allontanandosi la valle dello Shi-shan-ho. Ci arrampicavamo sulle giogaie dell'ultima Gran Muraglia.
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Non rimangono che le torri dell'immensa Wan-li-chang-cheng. Fra l'una e l'altra si distende un lungo cumulo di sassi, ed  quanto resta delle mura cadute. I muraglioni avevano l'anima di fango; le torri di pietra. Per questo dopo ventun secoli di vita esse sono ancora salde ai loro posti di vedetta. Sorsero duecento anni prima di Cristo. Da allora sono scomparse tante citt, si sono dispersi dei popoli, si sono estinte delle civilt, degl'imperi sono caduti, ed esse rimangono. Rimangono soprattutto perch sono inutili. Al mondo resiste meravigliosamente tutto ci che  inutile e superfluo, poich nessuno lo tocca.
Quelle torri, cos isolate, sembrano, da lontano, sulla nudit della montagna, prodigiosamente grandi. S' innalzano a distanze eguali, a distanze che possono essere superate dalla voce umana; furono disposte cos perch il grido delle scolte corresse lungo la loro catena. Una torre chiamava l'altra nella notte.
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L'automobile trainata percorreva un sentiero tortuoso, ma il Principe ed io scalavamo in linea retta le roccie finch arrivammo alle prime torri. Lass ci fermammo pieni di ammirazione per il sublime spettacolo che si apriva avanti a noi nella limpidezza luminosa del mattino. Vedevamo lo sterminato altipiano mongolo, abbastanza lontano da conservare ancora un'apparenza d'oceano, interrompersi a ponente, cessare improvvisamente con un ciglione a picco sui piani sottostanti del Hwang-ho: cadeva gi come una immensa cateratta azzurra. In basso, pi vicino a noi, un paesaggio strano, un paesaggio di sogno, un agglomeramento immenso di collinette rossastre, tagliate, martoriate, solcate per ogni verso da miriadi di crepacci, sterili, varie ed eguali come le onde del mare, impallidite dalla lontananza fino ad avere il fantastico colore d'una nudit vivente, un caos color di rosa, una tempesta immobile. All'oriente sorgevano gigantesche le montagne del Grande Khingan, una imponente cavalcata di vette, sfumate e come dissolventisi nella troppa luce, al di l delle quali indovinavamo le vaste pianure della Manciuria. Poco dopo cominciammo a discendere. Entravamo in Mongolia. Erano le otto. Nelle vallette vicine scorgevamo dall'alto i tetti di miseri villaggi, rannicchiati fra le pieghe del terreno per difendersi dai venti del deserto.
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Si discende dolcemente, al nord, e quasi subito cominciano i prati. La regione delle roccie finisce con le torri. Si  in un altro paese. Se la Cina non ha pi frontiere su quelle creste, la Natura conserva gelosamente le sue. Passammo avanti ad una stazione di carovane; una cinquantina di carrette a buoi cariche di pellicce, provenienti da Sair-ussu, si allineavano vicino ad una povera capanna. I buoi, liberi dal giogo, pascolavano intorno: piccoli buoi neri dalle lunghe corna, di una razza speciale che resiste alle fatiche e alle privazioni delle grandi traversate. Dalla capanna usc un cinese, un'altra autorit, ma senz'uova e senza th, il quale, deferente agli ordini del Ta Tsumba, veniva ad offrirci i suoi servigi. Borghese non glie ne domand che uno: di indicarci la strada dei cammelli.
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Eravamo ancora sulla strada di Sair-ussu. Dovevamo proseguire fino alla prima stazione di posta, riconoscibile perch vi  una bandiera, e vi sono dei soldati, ma sopratutto perch non esistono altre costruzioni per un raggio di molti chilometri. Non correvamo dunque il rischio di sbagliare. Dalla stazione dovevamo semplicemente seguire la linea telegrafica: il telegrafo, nostra guida ufficiale, entrava in funzione.
Un'ora dopo ci fermavamo in un prato, vicino alla stazione di posta. Eravamo ad una cinquantina di chilometri da Kalgan. Verso le undici le altre automobili ci raggiunsero. Cominciarono gli ultimi preparativi, febbrilmente. Assestare definitivamente i bagagli fu un'operazione lunga e laboriosa; i carichi erano fatti e disfatti; v'era sempre qualche cosa di troppo o qualche cosa di dimenticato. Sull'erba, uno sparpagliamento di pellicce, di scatole di biscotto, di sacchi, di corde. Si gettava ai coolies il superfluo: letti da campo, materasse, bidoni vuoti. I motori erano riesaminati, controllati, provati. Ogni parte della macchina subiva un'attenta rivista. L'Itala veniva sormontata da una gran tenda a baldacchino, sorretta agli angoli da quattro aste di ferro, tenda che alla notte, smontata e fissata in altro modo, doveva servirci da ricovero.
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Intorno a noi s'era adunato un pubblico nuovo: soldati cinesi, armati di fucile, venuti da una certa loro fortezza di fango cinta da mura a merli e feritoie; carovanieri che avevano lasciato i loro convogli per vedere quel che avveniva di straordinario nella prateria; mongoli che abitavano alcune yurte vicine, sopraggiunti con le loro donne dalla faccia tonda e i capelli coperti selvaggiamente di monili. Tutta questa gente ingombrava ogni spazio, osservando le automobili con una curiosit guardinga, e seguendo i nostri movimenti con attenzione profonda ed estatica, quasi attribuisse ad ogni gesto degli stranieri un significato importante e misterioso. Cos avrebbe guardato gli atti di scongiuro di un mago. Per tenere lontana la folla Ettore descrisse intorno all'Itala un largo cerchio solcando la terra con un ferro, e nessuno varc quel terribile segno.
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Inutilmente cercammo di contenere il nostro bagaglio al posto destinatogli. Oltre il carico dei serbatoi, portavamo provviste supplementari di olio e di benzina, fasci di gomme, viveri per dieci giorni, e reputavamo imprudente rinunziare a qualche cosa. Il bagaglio invase anche il sedile posteriore. Convenimmo di viaggiare tutti e tre sulla parte anteriore dell'automobile, due nei sedili e il terzo ai loro piedi, assiso a sinistra sul piano della carrozzeria con le gambe appoggiate al montatoio. La posizione del terzo non era estremamente comoda, ma ci saremmo dati il cambio. E fu Ettore la prima vittima. Erano le due del pomeriggio quando ci mettemmo in cammino, dopo una rapida colazione a base di corned-beef. Il principe guidava. Le altre automobili ci seguivano.
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Pietro era gi partito per essere a Kalgan prima della chiusura delle porte. Ci aveva salutati, e ci aveva effusamente ringraziati nel suo pi fiorito linguaggio, quasi che gli avessimo fatto il massimo regalo portandolo ad un trecento chilometri da Pechino. Poi era scomparso verso la Gran Muraglia seguito dai coolies.
Percorremmo la valle fino allo sbocco, ed entrammo nella pianura. Le colline si riunivano allontanandosi dietro di noi, e formavano come una riva. Avevamo veramente l'impressione profonda di lasciare una riva. Salpavamo.
Ai primi passi facemmo una constatazione dolorosa: il soverchio carico forzava talmente le molle posteriori, che al pi piccolo sobbalzo dell'automobile lo chassis batteva pesantemente sull'asse del differenziale. Bisognava andare lentamente, ma il terreno era ineguale, e i colpi succedevano, violenti:
- Rompiamo le molle o rompiamo il differenziale! - esclam Ettore al quale i colpi pareva battessero sul cuore.
- Non v' pericolo immediato - rispose il Principe che giudicava con freddezza - ma l'automobile non potrebbe resistere a lungo.  necessario alleggerirla.
- Subito.
- No, alla prima tappa. Non andremo lontano.
- Che cosa togliamo dal carico?
- Tutto quel che non  strettamente necessario. Vedremo.
Intanto la strada migliorava. Sopra alcune centinaia di metri potevamo anche correre. Incontravamo ogni tanto dei minuscoli villaggi cinesi, circondati da campi d'orzo o di kao-liang, disseminati come oasi sulla pianura deserta. Essi rappresentano la colonizzazione della Cina.
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La Cina avanza lentamente ma sicuramente su tutti i cosi detti Territori di conquista. Al Turkestan come in Mongolia. Con piccole guarnigioni e pochi funzionari, essa domina immense regioni, abitate da gente bellicosa ma dispersa. Su queste regioni trabocca l'emigrazione cinese, che il lavoro dei campi attacca al suolo. E l'agricoltura che a poco a poco invade i dominii della gente nomade: una forza pi grande di quella degli eserciti, perch il nomade non ama la terra e non la difende: egli si ritira verso gli spazi liberi; cede senza accorgersene. La popolazione cinese dilaga ora verso l'occidente come non avvenne per secoli.  un fenomeno recente, che si svolge silenziosamente, inosservato, nel centro dell'Asia. L'espansione cinese, fronteggiata sul mare dagl'interessi di tutto il mondo civile, trova uno sfogo verso la terra. Essa guadagna, in alcune regioni, fino a settanta e novanta chilometri ogni dieci anni. Ed ha una terribile potenza di assimilazione; trasforma gli abitanti, li cinesizza. Vi sono nella Mongolia occidentale degli antichi centri ove non si parla pi mongolo ma cinese.
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Fu vicino ad uno di questi villaggi che mettemmo il campo. Alla nostra vista le donne fuggirono, saltellando sui loro piedi deformi, a celarsi fra le piantagioni dall'altra parte dell'abitato. Esse forse ci attribuivano dei propositi eccessivamente galanti. Gli uomini invece vennero ad osservarci, mentre trasformavano il baldacchino dell'automobile in tenda da campo - una gran tenda sostenuta al centro dall'automobile stessa, e destinata a proteggere con noi anche la macchina. Poco discosto le De Dion-Bouton, la Spyker ed il Contal si accampavano disponendosi in modo ingegnoso - le automobili in giro e le tende nel centro - come si usa per i convogli militari.
Il Principe Borghese aveva deciso di alleggerire l'Itala dei parafanghi, dei ferri che sostenevano il baldacchino, dei tubi di scaricamento, di certi pali di ferro che portavamo per servircene come leve, di un piccone, e della met dei viveri. Regalavamo questa roba ai cinesi che ci aiutavano nelle nostre faccende. Chi ci portava un secchio d'acqua riceveva un parafango; un piccone a chi ci dava delle uova. Quella brava gente ci prendeva per matti; se ne tornava a casa allegramente trascinando aste di ferro, o sorreggendo delle scatole di conserva in un lembo del vestito. Furono accesi i fuochi del bivacco.
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Veramente l'espressione  pi pittoresca della realt. In Mongolia manca ogni specie di combustibile vegetale, e gli abitanti bruciano dello sterco di cammello, debitamente seccato al sole. Non eravamo dunque vicino alle belle fiammate degli accampamenti. In compenso i nostri compagni possedevano degli splendidi fornelli a benzina. Noi non avevamo preveduto la difficolt, non ci eravamo forniti di nessun apparecchio del genere, e ricorremmo genialmente alla lampada da saldare, che fa parte dell'attrezzatura di ogni automobile. Questi erano fuochi di bivacco, intorno ai quali, in maniche di camicia, ci affaccendavamo attivamente. Du Taillis sorvegliava la cottura di una zuppa meravigliosa che si compra a tavolette come la cioccolata, e che contiene tutti i principi della nutrizione. Io, con la lampada da saldare, cercavo d'indurre una pentola all'ebollizione. La cucina, come si vede, era interamente affidata al giornalismo; ma, mi dispiace per l'onore del giornalismo, i risultati nel campo italiano furono deplorevoli. Il nostro pranzo puzzava di benzina, di petrolio e di grasso.
Sopraggiunsero tre mongoli a cavallo. Li avevamo incontrati e sorpassati qualche ora prima. Uno di loro, un giovane dalle forme atletiche, era vestito di seta paonazza, con un cappello a punta di seta gialla ricamata, ed aveva l'aria d'un capo. Discesero di sella, misero le pastoie ai cavalli, distesero dei tappeti vicino a noi, accesero un fuoco (con quel tal combustibile che sapete, del quale i mongoli in viaggio portano sempre un sacchetto) e si accovacciarono. Il giovane dall'abito di seta si appress a noi, facendo gran segni di saluto, sorridendo, e mostrando una infantile curiosit per ogni oggetto che vedeva. Ingaggi con noi una conversazione attiva ma misteriosa, durante la quale facevamo degli sforzi eroici per comprenderci scambievolmente. Per fortuna Borghese possedeva un grazioso manoscritto contenente qualche centinaio di parole mongole con la loro traduzione, e riuscimmo a capire: che il nostro interlocutore era realmente un capo, che saremmo passati vicino al suo villaggio, e che egli ci invitava a fermarci nella sua casa. Tutto ci valeva bene alcuni barattoli di corned-beef, e li consegnammo cerimoniosamente all'illustre personaggio, la cui gioia e la cui riconoscenza sembrarono inesauribili.
In quel mentre udimmo un galoppo di cavallo. S'era fatto scuro, e riconoscemmo nel cavaliere un soldato cinese soltanto quando egli si ferm a qualche passo da noi chiedendo: 
- Po-lu-ghe-se?
Il Principe (cosa vuol dire l'abitudine!) riconobbe in quei suoni il suo nome in cinese e s'appress al soldato. Questi, messo piede a terra, gli consegn un plico. Era la posta, l'ultima posta da Pechino, arrivata a Kalgan alle nove della mattina. Quell'uomo aveva percorso pi di novantacinque chilometri in undici ore. Aveva ricevuto l'ordine dal Tu Tung di raggiungerci e ci aveva raggiunti. Compiuta la sua missione, prima ancora che pensassimo a trattenerlo, risalito in sella, si era allontanato. Che meravigliosi soldati sarebbero i Cinesi, se avessero del coraggio!
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Ci sembr strano quell'improvviso arrivo di notizie in mezzo alla prateria, nella solennit della sera, nell'ora che fa sembrare la solitudine pi vasta e pi triste. Erano lettere di saluto, di augurio, voci amiche che ci raggiungevano sull'orlo del deserto, e che ci sembravano in quel luogo pi profonde e pi significative. Spogliata la posta alla luce del crepuscolo, rimanemmo a conversare, seduti sui nostri bagagli, fumando, mentre le cose impallidivano intorno, s'immergevano nella notte, e i nostri volti stessi perdevano a poco a poco ogni contorno velandosi nell'ombra. La tenebra pare che allontani e che isoli; essa finisce col rendere taciturni, perch d la sensazione d'esser soli. E tacemmo quando nell'oscurit non vedemmo pi distintamente che il brillare delle sigarette accese e un biancheggiare di carte in terra. Il cielo sereno s'era coperto di miriadi di stelle.
I mongoli nostri vicini erano addormentati intorno al fuoco spento; ad essi se n'era aggiunto un altro, arrivato sopra un cammello, e la bestia, gibbosa, accovacciata e immobile, si profilava sull'ultimo chiarore dell'occidente e assumeva una grandiosit monumentale, come quei giganteschi cammelli di pietra che adornano le tombe dei Ming. Si sentivano brucare i cavalli, lontano. I cinesi erano spariti.
- Bah, corichiamoci - esclam Borghese. - Domani dobbiamo levarci alle tre!
Preparammo i nostri giacigli sotto la tenda, poi ci mettemmo a raccogliere gli oggetti dispersi intorno, sull'erba. Mi accorsi subito della mancanza di varie piccole cose, di un coltello, di un bicchiere d'argento, di un necessaire da caccia. E pure erano l poco prima; li avevo adoperati. Vi erano dunque dei predoni? La scoperta di questi furti non era rassicurante. In quel momento il Principe mi domand:
- Ha preso lei le cartucce?
- Quali cartucce?
- La provvista di cartucce da revolver che era qui.
- No.
- Sono state rubate, allora. Sono sparite tutte. Non ci resta altra arma utile che una pistola Mauser. A meno che non abbiano rubato anche....
- Le cartucce della Mauser? - chiesi inquieto.
- Gi!... No, quelle eccole. Erano dentro al bagaglio. Carichiamola, a buon conto.
- E facciamo buona guardia. Un furto di cartucce  grave.
- Ettore, coricati con la pistola a portata di mano.
Io mi recai dai nostri vicini francesi a comunicare l'avvenuto. Ed anche loro prepararono le armi.
Ma non vi fu mai nella nostra vita una notte pi calma.
I predoni che erano probabilmente gli abitanti del villaggio vicino, si reputarono soddisfatti dal possesso delle cartucce, del bicchiere, del coltello, e degli altri piccoli oggetti rubati, e si tennero al largo, E noi imparammo ad essere pi guardinghi verso gli ammiratori.
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Tardi nella notte il freddo pungente venne a cercarci fin sotto alle pellicce, e ci risvegli prima assai dell'alba, mentre attraverso gli spiragli della tenda vedevamo ancora palpitare il firmamento.
Quando ci alzammo trovammo che i mongoli erano partiti.
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Fu il triciclo Contal che lasci il campo per il primo. Alla sera era giunto al campo con un grande ritardo. S'era fermato pi volte per le ineguaglianze della strada; in certi tratti era stato spinto a braccia dai suoi due volonterosi conducenti, decisi a tutto, e il motore s'era in qualche momento riscaldato nel superare le resistenze del terreno. Era partito prima, dunque, per avere un certo vantaggio di strada sui 200 chilometri circa che dovevamo percorrere nella giornata. Questo handicap era cosa convenuta alla sera.
Un'ora circa dopo il triciclo sono partite le De Dion-Bouton e la Spyker, a poca distanza l'una dall'altra. Erano le quattro. Noi fummo trattenuti dal bagaglio, per il quale non riuscivamo a trovare un adattamento definitivo. La questione del bagaglio ci ha imbarazzati fino al termine del viaggio.  stato il nostro tormento, il nostro incubo. Nella costruzione e nella preparazione dell'Itala, tutto  stato preveduto, studiato, e ingegnosamente risolto, ma non si  pensato al bagaglio. Mancava il modo di disporlo e di assicurarlo. Dovevamo legarlo con delle funi passate nei perni delle molle, ma le funi, raccorciate dall'umidit della notte, si distendevano al sole, si allentavano, il carico si spostava, oscillava, si sfaceva. Ed erano lunghe ore di lavoro per rimetterlo al posto.
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Sorgeva il sole quando ci siamo messi in cammino. Erano quasi le cinque. Abbiamo seguito sull'erba bagnata di rugiada le traccie delle altre vetture. Dopo esser passati in vicinanza di piccole colonie cinesi, abbiamo trovato un sentiero. Da un'ora eravamo in marcia, allorch raggiungemmo il Contal, fermo. Pons e il suo compagno erano discesi, e sembravano occupati ad osservare qualche cosa nel motore. Il Principe, che conduceva, fren la macchina per prestare aiuto. Scambiati con noi i saluti, Pons ci disse di continuare pure. Non aveva bisogno di nulla. Supponemmo che aspettasse il raffreddamento del motore riscaldato. Riprendemmo la corsa. Mezz'ora dopo arrivavamo alle altre automobili che camminavano in fila. Salutammo, e proseguimmo. L'appuntamento era alla stazione telegrafica di Pong-Kiong.
L'alleggerimento del carico aveva prodotti i suoi buoni effetti. Le molle s'erano risollevate, e lo chassis si manteneva ragionevolmente lontano dal differenziale. L'Itala correva a trenta chilometri all'ora.
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Ci accorgemmo ad un certo momento che i pali del telegrafo stavano per sparire all'orizzonte, alla nostra sinistra. Avevamo forse preso la strada che porta verso il fiume Kerulen, ad est di Urga. Attraverso i prati rintracciammo il nostro sentiero.
Non pi campi cinesi, ora, n casupole di fango. Soltanto la pianura selvaggia avanti a noi, verde ed eguale. Di quando in quando qualche basso aggruppamento di roccie schistose interrompeva l'uniformit dell'orizzonte lievemente ondulato. Vi era una tale solitudine che la vista d'un uomo formava un piccolo avvenimento che ci segnalavamo:
- Un uomo a cavallo.... laggi!
- Ci ha visti. Galoppa.
Mi ricordavo d'un comune episodio di bordo nelle lunghe navigazioni, quando i passeggeri si chiamano sul ponte per indicarsi una cosa rara:
- Guardate, un bastimento.... laggi!
Incontravamo delle grandi mandrie di cavalli, di quei piccoli cavalli mongoli tozzi e resistenti, marciatori meravigliosi che veramente fornirono la forza motrice alla conquista tartara. Una inesplicabile curiosit attirava quelle mandrie verso di noi. Appena il rumore insolito, inaudito del motore, che echeggiava lontano nella gran calma della pianura, arrivava fino a loro, tutti i musi si levavano da terra, si volgevano, e la vista d'un mostro fuggente non incuteva spavento ai timidi animali. Riconoscevano forse in quella cosa veloce una non so quale affinit: la prestezza. E venivano. Arrivavano tutti insieme con una gran galoppata. Pareva che volessero annientarci sotto una carica furibonda. Erano di quelle corse folli delle mandrie che nelle pampas si chiamano desparadas e che passano come uragani abbattendo tutto. Ma a dieci metri da noi si fermavano di colpo, sui garetti irrigiditi, con l'esattezza e l'abilit di cavalli arabi nella fantasia, poi ripartivano a fianco nostro, e ci accompagnavano galoppando finch non si vedevano sorpassati. Allora, subitamente, mutavano direzione, e tornavano al largo ai loro pascoli. Lo spettacolo era superbo, specialmente quando eravamo fiancheggiati da quelle scorte bizzarre, e avevamo sotto gli occhi tutte le bellezze, le eleganze, le energie del cavallo lanciate in tumulto.
La manovra si ripeteva quasi invariata ogni volta. Essa era dunque suggerita agli animali da uno stesso pensiero. Quale? Che cosa passava mai nei loro piccoli cervelli? Nelle loro evoluzioni sembravano guidati dalla mano di cavalieri invisibili, tanto erano disciplinati. Si direbbe che in quei cavalli sia disceso per un lontano atavismo il senso della guerra.
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Rari pastori si aggiravano in prossimit delle mandrie destinate a scendere ai grandi mercati di Pechino nell'inverno, quando l'animale si copre d'un lunghissimo pelo caprino. Qualcuno di quegli uomini aveva tentato di avvicinarsi a noi spingendo alla carriera la cavalcatura, ma con sua enorme sorpresa non aveva potuto raggiungerci, e s'era fermato a guardarci immobile fino a che scomparivamo dal suo orizzonte. In certi momenti potevamo correre a quaranta e a cinquanta chilometri all'ora. Mai la Mongolia era stata attraversata a queste velocit. Noi avremmo lasciato indietro anche i famosi corrieri di Jingis-khan, i quali portavano a spron battuto gli ordini dell'imperatore e le notizie delle sue vittorie da un confine all'altro dell'immenso impero.
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Quella corsa c'inebbriava e ci stordiva, non per la sensazione fisica della rapidit, non per quella gioia del volo che d l'automobile e che  l'essenza della passione automobilistica, ma per una profonda, piena e ineffabile soddisfazione intellettuale, per l'inesprimibile godimento che veniva dal trovarci l. A volte ci sentivamo afferrati da un senso di sorpresa, la chiarezza del pensiero si velava come nel sogno, dei dubbi irragionevoli passavano simili a nubi sulla percezione esatta dei luoghi, dimenticavamo per ricordarci ad un tratto, e interrompevamo lunghi silenzi dicendoci:
- Siamo in Mongolia!
- Proprio!
Una volta Borghese si volse a dirmi improvvisamente:
- Penso che traverseremo il deserto di Gobi, Ebbene, non ci posso credere!
In quel momento pensavo la stessa cosa. Era in noi un miscuglio inesplicabile di fiducia, di risolutezza, di volont, e di incredulit vaga. Era un po' il sentimento di chi, deciso a vincere si gettasse armato ad incontrare il nemico nella nebbia. Pensando alla natura del terreno, alla stabilit della stagione, alle virt della macchina, e alle nostre forze, ci sentivamo sicuri; ma quando vedevamo con la fantasia il punto da noi occupato nel mondo e chiamavamo quelle terre con i loro nomi, allora la nostra certezza vacillava. Ci pareva che il problema uscisse dalla semplice tecnica, che vi fossero degli elementi incalcolabili; subivamo il misterioso e pauroso fascino dell'Asia. Il deserto si personificava nella nostra mente: quel terribile avversario dell'uomo, quel massacratore di carovane, quella temuta divinit della morte, si sarebbe difeso: pensavamo a lui come ad una indomita potenza. La parola stessa: Deserto - c'imponeva.
Vedevamo qualche yurta di tanto in tanto, bassa e rotonda, simile ad un alveare. Quella piccola cupola grigia coperta di feltro  l'abitazione dei nomadi dell'Asia, dai kirghisi ai turcomanni, identica sulle rive dell'Aral e su quelle dell'Irtysch e del Tola, e basterebbe da sola a provare la parentela di tutte le razze del centro asiatico, la loro discendenza dal gran ceppo mongolo. Io vidi delle yurte anche nel campo russo a Mukden.
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Il rombo dell'automobile arrivava a quelle capanne, degli uomini sbucavano fuori precipitosamente, guardavano facendo grandi gesti di stupore. Qualche volta balzavano in groppa a dei cavalli pascolanti vicino a loro, e c'inseguivano ostinatamente, agitando le lunghe aste da mandriano come fossero lancie, e gridando.
Saranno state le otto del mattino quando siamo arrivati in vicinanza di un gruppo di yurte, un vero piccolo accampamento. Della gente era in vedetta sopra una specie d'impalcatura ed ha dato l'allarmi.  seguita una confusione d'uomini che correvano verso la strada. Essi ci facevano dei segnali. Giunti vicini abbiamo riconosciuto fra loro il nostro bravo mongolo della vigilia, vestito del suo pomposo abito paonazzo, che si affaticava a gesticolarci un espressivo: Fermi! Eravamo al suo villaggio, ed intendeva onorarci della sua ospitalit. Si mostrava cos espansivo e sincero che non volemmo procurargli il dispiacere di proseguire come ne avevamo voglia; e l'Itala, con una bella evoluzione, and a fermarsi nel recinto del campo dei nomadi. Un momento dopo sedevamo in giro all'interno della yurta pi bella, la yurta del capo.
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Ardeva il fuoco nel mezzo, e il fumo acre e leggermente muschiato sfuggiva per l'apertura centrale della cupola. Un bel vecchio, il padre del nostro amico, c'intratteneva cerimoniosamente con una pontificale solennit di gesti, ed una vecchia, la madre, deponeva con rispetto avanti a noi vassoi pieni di formaggio, coppe di latte acido e di panna, tazze di th fumante, e bicchieri colmi di un liquore chiaro e dolce fatto con latte fermentato. I bicchieri, di provenienza europea, erano stati presi con gelosa cura dal vecchio in un piccolo mobile cinese del quale egli aveva la chiave; era il mobile dei tesori, la cassaforte di famiglia; in esso vedemmo riposte le scatole di corned-beef da noi regalate. Mentre stavamo coscienziosamente empiendoci di latte, udimmo delle parole che ci fecero dare un balzo di sorpresa:
- Sprechen Sie Deutsch?
Un giovane mongolo, entrando, aveva fatto quella domanda cos semplice e cos sbalorditiva. Egli aveva parlato con un ottimo accento teutonico.
- Ja - rispose il Principe al colmo dello stupore - Ich spreche Deutsch.
E il giovane mongolo cominci a conversare nella lingua di Goethe. Domand quale era la velocit massima della nostra automobile, e la trov soddisfacente.
- Ma dove avete imparato a parlare tedesco? - gli domand Borghese.
- A Berlino.  lontana Berlino!
- A Berlino?
- S, vi sono stato due anni.
- E, a che fare?
- A fare il Mongolo ! - rispose gravemente.
Credemmo che scherzasse, o che non avesse capito la domanda.
- Cosa facevate a Berlino?
- Il Mongolo, facevo il Mongolo! - ripet con convinzione; poi aggiunse: - Stavo in una esposizione, capite? Vi erano genti di tutte le razze, e vi era un accampamento di yurte mongole anche, con i cavalli, i cani e le donne; e tanta folla veniva a vederci ogni giorno, e ci parlava, e cos ho imparato il tedesco.
- Vi piace l'Europa?
- S. E a voi, vi piace la Mongolia?
- Molto.
Si mostr contento di noi a questa risposta che gli faceva apprezzare il nostro illuminato giudizio.
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Uscendo all'aperto trovammo un gruppo di cavalieri che caracollava intorno all'automobile, sulla quale Ettore serenamente beveva la sua porzione di latte. Tutti gli abitanti maschi dell'accampamento si disponevano a scortarci, ed erano saliti in sella.
Partimmo velocemente circondati dalla singolare e pittoresca cavalcata, fra lo scalpitare serrato degli zoccoli sulla terra dura, e un lungo gridio selvaggio. S'agitavano intorno a noi lembi di zimarre variopinte; i lunghi nastri che i mongoli hanno attaccati al cappello puntuto, sfarfallavano nell'aria; ondeggiavano criniere e code. Ma i nostri ospiti s'erano ingannati sulla possibilit di accompagnarci. Inutilmente aizzarono i cavalli con la voce e con lo scudiscio, inutilmente le povere bestie si slanciarono ventre a terra. Dopo un minuto l'automobile sfuggiva alla sua scorta, il cui rumore si perdeva lontano, e si ritrovava sola nel deserto erboso.
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Molti di quegli uomini erano Lama. Si riconoscevano dal capo rasato. Non avevano altri segni della loro condizione sacerdotale. Vi sono tanti Lama in Mongolia, che formano la maggioranza della popolazione maschile. Se un padre ha cinque figli, ne destina tre ad essere dei Lama. Vi sono Lama pastori, carovanieri, mercanti di cavalli: bisogna bene che i monaci facciano i mestieri del popolo quando diventano un popolo. La Mongolia  un immenso convento. Nel Lamismo s' spenta l'antica energia della razza. Un popolo di guerrieri  divenuto un popolo di filosofi.
Passarono alcune ore. Il paese si trasformava a tratti. La prateria s'interrompeva per lasciare il posto a vaste distese quasi sterili, coperte di rade erbe grasse. E variava la natura del suolo; passavamo dalle ghiaie sottili alle sabbie, dalle sabbie alle ineguaglianze di brevi passaggi sassosi. Poi ancora prati. Ma non vedevamo pi mandrie, non scorgevamo pi yurte fumanti. Il sole scottava. Incontrammo una carovana di cammelli attaccati a delle strane carrette a due ruote. Un'altra carovana trovammo accampata vicino ad un pozzo. Raramente qualche uomo a cavallo si mostrava all'orizzonte.
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Pi oltre non trovammo pi segni di vita se non nella vicinanza dei pozzi. A distanze enormi la presenza d'un pozzo ci era segnalata sull'orizzonte da un aggruppamento confuso di cammelli e di tende azzurre rabescate di bianco.
Osservando una buona carta della Mongolia, sul tracciato delle vie carovaniere si vedono disseminati dei nomi e dei punti, e si ha l'impressione che si tratti di villaggi e di paesi. Si tratta invece di pozzi. Ogni pozzo ha il suo nome. Non  che un piccolo buco nella terra in fondo al quale tremola dell'acqua, e pure assume l'importanza d'una citt: esso  la vita.  la vita di chi passa, cio  la vita dei commerci, cio  la vita dei paesi posti a migliaia di chilometri da lui che di quei commerci prosperano,  la vita di popolazioni lontane che quei commerci alimentano. Le ricchezze di Kalgan, le ricchezze di Kiakhta, hanno succhiato il nutrimento nei pozzi sperduti fra le solitudini della pianura mongola.
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I pozzi segnano le tappe delle carovane. Sono distanti l'uno dall'altro dai trenta ai settanta chilometri. Nell'inverno vi si accampa di notte, nell'estate vi si accampa di giorno. Le some dei cammelli, col loro carico, sono messe in fila. Avanti alla prima e all'ultima sono piantate due lancie, pi per un segno tradizionale che per minaccia. Gli uomini si attendano, e le bestie vengono lasciate libere al pascolo, quando c' un pascolo.
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Ci fermavamo anche noi ai pozzi, ad attingere acqua per la macchina, a dissetarci, a rinfrescarci le mani e il viso. E passavamo qualche minuto fra i carovanieri, i quali ci osservavano con un rispetto eguale allo stupore. Nessun segno di ostilit da quella brava gente. Richiamavano i loro terribili cani da guardia, grossi e vellosi, e talvolta ci aiutavano ad attingere acqua con certi loro attrezzi formati d'un otre e d'un bastone. Ma evitavano di toccarci.
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A mezzogiorno avremmo potuto credere di essere gi entrati ufficialmente nel deserto. Correvamo per regioni quasi sterili. La terra era d'un colore rossastro, ed aveva ondulazioni qualche volta brusche che obbligavano il Principe ad un'attenzione intensa per non piombare velocemente sulle ineguaglianze del suolo che avrebbero spezzato la macchina. Ogni rallentamento di velocit ci faceva sentire pi forte il calore. Eravamo stanchi, storditi dal sole e dalla luce. Cominciavamo a rimpiangere l'ombra del nostro baldacchino soppresso.
Superando una breve ma ripida salita l'automobile si ferm. Era esaurita la benzina del serbatoio del motore. Esso conteneva la quantit di benzina necessaria a percorrere 200 chilometri. Dal mattino avevamo dunque camminato 200 chilometri, e non eravamo ancora giunti alla stazione telegrafica di Pong-Kiong, che calcolavamo fosse invece a poco pi di 180 chilometri dall'accampamento. L'avevamo forse passata? In qualche momento ci eravamo discostati dalla linea telegrafica; non sempre eravamo stati attenti e Pong-Kiong poteva anche trovarsi lontana dalla strada nostra, riunita alla linea da qualche diramazione di fili.
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Tutti questi problemi, niente affatto allegri, ci ponevamo mentre Ettore con un ingegnoso sistema di sifoni travasava la benzina dei grandi serbatoi. Il caldo era tale che vedevamo i vapori di benzina sfuggire a larghe spire trasparenti, attraverso le quali tremolava il contorno degli oggetti. Aggirandoci vicino all'automobile ferma ci accorgemmo di un altro fatto grave; mancava una parte del carico, sfuggita e caduta per un allentamento delle corde che lo legavano. Mancava precisamente il bagaglio personale del Principe, perduto chi sa dove.
Cosa fare? Tornare indietro alla ricerca del bagaglio e di Pong-Kiong? Decidemmo invece di continuare la strada.
Ci convincemmo che il bagaglio di due persone poteva servire per tre; e che se Pong-Kiong era stata sorpassata, potevamo fare a meno di quella tappa ed arrischiarsi subito nel deserto, avendo ancora il carico d'acqua intatto, viveri per cinque giorni, benzina per settecento chilometri. Risalimmo in macchina, e ripartimmo.
Il terreno migliorava; per decine di chilometri offriva una pista eccellente che permetteva le pi grandi velocit. Ricompariva un po' d'erba grigiastra e rada, e sull'erba ritrovavamo i bizzarri sentieri tracciati dai cammelli. Poich le carovane non seguono una strada unica; si dirigono per approssimazione, e formano centinaia di viottoli paralleli, i quali fanno pensare a segni lasciati sulle praterie da un'antica aratura gigantesca.
Lontano lontano, ad un certo momento, potemmo distinguere un punto scuro che poteva essere una capanna. Il punto prendeva una forma rettangolare, si allungava. Era un muricciuolo color della terra. Correvamo a trenta chilometri, e non tardammo a vedere un tetto di fango spuntare dietro al muricciuolo. Dei pali telegrafici si avvicinavano a quella povera costruzione, che era tanto pi bassa di loro.
- Pong-Kiong! Pong-Kiong! - esclamammo col tono che il marinaio di Colombo deve aver adoperato a gridare il famoso: Terra! Terra!
Evidentemente ci eravamo sbagliati almeno di 50 chilometri nel calcolo della distanza. Pong-Kiong non era sulle nostre carte ed avevamo giudicato per induzione.
- Pong-Kiong? Quello l? - chiese sorpreso Ettore. - Io credevo che Pong-Kiong fosse un paese!...
- Ma che!  un pozzo. Un pozzo e un telegrafo. Niente pi! 
Ma noi non volevamo di pi.
Se avessimo visto sorgere avanti a noi il pi meraviglioso palazzo del mondo, non avremmo provato una maggiore soddisfazione.
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CAPITOLO 7. NEL DESERTO DI GOBI.
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Il telegrafo nel deserto. Il "Contal" non arriva. Sopra un fondo di mare. Gli effetti del sole. Udde.
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Al pozzo di Pong-Kiong eravamo aspettati. Il piccolo telegrafista cinese al quale  affidata quella stazione, ci  venuto incontro fuori del suo recinto, e ci ha ricevuti con grandi dimostrazioni di contentezza.
Deploro di non ricordare il nome di questo eroe, che vive nel deserto per permettere all'Occidente e all'Oriente di parlare fra loro. La pi vicina citt, Kalgan,  a quasi 300 chilometri. Urga  a 800 chilometri. Qualunque cosa accada a quell'uomo, egli non pu fuggire. L'immensit dello spazio equivale ad una prigione. Per riunirsi all'umanit egli deve viaggiare otto giorni, da pozzo a pozzo. Nessuno pu soccorrerlo. L'isolamento del carcerato in una cella di fortezza non  cos assoluto e terribile: il carcerato sente vivere il mondo; gli arrivano echi ai quali associare i suoi pensieri. Quel che v' di pi spaventoso nel deserto  il silenzio.
 vero che il piccolo cinese di Pong-Kiong  confortato nella solitudine da due gioie: una bambina e un apparecchio telegrafico. Sono due affetti che riempiono la sua esistenza. La bambina  sua figlia e l'apparecchio  il suo amico. Per lunghe ore s'immerge nel tic-tac dei tasti e dei ricevitori, e ascolta in esso voci di mondi lontani: parla Pietroburgo, parla Londra, parla Tokio. Egli trasmette: passano notizie, comandi, misteriose comunicazioni diplomatiche, parole di passione. Quando la grandiosa conversazione dei continenti s'estingue, il telegrafista profitta della linea sgombra, e s'inizia allora una conversazione pi modesta. Sono gli uffici del deserto che si salutano, che raccontano i piccoli incidenti della giornata, le loro noie, le loro speranze. Tali colloqui rappresentano il giornale quotidiano di quei solitari.
La stazione telegrafica di Pong-Kiong somiglia ad una casa di contadino cinese: tre edifci piccoli, bassi, fatti con fango battuto, illuminati all'interno da larghe griglie coperte di carta - le quali occupano tutta una parete - disposti sui tre lati d'un quadrato, circondati da un muro munito di un solo ingresso rivolto al sud, e sormontato da una corona d'isolatori telegrafici, curioso adornamento che fa pensare ad una lunga fila di denti bianchi sopra una mascella morta. Contro al muro, sul lato di tramontana, il vento ha accumulato la sabbia. Nelle giornate di vento la sabbia invade tutto, penetra per le imposte, entra in ogni camera, e il cielo s'offusca, l'aria s'intorbida, all'esterno non  possibile vedere nulla a due passi di distanza, i fili telegrafici sibilano ed urlano, l'oscurit  tale che bisogna accendere i lumi. L'ultima tormenta aveva imperversato quattro giorni prima del nostro arrivo.
Col telegrafista, tre uomini vivono in quel recinto: due cinesi e un mongolo, incaricati dei lavori sulla linea. Essi corrono a riallacciare i fili spezzati dalle bufere, a rialzare i pali abbattuti. Per il loro servizio hanno tre cammelli che pascolano nelle vicinanze. Le avevamo incontrate arrivando, quelle tre bestie; avevano allungato verso di noi il loro buffo e placido muso da animale antidiluviano, grinzoso e soddisfatto.

La migliore camera era preparata per noi. Sui kang, dei tappeti e dei cuscini rossi fiammanti, e sopra un tavolo (vista deliziosa) un superbo ananas di Singapore, tolto allora allora dalla sua scatola, profumato, fresco. Ci siamo gettati prima sull'ananas, poi sui tappeti. E disteso in quel triclinio riassunsi calligraficamente le impressioni della giornata sopra i moduli dell'amministrazione imperiale dei telegrafi.
Quando il nostro ospite entr in possesso del mio dispaccio per trasmetterlo, mi assisi al suo fianco, avanti agli apparecchi. Egli era un po' imbarazzato; consult dei regolamenti cinesi, guard delle tabelle, cont e ricont le parole del telegramma, poi scrisse accuratamente in testa al modulo: N. 1.
-  il primo telegramma della giornata? - gli chiesi.
- No, signore - mi rispose -  il primo dell'ufficio.
- Che intendete di dire?
- Dico che il vostro  il primo telegramma che parte dall'ufficio di Pong-Kiong.
- In quest'anno?
- No, signore; da quando l'ufficio esiste. Sono sei anni.
- In sei anni nemmeno un dispaccio?
- Nemmeno uno.
- E allora perch vi  un ufficio? - domandai dopo un silenzio riempito di stupore.
- Perch le distanze sono troppo grandi, e occorrono delle stazioni intermedie.
La conversazione fu interrotta dall'apparecchio: Kalgan chiamato rispondeva. Il mio dispaccio cominci a partire.
Kalgan lo riceveva per passarlo a Pechino, Pechino lo avrebbe trasmesso a Shang-hai, Shang-hai a Hong-Kong, Hong-Kong a Singapore, Singapore ad Aden, Aden a Malta, Malta a Gibilterra, Gibilterra a Londra.
Avrebbe impiegato da otto a dieci ore per giungere a destinazione. Ma il tempo di Pong-Kiong  di otto ore in anticipo su quello dell'Europa centrale, e il telegramma sarebbe effettivamente arrivato soltanto due ore dopo della partenza. Erano le 4.15; fra le sei e le sette della sera il mio resoconto sarebbe stato nelle redazioni del Daily Telegraph e del Corriere della Sera. E al mattino dopo, i lettori inglesi ed italiani avrebbero conosciuto quel che alla vigilia era avvenuto a delle automobili nei deserti della Mongolia. Vi  qualche cosa di talmente grande nella vittoria umana sul tempo e sullo spazio, ottenuta con dei fili e delle scintille, che in certi momenti la stessa anima d'un giornalista, la pi abituata ai prodigi della rapidit,  invasa da un senso di meraviglia e di orgoglio.
Verso le sei arrivarono le altre vetture. Le vedemmo venire da lontano, quando non erano che delle cose minuscole sulla sconfinata eguaglianza della terra, cos lontane che sembravano immobili come navi all'orizzonte. La Spyker entr per la prima nel recinto, dove Ettore stava mettendo in ordine la nostra automobile e dove io mi ostinavo a ridurre alla cottura un pezzo di pecora pi dura d'una pneumatica. Du Taillis salt gi dal suo sedile sollevando un sacco grigio, e gridando:
- Di chi  questa roba?Era il bagaglio di Borghese. Aver ritrovato, dopo Pong-Kiong, anche la valigia, era il colmo della buona fortuna. E c' della gente che si sperde nei deserti!
-  molto tempo che l'avete raccolta? - ho domandato.
- Eh, s. Parecchie ore fa. Eravamo ancora nella regione delle erbe.
- Era rimasta sulla strada?
- Mai pi! Dei mongoli, mentre passavamo, hanno fatto dei gran segnali. Ci siamo fermati. Ed allora essi ci hanno consegnato quel bagaglio facendoci comprendere che doveva essere stato perduto da voi....
- Dei mongoli? Dei barbari onesti? Dei miserabili selvaggi che si permettono il lusso di restituire quel che trovano?
- E senza domandare la mancia.
- Ma dove sono andati a finire, amico mio, i briganti delle praterie, quelli che avevano il preciso dovere di assalirci....
- In Europa, probabilmente.
-  il fallimento delle avventure di viaggio! Valeva la pena di venire in questo remoto deserto per vederci offrire del latte e restituire delle valigie?
- Oui, c'est triste!
Aspettammo inutilmente l'arrivo del triciclo. I nostri compagni espressero la ferma opinione che Pons fosse tornato indietro. In questo senso telegrafai immediatamente. Non nutrivamo sulla sorte di Pons e del suo compagno alcuna inquietudine. Erano ancora in regioni abitate, ed avrebbero trovato facilmente ospitalit ed aiuti.
Dopo varie ore, il pezzo di pecora si mostr altrettanto ribelle alla masticazione quanto s'era mostrato ribelle alla cottura. Il telegrafista, che ce lo aveva fornito, ne era desolato. Noi lo consolammo facendogli vedere come l'europeo che ha fame non indietreggi neppure avanti ad un piatto di pergamene. E dopo questo ci sdraiammo sui kang.
Nella notte la luce livida della luna invase la camera, e ne fui destato. Mi sollevai sul gomito. Fu allora che conobbi per la prima volta che cosa sia il silenzio assoluto. Quel che noi chiamiamo silenzio, non  che l'assenza di certi suoni e di certe voci, non  che il tacere dei rumori umani: ma ascoltandolo, se siamo nella campagna udiamo fremere gli alberi, sospirare le messi, mormorare dell'acqua, stridere i grilli, ululare qualche cane lontano, e se siamo al mare udiamo l'urto dell'onda quieta sulla sponda, simile ad un batter lieve di mani, o il frangersi dei cavalloni sugli scogli. Ma l non udivo nulla; niente vibrava, niente viveva. Ebbi l'impressione di non so quale vuoto favoloso, di un vuoto extra-terrestre, ebbi il senso angoscioso d'una sospensione sugli abissi dello spazio; l'incubo d'un isolamento infinito.
Quando riappoggiai il capo sul cuscino udii il rumore di un passo regolare, rapido, forte, metallico.
Mi sollevai di scatto ascoltando. Il rumore era cessato improvvisamente.
- Bah - esclamai fra me -  un effetto della pecora. Quel piatto era indigesto.
Tornai a sdraiarmi. E il passo riprese a farsi sentire nettamente nel grave silenzio pauroso. Completamente desto per l'attenzione non potei trattenermi dal sorridere scoprendo senza fatica il colpevole di quel rumore. Per svegliarmi presto avevo messo l'orologio sotto il cuscino.
Il sorgere del sole, al mattino del 19 Giugno, ci trov gi in cammino. Sorpassammo la Spyker partita poco prima, e filammo verso il nord. Il nuovo appuntamento era per la sera ad Udde, la prossima stazione telegrafica, vicina d'un altro pozzo, a circa 250 chilometri da Pong-Kiong (secondo i nostri calcoli).
L'aria era fresca, e i primi raggi del sole sembravano senza calore. Radevano la terra, e l'automobile proiettava un'ombra lunghissima e stravagante che oscillava sui ciuffi d'erba e tremolava sulle sabbie, passando velocemente come l'ombra di un grande uccello al volo.
La strada era buona, ed il motore, spinto in certi momenti alla quarta velocit, spandeva nella calma della pianura il suo palpito precipitoso. A pochi chilometri da Pong-Kiong, tornammo a trovare del verde. Rientravamo in una regione di prati, distesi mollemente su lievi ondulazioni.
- Cos' che fugge? L, l! - grid ad un tratto Ettore, indicando con la mano tesa alla nostra destra. 
Era un'antilope. Lontana un centinaio di metri, si metteva in salvo allungando quel rapido ed elegante trotto caratteristico delle antilopi, pi veloce d'ogni galoppo.
- Inseguiamo? - esclamai.

L'idea di cacciare l'antilope con un'automobile spinta a novanta chilometri all'ora ci parve estremamente seducente, ma il Principe osserv che una caccia pu condurre lontano, ed avevamo molta strada da fare. V'era un argomento anche pi forte in favore della libert d'ogni selvaggina, ed era che non possedevamo neppure un fucile.
Un momento dopo, arrivavamo vicino a tutto un piccolo branco di gazzelle, dalle groppe grigie e le zampe bianche, snelle come puledri, graziose nelle movenze. Fuggirono atterrite, una dietro l'altra; si fermarono lontano e volsero il collo flessuoso per guardare quel nuovo essere che irrompeva nella pace dei loro pascoli. L'osservazione non parve le rassicurasse molto, poich subito si rimisero a fuggire in fila e scomparvero.
Molto raramente incontravamo degli uomini.
Cinque o sei mongoli a cavallo tentarono d'inseguirci: erano a mezzo chilometro sul nostro fianco e galopparono a lungo gesticolando.
Improvvisamente sulla prateria deserta, vedemmo biancheggiare qualche cosa che ci parve un palazzo. Un palazzo con altre costruzioni intorno, piccole e bianche. Ci dirigemmo verso quella strana colonia di edifici. Quando fummo vicini si present a noi una visione di tempi remoti.
Chi non conosce, per le sapienti ricostruzioni degli archeologi, gli stili delle antiche civilt asiatiche? Pensando all'aspetto che dovevano presentare Babilonia o Ninive, chi non s' raffigurato degli edifici quadri e massicci, dalle pareti leggermente inclinate come tronchi di piramidi - che dnno l'illusione di scorci maestosi - dalle finestre e le porte pi larghe alla base come le porte e le finestre dei mausolei terminati a terrazza, semplici e grandiosi come tombe.
Alcune rovine dell'antico Egitto offrono l'esempio di quella linea piramidale che d alle mura una stabilit millenaria ed una illusione d'ingigantimento, che produce un meraviglioso effetto di prospettiva, come se il decrescere delle larghezze in alto fosse dovuto ad elevazioni prodigiose. Quando la fotografia ci ha rivelato Lhasa abbiamo ritrovato quella sagoma, e siamo rimasti sorpresi dalla straordinaria severit biblica della citt interdetta che ci mostrava ancora vive forme architettoniche di civilt lontane, forme che non le erano giunte dall'India con la religione, n dalla Cina con la sovranit politica, ma che dovevano esserle state trasmesse dall'occidente asiatico in un passato vecchio di venti o trenta secoli. La seclusione, l'immobilit, la quiete e il Buddhismo, che hanno fatto del Tibet un santuario, hanno mantenuto la tradizione se non il senso d'un'arte.
Noi ci trovavamo avanti ad edifici di quello stile. Ma erano ben lontani, certo, dal possedere l'imponenza dell'Acropoli di Lhasa. Il deserto non offre materiali da costruzione, e chi sa da dove avevano portato in quel luogo le pietre a dorso di cammello. Era la forma e non la grandezza che dava loro una severit imponente. E forse anche era soltanto il significato che a quella forma annettevamo noi, erano le analogie che essa ci suggeriva, le evocazioni della nostra mente.
Il principale edificio era un tempio Lamista, tutto bianco di calce, ornato alla sommit da un fascione rosso a fregi di terracotta, d'una grazia semplice e di sapore greco. Un fregio simile contornava la porta e le finestre trapezoidali, protette ognuna da un piccolo tetto. Lunghi tubi di bronzo sporgevano in alto per far scolare le pioggie dalla terrazza, sollevati come dei remi al bordo d'una galea. Le costruzioni intorno, molto pi piccole, somigliavano al tempio; supponemmo fossero le abitazioni dei monaci. Lasciata l'automobile ci aggirammo a piedi per quei luoghi sacri. Non v'era nessuno. Sembravano abbandonati. Non udivamo una voce, non un rumore.
Stavamo per ritornare "a bordo" quando da una porticina venne fuori un vecchio, a piccoli passi. Ci vide, e si ferm. Era alto, vestito di un costume bizzarro che gli lasciava le braccia nude, magro, con un volto rugoso da vecchia. Lo avvicinammo, lo riverimmo, lo fotografammo, gli parlammo, ed egli non si mosse e non rispose. Non mostrava n stupore, n paura. Pareva soltanto assorto in una meditazione profonda sul mistero del nostro essere e della nostra presenza in quei luoghi. Ci guardava senza poter comprendere. Nei suoi occhi v'era lo sforzo della concentrazione. Sarebbe stato impossibile indovinare la sua et; sembrava forte e sembrava decrepito; sul suo viso s'affossavano i solchi d'una vecchiaia incalcolabile.
Rimontati in macchina ci volgemmo correndo, e lo vedemmo ancora l, immobile, che ci guardava sempre, quel vecchio solo che non riusciva a capire.
La strada scendeva sensibilmente. Verso le otto arrivammo sull'orlo d'un ciglione. I prati erano di nuovo scomparsi. Ritornava l'erba grassa, grigia e rada, timidamente raccolta in larghe macchie che lasciavano fra loro vaste zone sterili e nude. Ci trovavamo sulla soglia del vero deserto.
Gobi in mongolo significa cavit. Il deserto  una immensa depressione nel centro della Mongolia;  la cavit, il gobi, che conteneva un mare. Noi ci trovammo sulla riva di quel mare scomparso. Era una vera riva, ripida, un gradino brusco creato dall'urto delle onde. Stavamo per entrare in una pianura pi bassa: nel fondo dell'antico mare. Quella spiaggia aveva le sue insenature, i suoi capi, le sue penisolette. Avanti a noi il piano sterile si stendeva all'infinito ondulando, e pareva risollevarsi all'orizzonte per quella illusione ottica che fa sembrare l'orizzonte marino sempre pi alto della riva.
Una discesa ripida, lunga venti o trenta metri, ci var sulle sabbie dure e piane che avevano conosciuto le tempeste. E incominciammo una corsa fantastica attraverso il pi strano e il pi desolato paesaggio; una corsa che era un attacco ed una fuga insieme.
A mano a mano che c'inoltravamo la terra diveniva pi nuda, squallida, triste. Ora piana ed eguale, ora accidentata, agitata da bruschi sollevamenti; ora formata da sabbie cristalline che scintillavano al sole, ed ora il suolo non era che un fondo schistoso d'un colore di fango compresso. Nessuna forma di vita, fatta eccezione per certe lucertole piccole e corte, di un colore cos eguale a quello della terra da renderle invisibili appena si fermavano. Si sarebbero prese per dei minuscoli frantumi del suolo improvvisamente animatisi per fuggire qua e l lontano dalle ruote dell'automobile.
Le ore passavano in una monotonia mortale. Il calore, coll'avanzare del giorno, diveniva ardente. L'aria era immobile, e aspiravamo con volutt il soffio refrigerante che la velocit ci spingeva sul volto. Passavamo dal fresco del mattino ad una temperatura tropicale, senza transazioni. Constatammo un fenomeno curioso; mentre il sole scottava, l'ombra era ancora fredda. Provavamo l'impressione di chi si scalda d'inverno avanti alla fiamma d'un camino, e si sente bruciare verso la fiamma e intirizzire verso l'ombra. Il cielo era d'una limpidezza inesorabile. Cos limpido che c'ingannavamo sulle distanze; vedevamo tutto ravvicinato a noi. L'orizzonte ci appariva sempre a qualche chilometro, e correvamo delle ore prima di raggiungere certe scabrosit viste nettamente a grandi distanze sull'orlo estremo delle collinette.

Questa terribile trasparenza era dovuta all'assoluta mancanza di vapore acqueo. La siccit dell'aria ci procurava delle sofferenze che aumentavano da minuto a minuto. La nostra pelle era inaridita, come per una febbre, e ci mancava cos la difesa d'una traspirazione che assorbisse calore evaporando. Perci sentivamo sul viso e sulle mani bruciare il sole in modo tanto aspro, da darci l'impressione d'essere sotto il foco d'una lente smisurata. Il giorno prima, in verit, avevamo fatto la stessa osservazione, e fu anzi sulla strada di Pong-Kiong che ci si present l'idea della lente come la pi appropriata delle similitudini; ma non pensavamo allora che nel deserto vero la lente dovesse crescere di tanti gradi. Comprendevamo bene perch le carovane non camminassero durante il giorno. Ma noi non potevamo e non volevamo fermarci. Ogni nostro sollievo era nella velocit.
Non trovammo che un pozzo. Verso le dieci scendemmo un altro gradino, un'altra riva che probabilmente rappresentava una tappa del mare nella sua lunga ritirata, durata forse miriadi di secoli, verso l'annientamento. Il suolo era biancastro di salsedine. In certi punti mi ricordava i dintorni del Lago Asfaldite nelle vicinanze di Gerico, ma senza le verdure del Giordano. Correvamo sopra una terra estinta. Una terra che visse troppo presto. Chi sa, forse avevamo intorno a noi la precisa visione del mondo futuro, del nostro mondo fra milioni d'anni, disseccato, morto, disteso sotto un'inalterabile serenit che gli dar un aspetto lunare nelle lontananze infinite del firmamento.
La parte pi truce del deserto  lunga appena sessanta chilometri. Le carovane cercano di attraversarla in una sola marcia. Riempiono d'acqua otri e barili agli ultimi pozzi, e partono alla luce delle stelle. La loro strada  segnata dal biancheggiare degli ossami. Ossa di cammello, di mulo, di bue, di cavallo, sono disseminate un po' su tutta la via carovaniera, ma nel deserto  quasi continua questa traccia di massacro. Spesso la tormenta vi sorprende i convogli, li isola nell'opacit della sabbia sollevata a turbini, li costringe a fermarsi, e allora ammazza. Tutte le bestie vecchie, o stanche, o spedate,  l che cadono. Quella  la regione delle agonie.
Vi  diffuso un inesprimibile senso di morte; viene non si sa da che, dal lugubre aspetto del paesaggio forse, dalla stranezza opprimente dei suoi profili nudi, dall'infinita eguaglianza di colore, o meglio ancora dal grave silenzio angoscioso; emana da tutto, e d l'idea d'un pericolo ignoto e imminente, d'una continua minaccia, di un'insidia, di un agguato inimmaginabile al quale ci si prepara rassegnati. Non si ha che un pensiero, un desiderio anzi, informe, vago, inascoltato, ma tenace: quello di fuggire, di non calpestare pi quel cadavere di mondo, d'esserne liberati. Si guarda all'orizzonte come ad un luogo di salvezza e di riposo; si aspetta ogni piccolo valico con una speranza imprecisa; al di l d'ogni altura ci s'immagina di trovare qualche cosa d'inatteso e di buono. Ma passano valichi, passano alture, l'orizzonte che ci fronteggia diventa l'orizzonte che si lascia alle spalle; la desolazione pare senza fine. Il pensiero si fa inerte, l'anima annega in una tristezza invincibile. La partenza dall'ultima tappa si perde nelle brume del passato; la mente un po' stordita si offusca; tutto sembra immensamente lontano, nebuloso. Lontana la partenza e lontano l'arrivo. Si sa questo solo: che si dovr pure arrivare e che si arriver. E tale idea conferisce quella gran forza che si chiama: Pazienza.
Pazienza, e avanti! Tutte le resistenze dello spirito e del corpo sono disciplinate al servizio della pazienza. Avevamo finito col tacere, quasi per non dissipare niente delle nostre energie. E poi, una parola  un pensiero, e in certi momenti un pensiero costa troppa fatica. Verso le dieci ci trovavamo nel centro della zona peggiore del Gobi. Le due tappe estreme delle carovane sono segnate da un'enorme quantit di obo. L'obo  l'altare del mongolo nomade;  forse il primo altare che l'umanit abbia eretto. Consiste in un cumulo di sassi.
Prima di attraversare il deserto, per implorare la protezione del cielo, e dopo attraversato il deserto, per ringraziare gli dei della salvezza concessa, il pio carovaniere prende una pietra, la depone sull'obo, si genuflette e prega. Fin dal nostro primo ingresso nella Mongolia, quando eravamo ancora in vista della Grande Muraglia, abbiamo trovato degli obo sulla vetta delle colline. Ma non somigliavano a quelli del deserto. Forse erano abbandonati, abbattuti dai venti, ridotti a dei monticoli informi. Gli obo che incontravamo ai limiti della regione pi desolata avevano spesso una terribile apparenza umana.
Eretti anch'essi sulle piccole alture, erano formati da una sapiente sovrapposizione di sassi, culminata da un teschio di bue o di cavallo. Sembravano veramente innalzati alla morte. Da lontano, pi di una volta, quelle costruzioni che si profilavano sul cielo terso ci parvero degli uomini, e nel teschio bianco credevamo di vedere le loro facce. Ve n'erano tante che formavano una folla. La presenza di una moltitudine, non importa di quale gente composta, era per noi una ragione di contento. Era un'interruzione della sconfinata solitudine. Nel deserto tutti gli uomini diventano cari, forse non tanto per un senso d'affratellamento umano, o per un desiderio di unione contro il pericolo, quanto per lo spettacolo confortante della vita. E guardavamo tutti quegli uomini dritti, scrutandoli; poi ci stupivamo della loro immobilit; pensavamo che forse ci avevano visti ed erano fermi per la meraviglia. Improvvisamente la solitudine si rifaceva intorno a noi, e pi dolorosa, quando vedevamo quella folla divenire di pietra, e i volti trasformarsi in teschi, come per un lugubre incantesimo.
Alla base d'ogni obo erano delle striscie di carta con sopra scritte preghiere in carattere tibetano, o delle banderuole scolorite dal tempo, recanti anch'esse traccie di scritture sacre. Il mongolo nutre una superstizione piena di poesia: crede che il vento, agitando quella carta e quelle bandiere, ne faccia uscir fuori la prece scritta e la rechi a Buddha; passando l sopra l'aria s'imbeverebbe di preghiere come s'imbeve di profumi passando sui fiori ed agitandoli. Il significato dell'incenso nelle nostre cerimonie religiose non ha qualche analogia? Noi dovevamo agli obo un beneficio: la loro presenza significava la liberazione della strada da tutti i sassi. E chi sa che l'origine della singolare usanza religiosa non debba proprio ricercarsi nella necessit di migliorare i passaggi sassosi, e che l'atto di togliere una pietra dalla via non sia divenuto un rito in mezzo ad un popolo che ad ogni atto ed ogni fatto attribuisce un senso mistico.
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Dovemmo accorgerci che il radiatore, questo polmone dell'automobile, non respirava bene. Per il gran calore, la corrente d'aria prodotta dalla velocit non riusciva pi a rinfrescare l'acqua che circola intorno ai cilindri, e l'acqua s'evaporava con un soffio violento e continuo dalla chiusura del radiatore. Da lungo tempo (ci pareva almeno lungo tempo) cercavamo dei pozzi per rinnovare l'acqua nel motore. Non volevamo adoperare quella del nostro serbatoio, se non costretti da un'estrema necessit. Il serbatoio conteneva appena una cinquantina di litri, ed era prudente serbarli; una rottura della macchina poteva farci naufragare, e quella provvista sarebbe stata la nostra salvezza.
- Un pozzo! - esclamava di tanto in tanto qualcuno di noi fissando l'orizzonte - Laggi, un pozzo, vedo dell'umidit, la terra ha una macchia scura!
- S, s - rispondevano gli altri.
Le illusioni sono comunicative.
La macchia scura non esisteva, od era un'ombra. Fummo costretti a ricorrere all'acqua del carico, e ci fermammo per travasarla. La terra pareva bruciare sotto i nostri piedi; da essa salivano un'afa greve ed un riverbero accecante. Eravamo tormentati da una sete quasi insopportabile. Quando vedemmo l'acqua limpida zampillare al sole dal serbatoio, non potemmo resistere, e ne sorsammo avidamente, con gli occhi socchiusi per goderla meglio, la bocca suggellata al sifone - lo stesso sifone che serviva a travasare la benzina. L'acqua era calda e puzzava di benzina e di vernice; ci sarebbe sembrata nauseante in qualunque altro momento. Tutto  relativo a questo mondo. Il Principe fu il pi sobrio; bagn appena le labbra, e ci esort a non consumare quel prezioso deposito. La corsa monotona seguit.
A mezzogiorno cominciammo a rivedere un po' d'erba in fondo a certe avvallature dove era evidentemente rimasta qualche umidit. Poco dopo fummo sorpresi dal volo di alcuni uccelli bianchi, e non tardammo a scorgere un piccolo stagno in una larga cavit del suolo. Sulla riva passeggiavano solennemente dei trampolieri. Ci fermammo a prendere dell'acqua, che Ettore and a raccogliere con la pentola. L'acqua era assolutamente imbevibile, fetida, giallastra, leggermente salata; l'adoperammo per il motore, che non ha palato. Ma quell'acqua significava con la sua presenza che eravamo gi fuori dal sinistro regno della siccit assoluta. Infatti non tardammo, dopo alcune decine di chilometri, a ritrovare dei pozzi, circondati dagli accampamenti delle carovane.
Vicino ad uno di quei pozzi non v'erano che due cinesi addormentati. Forse due disgraziati che rimpatriavano a piedi a piccole tappe. Non possedevano nemmeno una tenda per difendersi dal sole. Avevano per unico bagaglio pochi stracci ed un sacco. Seminudi, sdraiati sulla sabbia che pareva incandescente, il capo scoperto, dormivano. Vicino a loro fumavano i resti d'un fuoco, e sul fuoco vaporava la theiera, immancabile nel bagaglio del pi povero cinese come il samovar lo  in quello del pi povero dei russi. Non comprendevamo come degli uomini potessero resistere all'atroce supplizio di quel calore. Udendo del rumore essi si destarono, si sollevarono a guardarci un poco con gli occhi assonnati, poi tornarono a sdraiarsi. Dovevano essere affranti e stupiditi. Che cosa era il nostro viaggio paragonato al loro? Ricordammo quel pellegrino incontrato dal Principe presso Nan-kow, quell'uomo che avrebbe attraversato il deserto baciando la terra ogni tre passi, e pensammo che i due cinesi incontrandolo avrebbero forse avuto di lui quella piet che noi provavamo per loro....
L'acqua dei pozzi era limpida e gelida. Dopo esserci dissetati ne empivamo il secchio, ed ogni tanto, durante la corsa, ce ne passavamo dei bicchieri colmi. Fra gli effetti del calore ne constatavamo uno almeno utile: il poco consumo di benzina. Nella miscela esplosiva, che scoppiando per l'accensione della scintilla elettrica produce la forza motrice, entrava in minima parte il vapore di benzina. Ce ne accorgevamo dal funzionamento della valvola che automaticamente immette aria nella miscela; essa aveva bisogno d'essere allentata completamente, ed era evidente che l'aria entrava nel carburatore in proporzione straordinaria. Borghese osservava che andavamo pi ad aria che ad essenza.
Col progredire del giorno il calore aumentava. Il sole, sorto alla nostra destra, dopo averci girato alle spalle, cominci a sferzarci dalla sinistra. Alla partenza da Pechino io avevo disprezzato l'elmo di sughero del quale il Principe ed Ettore s'erano forniti, e sfidavo gli ardori del Gobi con la modesta protezione d'un cappello di Panama, la cui falda si sollevava tutta sulla mia fronte per effetto della velocit scoprendomi completamente il viso. In poche ore il sole ci trasform in maschere grottesche, ed io, ahim, fui la pi grottesca. I volti ci divennero d'un rosso vivo gonfiandosi, e doloravano; non potevamo sopportarvi nemmeno il leggero contatto del fazzoletto. L'acqua fresca, che nei giorni precedenti ci procurava delle abluzioni deliziose, produceva un bruciore sgradevole. Qua e l, su delle macchie pi scure, la pelle si sollevava. Avevamo l'impressione di subire un lento processo di cottura. Gli occhi arrossati bruciavano, e le labbra erano enfiate, inaridite, screpolate. Ettore specialmente soffriva nella bocca che gli sanguinava agli angoli. E soffriva orribilmente nelle mani, gi rovinate dal rude lavoro, sulle quali il sole apriva solchi vivi; e le dita gonfie ne tremavano di dolore. Non si potr mai apprezzare abbastanza la somma enorme di abnegazione, d'amor proprio, d'energia che Ettore dimostrava dimenticando ogni dolore al momento del bisogno, costringendo le sue mani piagate alle pi dure fatiche che gli facevano lasciare alle volte traccie di sangue sugli attrezzi e sui pezzi della macchina. Quando aveva scrupolosamente finito il lavoro, si guardava le ferite, e mormorava con quel suo sorriso da grande ragazzo:
- Ho paura che non andiamo avanti!
Se avessimo avuto ancora sulle nostre teste la superba protezione del baldacchino, avremmo potuto riderci del sole. Ci consolavamo dicendo: Finir anche questo!
Inseguivamo l'infinita linea dei pali telegrafici in una specie di sogno. Quella linea aveva le sue seduzioni. In tanta monotonia, essa assumeva variet di aspetti alle quali c'interessavamo. Ora correva dritta, simile ad una fantastica striscia sottile e nera tracciata da un orizzonte all'altro; ora mostrava la schiera delle antenne volgere regolarmente come soldati in una manovra. L'idea dei soldati ci veniva specialmente quando vedevamo i pali assalire in rango il declivio delle alture. Sui valichi quell'insieme di lineette serrate l'una all'altra formava spesso sorprendenti sagome nebulose, ora simili ad una cuspide gotica, ora ad una montagna dirupata, immensamente lontana. Osservavamo tutte queste cose con un'attenzione infantile. Avevamo pensieri d'una puerilit stravagante. Mi sorprendevo talvolta a contare i pali, meccanicamente, cominciando da uno qualunque, per finire col perdere il conto. Quel che v' di opprimente in un viaggio di quel genere, per chi non guida,  l'inazione. Si osserva dapprima, si medita, poi si fantastica, ed alla fine il pensiero stanco discende nel vaneggiamento; nessuna visione pi lo risveglia, e si rimane cos in uno stato di tacita e quieta insensatezza. La mente si addorme e si empie della dolce demenza del sonno.
- Una yurta! - esclam il Principe.
Erano le due del pomeriggio. Quelle parole ci scossero, come se avessero annunziato un prodigio.
- Dov', dov'?
- Laggi, a sinistra, sotto a quelle roccie.
- Ritorna il mondo!
- Saranno nomadi in viaggio. Non vi sono pascoli. Chi pu vivere qui?
Guardammo lungamente la yurta fuori della quale era legato un cavallo. Poco dopo scorgemmo un cammello carico, condotto da un mongolo che si era fermato a farci dei grandi gesti. Lo aspettammo, e il mongolo accorse inchinandosi, estrasse dalla sua casacca un grosso involto di pezza e cominci lentamente a disfarlo. Dentro al primo involto ve n'era un altro, dentro al secondo un terzo.... Finalmente dall'ultimo involucro usc fuori un telegramma che l'uomo present cerimoniosamente.
Il telegramma era diretto a Du Taillis, e lo restituimmo indicando al carovaniere di continuare il cammino verso il sud. Egli rifece accuratamente il suo pacco, ottimo espediente per non perdere una carta preziosa ma che non sarebbe consigliabile agli uomini d'affari. Ci accorgemmo che il cammello era carico di due bidoni di benzina. Allora comprendemmo: la Spyker, probabilmente a corto di combustibile, aveva telegrafato da Pong-Kiong ad Udde per farsi spedire due bidoni del deposito, ed i bidoni erano in viaggio. A Pong-Kiong avevamo ceduto alcuni litri della nostra benzina, e credo che le De Dion-Bouton avessero fatto altrettanto.
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Alle quattro ci trovavamo in una regione frastagliata da roccie basse, erette qua e l sulla pianura come scogli sul mare. Alla vigilia non riuscivamo a vedere la stazione di Pong-Kiong che credevamo perduta, ora invece vedevamo un Udde in ogni roccia lontana. Rimanevamo ingannati ad ogni passo. Per non perdere di vista i fili del telegrafo cercavamo di seguirli ovunque, sul dorso di colline, fra sassi e macigni; l'avanzata si faceva faticosa. Verso le cinque ci si present un'altura formata da un ammasso di roccie tondeggianti. Ai suoi piedi, confusa con le pietre, una casetta cinese: Udde. Pochi minuti dopo entravamo in quel luogo di delizie, in tutto simile a quello che avevamo lasciato al mattino.
Fummo ricevuti non da uno, ma da due impiegati telegrafici. Arrivavamo in un momento di trasloco; il vecchio telegrafista di Udde stava per lasciare il suo posto e si preparava a diciassette giorni di viaggio in carovana per raggiungere Kalgan. Intanto iniziava ai doveri dell'ufficio il nuovo collega giunto qualche giorno prima.
Quell'uomo che lasciava il deserto era felice. La contentezza lo rendeva espansivo. Ci seguiva per tutto, sorridendo. Volgendoci eravamo sicuri di vedere quel cinese piccolo e magro, munito d'una gran coda e d'un gran paio d'occhiali a stanghetta, pronto a confidarci la pienezza della sua gioia. Mentre scrivevo il mio resoconto telegrafico, mi parlava:
- Vado a Shang-hai.
- Ah.
- S, perch io sono di Shang-hai. E sono vedovo - (sorriso cerimonioso) - e sono cristiano.
- Mi rallegro.
- Mio padre vuole che io mi ammogli di nuovo. Cosi, appena arrivo a Shang-hai mi sposo - (risata).
- E siete innamorato?
- Io, no. Non conosco la mia fidanzata. L'ha scelta mio padre.
- E se non vi piacesse?
Egli mi ha guardato sorpreso, ed ha sorriso con condiscendenza dicendomi ancora:
- L'ha scelta mio padre!  il nostro uso. Parto dopodomani. Eh! Eh!
Quella sera abbiamo aspettato inutilmente l'arrivo delle altre automobili.
Divorammo in silenzio un po' di riso e dell'eterno corned-beef, e ci sdraiammo in terra avvolti nelle nostre pellicce. Da due giorni ci dimenticavamo di far colazione. La sete aveva ucciso la fame.
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FINE Parte 1.